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martedì 7 novembre 2017

La cicala e la formica

...fra atroci sofferenze sto facendo la peer review del libro di due colleghi euristi, cui voglio molto bene nevertheless, e che si occupa dell'uscita dall'euro. Di libri così ce ne vogliono, comunque, perché occorre che dell'argomento si parli. Oggettivamente, dire qualcosa di più di quanto dissi nel Tramonto dell'euro è impossibile. Però si può sempre dire qualcosa di meno... anche se forse non si dovrebbe esagerare!

Quello che mi stupisce e mi costerna nel modo in cui i miei colleghi affrontano l'argomento euro è la stupefacente leggerezza con la quale si dispensano dall'osservare due principi cardine della nostra, anzi: della loro, scienza: quello secondo cui "non ci sono pasti gratis", e quello secondo cui la flessibilità del prezzo garantisce l'equilibrio sui mercati.

Per l'economista standard, quello del credito è un mercato come quello di val Melaina, dove, invece delle patate, si scambia un bene chiamato "risparmio". Contro questa teoria, la teoria dei fondi mutuabili, ci ha messo in guardia (facendo l'errore di credere che io ne avessi bisogno) Sergio Cesaratto nel suo bel libro (poco male: è ancora vivo)! Avrei quindi molte riserve circa la sua rilevanza, ma resta il principio generale che per loro, cioè per gli euristi, il mondo funziona così: domanda, offerta, equilibrio a un dato prezzo (e se si scambia denaro, a un dato tasso di interesse).

Ora, a fronte di questi due ovvi principi, è veramente delirante l'ossessione psicotica con la quale, dopo tutte le catastrofi cui il credito facile ci ha condotto, certi colleghi continuino a dirci che i bassi tassi di interesse sono stati una grande opportunità che abbiamo sprecato bla, bla, bla... Finché cose simili le dice un giornalista, transeat: non è competente, e comunque è pagato per seguire una linea editoriale, quindi a lui, al gazzettiere, non puoi chiedere di capire che se un prezzo viene spinto (in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo) al disotto dell'equilibrio, ciò provocherà fatalmente uno spreco del bene prezzato, un sovraconsumo, e, nel caso del credito, un sovraindebitamento. Insomma: è antieconomico, ma soprattutto è stupido, dire che un sistema nel quale il capitale è troppo a buon mercato avrebbe favorito un uso più efficiente del capitale, o dire che un sistema nel quale indebitarsi ha costi irrisori avrebbe favorito comportamenti virtuosi, astensione dal credito. Bisogna essere proprio ottusi per non rendersi conto di quanto anti-economico sia questo ragionamento. Puoi anche pensare che il risparmio sia un bene come le patate, ma per pensare addirittura che sia un bene di Giffen ci vuole una mente molto mal congegnata.

Ed è qui (riallacciandomi al post precedente) che si vede quanto i gazzettieri siano squallidi, nel loro insistito abuso di metafore trite e ritrite, prive di aderenza con i precedenti letterari cui si ispirano!

Prendiamo il caso della cicala del sud e della formica del nord. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa solenne stronzata! Ma... qualcuno ha letto La Fontaine? Cosa dice, La Fontaine, della formica?

La Fourmi n'est pas prêteuse ;
C'est là son moindre défaut.

Ecco: ora a voi sembra che la Germania non sia stata  prêteuse? Ganz im Gegenteil! Da un'altra favola sappiamo che il centro presta largamente, inonda di liquidità la periferia (e sappiamo anche il per come e il perché di questo fiotto di capitali: quelli, sì, una droga, quelli, sì, che schizzano...), e così ha fatto la Germania.

Quindi la narraFFione (non è un errore di pronuncia: è un errore politico), oltre ai profili di squallore delineati nel post precedente, ne ha uno che secondo me supera e travolge tutti gli altri: nella maggior parte dei casi denota una sesquipedale ignoranza del narratore. Ignoranza dei fatti economici (e fino a qui transeat), ma anche, e soprattutto, ignoranza delle verità letterarie. Non puoi definire "formiche" quei cialtroni vili e corrotti che hanno prestato senza alcun scrupolo e senza alcuna attenzione al sud il saldo finanziario slealmente accumulato col loro triplice dumping valutario, salariale e ambientale. Non puoi. Se i tedeschi fossero veramente stati formiche non avrebbero prestato: la formica non presta. La crisi non ci sarebbe stata.

Provate a chiedere a un gazzettiere di dirvelo con parole sue! Non ce la farà nemmeno se lo pagaste. E questo è un pezzo non irrilevante del nostro problema...

sabato 22 luglio 2017

I danni del pensiero magico

Ricevo da un imprenditore:

"Siamo azienda a zero debito. Proponiamo a nostra banca finanziamento per investimenti industriali, coperto all'80% -tra garanzie regionali e nostre dirette- e cofinanziato al 50% da fondi di natura pubblica. Risposta: Non sappiamo se ci convenzioneremo con il progetto regionale. Dove, quando è finita la razionalità economica e è iniziato il mondo magico?"

Semplice. È iniziato quando un populista (Romano, con la maiuscola) ha lanciato il messaggio demagogico che l'euro avrebbe risolto i nostri problemi. Da allora lui ha risolto effettivamente i suoi (forse il "nostri" era un plurale majestatis), mentre i nostri sono iniziati, prima in modo subdolo, col troppo credito che ha allentato il vincolo di bilancio di tutti gli operatori economici, incentivando comportamenti inefficienti e concausando fra l'altro la stagnazione della produttività, e poi in modo esplicito (vedi il virgolettato) con la inevitabile crisi bancaria e il conseguente credit crunch. 

Nel frattempo, veniamo nutriti di pensiero magico, di soluzioni illusorie dai veri populisti: quelli che propugnano l'integrale abolizione delle frontiere (i compagni dell'Economist), quelli che vogliono curarci con più tumore, pardon, più Europa. 

Di questi ultimi parliamo dopo: questo è un post breve, da aifòn, e anche per questo non ci trovate link (ma se siete qui, vi sarebbero inutili, e comunque non li leggereste)...








domenica 10 aprile 2016

Ecuador (preparando un QED...)

(...da "Uno de passaggio", che non sono io, perché io sono Alberto Bagnai e quando ho qualcosa da dire la firmo perché posso farlo - mentre "Uno de passaggio" usa uno pseudonimo per giustificati motivi - ricevo questo breve pezzo che riassume la situazione di un paese che verosimilmente si avvia a sganciarsi - come sempre troppo tardi - da un accordo di cambio fisso. Vorrei farvi notare che qui non siamo esattamente nel caso del ciclo di Frenkel, per un dettaglio. Qui il paese è messo in crisi dal fatto che esporta un bene a domanda inelastica il cui prezzo è fortemente sceso, e quindi le difficoltà vengono da una svalutazione, più che da una rivalutazione, in termini reali (petite et dabitur vobis).

Vi ricordate cosa succede nei paesi esportatori di petrolio? Le condizioni di Marshall-Lerner non valgono, come abbiamo visto nel caso dell'Azerbaijan. Insomma: se la tua merce viene venduta a un prezzo più basso, guadagni di meno - e vai in deficit di bilancia dei pagamenti. Come abbiamo altresì visto, tutti i paesi esportatori di petrolio hanno reagito a questo increscioso fenomeno svalutando - peraltro, la svalutazione estremamente aggressiva portata avanti da Draghi con lo stabile eurone non ha ovviamente aiutato questi paesi, e anzi li ha costretti a reagire (nota bene: l'euro svalutato li ha fatti rivalutare verso di noi, e quindi mentre sono scesi i ricavi delle esportazioni di petrolio - perché è sceso il prezzo - si sono anche contratti quelli delle esportazioni nette di altre merci...). Hanno svalutato tutti tranne i più sfigati: i paesi dollarizzati, come l'Ecuador, e quelli "eurizzati" de facto, come i paesi della zona franco CFA - agganciati all'euro. Inutile dire che solo un diamante e una verruca sono per sempre.

Un cambio fisso no.

Naturalmente, dal fatto che questo post sia di "Uno de passaggio", cioè sia un guest post, discende il fatto che esso non sia mio. Scommettiamo che qualche amico qua sotto dirà: "Bravo, professore!" Che frustrazione! Lo scopo del gioco, per me, non è sentirmi dire bravo: quello lo faccio da me, e so perché lo faccio più di quanto non lo sappiate voi quando lo fate. Lo scopo è che leggiate i dati. Ma la triste realtà è che spesso - sarà la fretta? - dimostrate di non voler ammettere nemmeno che se una cosa l'ha scritta un altro, non l'ho scritta io. Un uso un po' estemporaneo del principio di realtà, per il quale però non mi sento di censurarvi più di tanto: se posso riassumere il senso del post di "Uno de passaggio" - che, indovinate un po'? Sono io?... No, è lui! - se posso riassumerlo, direi che è proprio quello di denunciare una sfaccettatura particolarmente insidiosa del pensiero magico eurista: quella della "valuta stabile che ti protegge". Stabile una sega, se per tenere i cocci insieme la si è dovuta svalutare in fretta e furia del 40%! Tirati su a botte di pensiero magico, non posso aspettarmi che dall'oggi al domani tutti ammettano che Alberto, per quanto transeunte (come tutti voi e dopo molti di voi) non è "Uno de passaggio" e ne tengano conto. So che è un esempio banale, so che è antipatico metterlo in evidenza, soprattutto nel modo in cui l'ho fatto, ma trovo sia anche un esempio rivelatore del modo in cui siamo stati educati ad avvicinarci alla pagina scritta.

Ed ora godetevi il mio post.

Ah, non è mio: è di "Uno de passaggio", che non sono io, perché ego sum quis sum, e casualmente mi trovo ad essere Alberto Bagnai...

Eh? Come? Questo discorso vi sembra di averlo già sentito?... Bè, è probabile. Se ve lo ricordate, vuol dire che siamo a buon punto, e che presto potrò evitare di farlo: avrete imparato a leggere!)

Caro Alberto,



Ricorderai certamente la situazione dell'Ecuador della quale ti inviai testimonianze: esportatore principalmente di petrolio e frutta, dollarizzato, con pesante squilibrio della bilancia commerciale dovuto al forte calo del prezzo del greggio, dopo aver già nel 2014 introdotto una corposa serie di certificazioni e controlli doganali praticamente su tutti i prodotti di provenienza estera (eccetto i beni di prima necessità) che sostanzialmente impedisce le importazioni provenienti da soggetti non sufficientemente strutturati per far fronte alle numerosissime formalità, nella primavera del 2015 ha applicato, d'accordo con la WTO, in deroga agli accordi precedentemente sottoscritti, vari tipi di sovrattassa all'import ("Leggi di Salvaguardia") che hanno portato mediamente al 60%, dal precedente 15%, i dazi doganali [NdC per quelli che “i dazzziiiiii....”: come vedete – e come insegno ai miei studenti perché è scritto nei libri di testo – si può fare!].
Così facendo, hanno migliorato un po' la situazione (il ritaglio di giornale allegato parla di 900 milioni di $ di maggiori entrate), ma ovviamente i consumi ne hanno risentito, a seconda dei settori, fino ad una riduzione del 40%. 
A gennaio di quest'anno, sotto pressione da mesi da parte della WTO, hanno approvato una legge che prevedeva la progressiva riduzione dei dazi extra, fino al ritorno, previsto per giugno, alla situazione precedente l'introduzione delle leggi di Salvaguardia.  
Ovviamente il prezzo del petrolio non è risalito, né sembra avviato a risalire in tempi brevi, al break even che consentirebbe loro almeno di avvicinarsi al pareggio della bilancia commerciale. Non so esattamente quale sia l'obiettivo per il pareggio, ma devo dedurre, dai dati scaricabili da questo sito e dalla concomitante evoluzione storica dei prezzi del greggio, che, come nella prima parte del 2014, avrebbero bisogno di oltre 120$ al barile per recuperare col petrolio la gran parte del deficit generato dalla differenza fra l'export e l'import in tutti gli altri settori. Forse mantenendo qualche dazio importante ma non pesantissimo potrebbero cavarsela con un petrolio a 100$ al barile, ma certamente, senza leva valutaria, con un greggio a nemmeno 40$, sono proprio nelle peste. 
Infatti prontamente il loro parlamento ora inizia a discutere su come affrontare il problema (va considerato che, nel caso dell'Ecuador vi sono molti settori per i quali proprio non esistono strutture produttive locali, quindi sono totalmente dipendenti dall'import).
Ora, come vedi dal ritaglio di giornale che ci hanno inviato, il Presidente Correa ribadisce che, a differenza di quanto approvato e programmato, potrebbero non cessare gli extra dazi della Salvaguardia ed allo stesso tempo giudica anche interessante la proposta del "Timbre cambiario"  che, se non intendo male, è una sorta di messa all'asta dei dollari destinati alle importazioni, da aggiudicare, in un quantitativo massimo prestabilito, al miglior offerente.
Ricordo per esperienza lavorativa diretta, che un sistema simile fu applicato circa 8-10 anni fa nel Venezuela di Chavez (che però contava su una valuta nazionale - il "bolivar" - non liberamente convertibile in USD) e che, prima che in questo Paese venissero operate scelte davvero distruttive del tessuto sociale, ancor più che di quello economico, tale sistema sembrò, almeno parzialmente, funzionare.
Resta il fatto che ora il Venezuela è un Paese verso il quale, a meno di non essere davvero ammanicati con i militari (che, anche se non ufficialmente, gestiscono de facto "la cosa pubblica") è quasi impossibile esportare, per la generalizzata mancanza di valuta estera in tutti i settori commerciali (in effetti anche le importazioni gestite dai militari sono comunque molto inferiori ai consumi standard del Paese, tant'è che sistematicamente si verificano le interminabili code e gli scaffali vuoti che accompagnarono gli ultimi anni di vita dell'U.R.S.S.).  
Mentre in Ecuador, qualunque soluzione verrà adottata, credo vada nel senso "montiano" di distruzione della domanda interna, visto che, per ora, sembra che nessuno, nemmeno il Presidente Correa, che lo aveva ipotizzato nella sua prima campagna elettorale (la sua opinione in proposito si ritrova nella risposta alla prima domanda di questa intervista dell'epoca), mentre nel 2013 ha adottato una posizione molto più sfumata sul tema, proprio nessuno pensi di proporre il ritorno al "sucre", ovvero alla situazione precedente all'anno 2000.
Insomma caro Alberto, scusa la prolissità, ma per l'azienda in cui opero l'Ecuador è un paese che rappresenta un mercato importante che, nel solo anno scorso, si è contratto di oltre il 25% e nella cui evoluzione ritrovo, purtroppo, molti riscontri di quanto da te spiegato e divulgato in questi anni.     
Un abbraccio da uno de passaggio.



(...siccome mi amo molto, ma non fino al punto di scrivermi lettere d'amore, avrete desunto che questo testo non è mio. Giusto? Bene. Ora passiamo a cose più interessanti. Questi sono i saldi settoriali dell'Ecuador:

qui trovate il foglio Excel col quale ho costruito il grafico, e la fonte dei dati dovrebbe esservi nota, ma ovviamente se non distinguete Alberto Bagnai da "Uno de passaggio" non posso dare nulla per scontato.

Dal tracciato si desume una certa tendenza delle importazioni nette - equivalenti alle importazioni di capitali, cioè al saldo finanziario del settore estero, cioè alle esportazioni di capitali del settore estero verso l'Ecuador - a crescere nel tempo, a un ritmo piuttosto accelerato dal 2015. Al contempo il risparmio netto del settore privato sta diminuendo, il che indica che i maggiori afflussi di capitali vanno a finanziare questo settore, a fronte di una situazione dei conti pubblici piuttosto deteriorata. Dato che i tre valori devono sommare a zero, per tirare giù la linea grigia - ridurre le importazioni di capitali - il governo può, nelle sue condizioni attuali, fare una cosa sola: tirare su la linea arancione, cioè fare una politica di bilancio restrittiva, aka austerità. Oppure può fare subito quello che tanto alla fine sarà costretto a fare. Si apre... la discussione? No! Ma che vuoi discutere!? Non c'è discussione. Si aprono le scommesse! Quanto reggerà? Io non ne ho idea. Ma che possa reggere molto a lungo non lo credo, a meno che il petrolio non recuperi.

Vedremo...

Ah, a proposito, già che ci siamo:


questo è un altro esempio di caso in cui da discutere ci sarebbe poco, come c'è stato poco, anzi, pochissimo da discutere (e quindi molto da ragionare) al seminario molto interessante organizzato dall'Astril - qui l'intervista che ho rilasciato in chiusura. Vi immaginate quanto mi sia simpatica l'impostazione: di fatto, è un processo del lunedì! Però mi sta simpatico Franzini, col quale mi sento anche in colpa, e quindi ho accettato senza difficoltà.

Qualcuno mi ha fatto notare che la locandina non riporta l'indirizzo: non è un mio problema, ma a voi comunque posso dirlo: è alla facoltà di economia della Sapienza, a via del Castro Laurenziano.

Giuseppe De Arcangelis è un collega allievo di Gandolfo, che conosco da anni, convinto, come D'Alema, che siccome nemmeno gli USA sono un'area valutaria ottimale, allora il dollaro dovrebbe frazionarsi, ma dato che non lo sta facendo, non lo farà nemmeno l'euro. Non è un sillogismo, nel caso qualcuno di voi fosse tentato di considerarlo tale! Comunque, personalmente non ho un grande feticismo per il numero 3, ma posso dirvi che a Roma 3 questa fase l'hanno superata, anche se alcuni sembravano anelare agli Stati Uniti del Mondo, mentre altri capivano, e argomentavano con grande dottrina storica, che la stabilità del dollaro era stata costruita su alcuni milioni di morti, ma lo facevano con grande leggerezza, con quella simpatica nonchalance da "fine della Storia" che è esattamente il concime del quale la storia si serve per far prosperare i suoi fiori più letali: le guerre.

Insomma: se venite mi fa piacere, e ne sentirete certamente di ogni, ma attenzione: la sala delle lauree è piccola. Quindi vi tocca alzarvi presto!

martedì 28 luglio 2015

QED 53: quando c'è la salute c'è tutto (tre anni dopo).

Molto brevemente, perché poi devo farvi un bel sermone a parte...

Come vedete, le cose stanno andando nella direzione nella quale temevamo sarebbero andate. Mi piacerebbe pensare di essere un menagramo. In realtà, come qui abbiamo studiato insieme, in quanto sta accadendo c'è una logica ben precisa, che ha operato decine di volte nel corso della "terza globalizzazione" (dal 1980 in poi). L'abbiamo descritta in termini letterari come "Romanzo di centro e periferia", e in termini scientifici come ciclo (minskyano) di Frenkel. Ora siamo alla fase finale: la liquidazione. Non potendo svalutare la nostra moneta, svalutiamo noi stessi e il nostro patrimonio...

C'è una frase del Tramonto dell'euro che sicuramente all'epoca molti avranno visto come un eccesso di enfasi retorica. È l'ultima di questo lungo passo che vi riporto, a p. 261:



Ecco: i governi periferici (in particolare, ora, quello greco) vengono messi sotto tutela, come preannunciavano (non è una mia previsione: lo scrivevo nel 2012 perché nel 2012 se ne parlava), e cresce in molti la consapevolezza di quanto fin dall'inizio vi avevo dichiarato: l'euro è il confine fra democrazia e totalitarismo di mercato. Un concetto che prima e dopo di me altri avevano sviluppato meglio di me.

Fin qui tutto bene, cioè tutto male, ma comunque niente di sorprendente. Quello che forse non era chiaro, e che suona relativamente profetico tre anni dopo, è l'ultimo corsivo: "non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto".

Chissà se oggi laggente capiscono?

Credo che laggente non intuiscano cosa è il fondo da 50 miliardi (o 55?) miliardi di beni pubblici greci. Di fatto, si tratta di pignorare beni di uno Stato sovrano per soddisfare le richieste di creditori privati (banche) che hanno fatto male il proprio lavoro (ribadisco: secondo la stessa BCE), prestando soldi senza discernimento. Questo atto di inaudita violenza politica viene esercitato dalle cosiddette "istituzioni europee", che, come tutti noi sappiamo, hanno una legittimità democratica che va dal blando all'inesistente: non sono eletti i commissari europei (che però possono essere sfiduciati dal Parlamento Europeo, anche se finora quando le cose si son messe male hanno preferito una disonorevole ritirata a una disonorevole sconfitta); non sono eletti i vertici della BCE (che non rispondono a nessuno, nemmeno alla magistratura); non sono eletti i direttori esecutivi del FMI (che se ne stanno a Washington belli come il sole a prendere stipendi a cinque zeri esentasse, ben al riparo dagli elettorati dei quali disciplinano le sorti).

Intendiamoci: non è che un legame con la politica non ci sia. Questi vertici sono, generalmente, nominati, in modo più o meno trasparente, dai governi nazionali. In alcuni casi i cittadini ne hanno notizia. Ad esempio, le vicende della nomina dell'inutile Commissario Europeo Mogherini sono state strombazzate dai giornali per fini propagandistici (fare il "ministro degli esteri" di un "non stato" con una "non politica" estera è compito di prestigio, si sa, e i risultati si vedono, dall'Ucraina in giù...). In altri (FMI, BCE) non arriva nemmeno notizia (se non a chi se la va a cercare).

Cosa dovrebbe esserci nel fondo greco non è poi così chiaro, ma un'idea ve la dà la CNN: aziende e infrastrutture pubbliche. Il famoso "dammi l'ANI" del romanzo di centro e periferia.

Vorrei ricordarvi cosa ci disse Panagotis a Pescara, quando di Grecia ci occupavamo praticamente solo noi in Italia: "per me venire in Italia è come viaggiare nel tempo, tornare a un passato nel quale il mio paese era un paese normale". Guardatevi il filmato, se non lo ricordate: resta istruttivo!


Noi siamo sulla stessa traiettoria, e anche di questo non potrete dire di non essere stati avvertiti (e non potrete nemmeno rimproverarvi di non aver tentato di avvertire gli altri...).

Fra le tante infrastrutture che si possono privatizzare non ci sono solo i porti, o le imprese petrolifere. Anche con gli ospedali si fanno un sacco di soldi: la morte è l'unica certezza che abbiamo, e nella stragrande maggioranza dei casi essa giunge accompagnata dalla malattia. Ne consegue che quello della sanità è un business dove la materia prima non mancherà mai, e dove il dolore è forte elemento di persuasione affinché il cliente paghi, paghi molto, e paghi con solerzia. Ora, voi vedete di cosa parla, per poi smentirlo, il governo? Di tagliare fondi alla sanità. Certo, vi dicono che non sono tagli ma "efficientamento", e che non tagliano le cure ma le analisi (e la prevenzione? Non era meno costosa della cura?). Poi naturalmente smentiscono (senza smentire), ci mancherebbe, e prendono anche un bel bagno al Senato, probabilmente motivato dal desiderio degli "amici" del cialtrone che ci governa di mandargli un pizzino, più che da un sincero interesse del legislatore verso il nostro benessere (ma lasciamo stare).

Il problema è che, come spiegavo già tre anni or sono (mica uno! Tre anni fa ve l'ho detto...), questo balletto di smentite (all'epoca si era esposto Monti, oggi si espone l'amico Yoram), è una chiara applicazione di quello che qui chiamiamo il metodo Juncker: sì, esattamente quel metodo di governo, rectius, di indirizzamento dell'opinione pubblica, teorizzato dal simpatico etilista lussemburghese.

(...gli siamo vicini nell'etilismo, un po' meno nella lussemburghità, a causa di una vecchia ruggine - piccola chicca per intenditori che dedico al lettore di Balzac: lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché...).

Il metodo Juncker consiste nel fare in termini incomprensibili una proposta che si teme possa essere considerata inaccettabile, e nello smentirla immediatamente se l'opinione pubblica la capisce e si rivolta, salvo poi ripresentarla periodicamente, fino a quando la gente si abitua ad averla nell'orecchio e non si rivolta più. Sarebbe, insomma, un corollario del principio della rana bollita, teorizzato dal nostro esperto di privatizzazioni, Chomsky.

Voi direte: "Ma che c'entra? Monti parlava di privatizzare la sanità ricorrendo a investimenti diretti esteri (cioè di svendere aziende pubbliche redditizie a investitori esteri senza passare per la costituzione di un fondo come in Grecia), Gutgeld parla di "risparmiare" (cioè tagliare): son due cose diverse!"

Eh, no! Non sono due cose diverse. Tagli al settore pubblico e privatizzazioni sono due momenti della stessa cosa, come vi spiega Christian Rosso nel post precedente, la cosa della quale io vi parlo fin dal 2011 (e qui gli anni di anticipo sono quattro):

In estrema sintesi, la finanza privata ha bisogno dei soldi che lo Stato intermedia nello svolgere la sua funzione mutualistica, assicurativa (in senso lato), nell'interesse dei cittadini, assicurando alcuni servizi (sanità, istruzione, previdenza...). Questi soldi le servono per gonfiare i suoi palloncini, che poi scoppiano lasciando dei buchi che noi riempiamo con le nostre tasse, secondo il meccanismo descritto più in dettaglio qui. La radice del problema, cioè la radicale instabilità della finanza privata, determinata dal suo intrinseco short-termism, ve la presentai fin dall'inizio di questo blog, sviluppando l'argomento ad esempio qui (oltre che nei libri, s'intende).

Il Mercato ha dichiarato guerra allo Stato, l'euro è un'arma del Mercato, e lo Stato siamo noi, anche se molti di noi non lo capiscono. Lo capisce Christian, che è il motivo per il quale domani farò un salto in Campidoglio per salutarlo, tornando da Macerata. Non lo capiscono tanti altri: la guerra fra poveri scatenata dal potere è impressionante. I giovani contro i vecchi (è colpa della pensione di tuo padre se tu non hai un lavoro!), i baristi contro i loro clienti (dipendente pubblico improduttivo, vai in ufficio anziché berti un caffè!), gli imprenditori contro lo Stato (Stato leviatano, taglia la spesa, che poi sono i redditi di chi compra i miei beni...), ecc.

Un delirio di irrazionalità che non può condurre che alla guerra totale, e in fondo al quale resta una sola certezza: la nostra sanità verrà privatizzata a beneficio di grandi multinazionali estere.

Queste, almeno, sono le chiare intenzioni di chi ci governa (più esattamente: il mandato che ha ricevuto da chi lo ha messo lì a governare), e realizzarle sarà facile finché noi continueremo ad avere una visione ristretta, da sciur Brambilla brianzolo, o da maestrino sellino salentino, o da quel che l'è, incapace di andare oltre un grado di separazione dal proprio riverito portafoglio, e quindi sempre pronto ad azzannare un falso nemico.

Questo ho soprattutto apprazzato nel discorso di Christian: il fatto che lui proclami un armistizio fra poveri (nel suo caso, fra conducenti e utenti di un servizio pubblico), una pausa di riflessione per individuare il nemico comune. È lo spirito col quale ho scritto l'Italia può farcela, e chi lo ha letto credo lo abbia capito. Per questo ho diffuso la sua protesta e la sosterrò. Posso dirvi che sono molti a seguirlo con attenzione e affetto, e che l'ATAC è talmente piena di "lievi irregolarità" che, come dire, conviene più a lei che a Christian fare pippa (trattandosi di azienda romana glielo dico in romanesco), e anzi ringraziarlo.

Poi parliamo di noi...

martedì 5 marzo 2013

Mr. Full Monty, ovvero i salvataggi che han salvato gli altri

(aggiungiamo alla nutrita lista di autori del blog Alessandro "Torny" Guerani. Bei tempi quelli, quando si litigava... Sembra ieri... Ma non è detto che non si possa ricominciare)

Da Alessandro Guerani ricevo e (ritenendola impeccabile) pubblico questa cinica analisi della situazione:



Nonostante siano terminate le elezioni, con un risultato fra l'altro piuttosto chiaro su quello che pensano gli Italiani di certe idee strampalate, sui talk televisivi, su Twitter, ovunque, persino dentro al forno di cucina, a momenti, circola ancora la fola che il Governo Monti ci ha salvato dal default e ha rimesso in ordine i conti pubblici.

Vediamo di fare un po' di chiarezza su quello che è successo, cosa imprescindibile per capire cosa succederà o cosa potremo evitare che succeda (lo dico “ad usum ortotteri”).


“It's the same old story”

La prima parte della fola si smonta da sola: la stessa Commissione Europea ha certificato che il debito pubblico italiano è sempre (e ribadisco sempre) stato sostenibile e del resto lo affermava pure il Sen. Monti nei suoi ripetuti complimenti espressi su importanti organi di stampa nei riguardi del suo predecessore. Leggiamolo assieme: “Il ministro dell'Economia, di cui molti tendono oggi a dimenticare il merito di aver saputo mantenere un certo rigore di bilancio con un governo e una maggioranza poco inclini a tale virtù... ha deciso, con lucidità e rapidità, di imboccare una strada di redenzione o, in termini più asettici, di modifica di alcuni connotati di fondo che avevano caratterizzato, fin dall'inizio, l' impostazione di politica economica del governo.”

Quindi sinceramente non si capisce come il rigore di bilancio, così sapientemente applicato da Tremonti a detta dello stesso Monti, ci avrebbe portato nel giro di pochi mesi a correre il rischio di essere come la Grecia e di non poter pagare pensioni e stipendi pubblici. O meglio si capisce benissimo: è una balla che gli stessi dati di Bruxelles confermano.

Per comprendere cosa realmente è successo bisogna ricordarsi il “romanzo di centro e periferia”: nei paesi periferici arrivano i capitali, l'inflazione aumenta, la competitività cala, la bilancia dei pagamenti peggiora e alla fine non si hanno più i soldi per ripagare i capitali importati e gli interessi sugli stessi: si entra insomma nella spirale del debito estero.

Questa dinamica era ben presente ai nostri finanziatori, che, ricordiamoci, finanziano innanzitutto il debito privato, sì, la tua BMW (comprata con il convenientissimo prestito a tasso zero) e sì, pure la tua casa, che hai preso col mutuo.

Appena visto quello che era successo negli USA (vi ricordate vero il crack Lehmann ecc?) ecco che le banche estere, che prima prestavano con tranquillità sull'interbancario dell'Eurozona, all'improvviso rientrano dai loro finanziamenti e serrano i rubinetti. Avendo l'Eurozona un sistema di pagamenti interbancari unificato, che si chiama Target2, entrò in funzione immediatamente, in modo automatico, l'assistenza della BCE e del SEBC (Sistema Europeo Banche Centrali).

In pratica, quando una banca non riesce ad ottenere dei finanziamenti da altre banche per poter pagare i trasferimenti ordinati dai suoi clienti, i soldi glieli fornisce la Banca Centrale del suo paese tramite operazioni che si chiamano “rifinanziamento”. Ovviamente le Banche Centrali dei vari paesi non stampano euro, per loro l'euro è una valuta estera, come ha ripetuto mai abbastanza De Grauwe, e per averla si devono quindi indebitare con la BCE. Per gli anglofoni qui una dettagliata ed ottima spiegazione di come funziona il meccanismo.

Il risultato è l'esplosione dei saldi di Target2 dei vari paesi: quelli in debito ovviamente si indebitavano sempre di più con la BCE, e quelli in credito avevano sempre più depositi presso le loro Banche Centrali in quanto non “riciclavano” i soldi in entrata, prestandoli sul mercato interbancario, come invece succedeva prima del 2008.

Il risultato fu questo:





Come vedete, quello che cambia nell'estate del 2011 (a giugno per la precisione) non è il deficit o il debito pubblico, ma il saldo dell'Italia sul sistema Target2, che inizia ad inabissarsi.

Altro che default dello Stato: qui stava andando in default tutto il sistema bancario incapace di finanziarsi senza il supporto della BCE. Di fronte al disastro che sarebbe seguito ad un crollo del sistema finanziario italiano, ovvio che la rischiosità paese e la scommessa che sarebbe dovuto uscire dall'Euro salissero alle stelle e si ribaltassero sullo spread: se hai la moneta bloccata si muovono i tassi.

In pratica una classica crisi da DEBITO ESTERO, as usual.

“Lo Stato andrebbe gestito come un'azienda”

Quante volte ve lo siete sentiti ripetere? È il mantra preferito di tutti gli pseudo esperti di economia che affollano i vari Ballarò, Servizi Pubblici, Piazze Pulite, Otto e Mezzi, eccetera.

Nove volte su dieci è detta a sproposito, ma quando si tratta di debito estero purtroppo è vero. Cosa fa quindi il direttore di banca quando una azienda affidata non solo sconfina dai fidi, ma ha  il saldo passivo che aumenta ogni giorno? Tira su il telefono, chiama il Napolitano di turno e dice “Carissimo, la prima cosa che facciamo è che non passo più un addebito, blocchiamo il saldo, poi ci incontriamo ma è meglio che vi presentiate con un nuovo direttore finanziario che dobbiamo fare un piano di rientro.”

Ed infatti ecco la lettera della BCE, il governo Berlusconi che dà le dimissioni e il nuovo direttore finanziario, cioè "Pres del Cons", Monti, che entra in carica

Ed ecco i famosi salvataggi, altro che debito pubblico! Tassando e ritassando gli italiani questi si ritrovano meno soldi in tasca e sono ancora meno propensi a spendere quelli che gli restano. Tecnicamente si dice che si riduce il reddito disponibile, ed essendo le importazioni una funzione del reddito disponibile (in base alla propensione marginale all'import) ecco che queste appunto crollano (assieme però a tutti gli altri consumi del paese ed il PIL di conseguenza) ed il debito verso l'estero si stabilizza.

Per chi si diletta di formule macroeconomiche:

Yd = Y -T
M = m x Yd

Lo potete vedere benissimo nel grafico sopra: dopo le varie IMU, tasse sui depositi titoli, ecc, da marzo 2012 il saldo Target2 italiano diventa una bella linea retta.

In pratica la classica ricetta del manuale IMF per ogni crisi di debito estero, nella variante però che avendo una moneta unica, e quindi che non si può sganciare dal peg e fare svalutare sui mercati, il riequilibrio si può svolgere solo sul lato del reddito disponibile, venendo a mancare i positivi effetti della svalutazione sia sulle esportazioni che sulle importazioni. Eccolo il “dividendo dell'Euro”: ogni crisi si ripercuote sul vostro reddito in maniera automatica ed il PIL si inabissa.

I salvataggi degli altri

Se mi avete seguito fin qui immagino che la prima domanda che avrete sarà “ma se abbiamo aumentato la tassazione quei soldi in più saranno andati a diminuire il debito pubblico, quindi, anche se il vero obiettivo era un altro, comunque un poco di verità c'è nelle parole di Monti”

Purtroppo i fatti e i dati smentiscono anche la seconda fola. Nonostante l'aumento del gettito fiscale il nostro debito pubblico sale, non solo in termini percentuali sul PIL (e qui poca meraviglia, visto che il PIL è crollato) ma  anche in termini assoluti.

Ma com'è possibile direte voi?

È possibile se il “piano di rientro” di cui parlavo sopra è nello stile Geronzi-Parmalat. Avete presente quando per dare altri finanziamenti Geronzi “chiese gentilmente” a Tanzi di acquistare una azienda decotta che doveva dare un pacco di soldi a Capitalia? Bene, noi invece per avere il famoso “ombrello antispread” siamo stati “gentilmente invitati” a contribuire al fondo ESM per la percentuale che ha l'Italia nella BCE, oltre a quanto già previsto per il “vecchio” EFSF e a salvataggi vari ed assortiti: un conto da 20 miliardi, poco meno dell'intera IMU. In pratica, abbiamo dovuto contribuire con le nostre tasse a rimborsare parte dei debiti che i paesi messi peggio di noi avevano verso i loro creditori esteri, fra cui noi c'eravamo (se pure c'eravamo) in piccolissima parte.

Ed ecco che diventano sinistramente profetiche le parole di Handelsblatt quando invocava la patrimoniale sulle ricche cicale del Sud. Altro che "la Germania non vuole pagare i nostri debiti"! Siamo noi che stiamo pagando per i loro debitori: i salvataggi di Monti che salvano gli altri.