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domenica 9 dicembre 2018

QED 89: Macron, un anno dopo...

"Seminate odio!"

Questo mi ha detto poco fa un simpatico frequentatore di quella cloaca che è Twitter. Se lo dicesse perché ci credeva, o perché gli avevano detto di dirlo, e se nel primo caso ci credesse perché gli avevano detto di crederci, e nel secondo caso fosse retribuito o meno per eseguire il suo compitino, non saprei dirvelo. Questo raglio, però, mi ha fatto venire voglia di tornare qui a fare quello che ho fatto per anni e che, con gran cordoglio di una infinita sequenza di mediocri, mi ha portato dove voi avete voluto portarmi: in un posto in cui capire le cose può essere più utile al paese che in una direzione del PD!

Seminare odio? Piuttosto, seminare conoscenza, fornendovi alcuni strumenti utili per interpretare il reale, o almeno la sua dimensione macroeconomica (il che, in tempi di crisi, ha la sua importanza). Credo che una parte del legame che qui ci unisce sia dovuta al fatto che, lasciando al tempo fare il suo lavoro, quello del galantuomo, avete potuto apprezzare quanto efficaci fossero le analisi che vi proponevo. Certo, dopo essere arrivati qui per voi il mondo è diventato più noioso. Ad esempio, quanto è successo in Francia difficilmente vi avrà stupito. Dopo quanto ci siamo detti qui (e fra un po' ripasseremo, a beneficio degli ultimi arrivati) il fallimento di Macron non dovrebbe tornarvi come una sorpresa.

Ma su questo blog non ci siete solo voi! Questo blog, non dimentichiamolo, è letto anche da brutta, anzi: bruttissima gente! Pensate: lo leggono addirittura iMercati! Suppongo quindi che queste parole siano lette anche da chi, qualche mese fa, a Londra, ha visto dipingersi sulle mie labbra un cortese ma esplicito sorriso di compatimento mentre, come vi raccontai a suo tempo, una strapagata mentecatta proveniente dall'Europa del Sud e impiegata da qualche grossa banca di investimenti del Nord mi faceva l'elogio di Macron e del suo staff, e di come si fossero presentati con delle belle slides, e di che bel cronoprogramma le avessero fatto vedere, e di come fossero credibili... Il mio argomento fu semplice (chi c'era se lo ricorderà): "Se farà un quinto di quello che ha promesso, il paese esploderà!" (non ricordo se le parole fossero proprio queste, ma il senso era e non poteva che essere questo).

Incredulità degli astanti, come immaginerete... ma nella mia agenda ci sono tutti i loro nomi, quindi più tardi gli scriverò!

Ora che è tutto chiaro, vale la pena di tornarci sopra non tanto per guardare indietro e prendersi la solita, sterile soddisfazione degli economisti ("io l'avevo detto!"), quanto per guardare avanti e apprezzare come sia cambiato il panorama. Gli ultimi arrivati impareranno qualcosa, ma anche i più esperti avranno le loro soddisfazioni.

Senza annoiarvi troppo con la teoria, che è esposta in dettaglio qui a beneficio di chi non è allergico alle formule, vorrei richiamarvi il punto principale, che è questo: come ognuno di noi, così anche la collettività nazionale può trovarsi in una situazione di surplus finanziario (e quindi avere soldi da prestare) o di deficit finanziario (e quindi avere bisogno di prestiti per coprire l'eccedenza delle proprie spese sui propri introiti). In macroeconomia, questa analisi viene spesso condotta considerando tre settori: quello privato (famiglie e imprese), quello pubblico (Stato, enti territoriali, enti previdenziali) e estero. Ognuno di questi settori può generare o assorbire risparmio: fatto sta, che in termini contabili nessuno può prendere in prestito del denaro se qualcuno non glielo presta (altrimenti è furto, e si esce dalla contabilità nazionale per entrare nel codice penale). Ne consegue che se un settore (ad esempio il settore pubblico) ha un "meno uno" perché si è fatto prestare un euro (era in deficit), gli altri settori registreranno complessivamente un "più uno" perché hanno prestato un euro (erano in surplus). In termini tecnici si dirà che "la somma algebrica dei saldi settoriali (cioè dei surplus/deficit dei settori privato, pubblico e estero) è necessariamente nulla".

Nelle economie avanzate normalmente il settore pubblico è in deficit. Resta allora il problema di chi lo finanzi, questo deficit. Può darsi che il settore privato generi sufficiente risparmio: ma ci sono anche casi in cui per finanziarsi il settore pubblico, e quando va male anche quello privato, devono ricorrere a finanziamenti esteri. In quei casi, il settore estero è in surplus (presta) verso uno o entrambi i settori interni, cioè il paese (inteso come collettività nazionale) si sta indebitando con l'estero. Per una somma di motivi che ho spiegato più volte, e che non sono difficilissimi da capire, la situazione in cui un paese (e in particolare il suo settore privato) si indebita verso l'estero, è molto, ma molto più esplosiva di quella in cui uno stato (cioè il settore pubblico) si indebita col settore privato nazionale. Basta pensare ai due casi di Grecia e Giappone, che qualche economista incauto aveva in passato accostato con una certa leggerezza...

In tutto questo discorso, sperando che non vi abbia fatto addormentare, c'è da ricordare un'ultima cosa: se io sono in surplus con te, tu sei in deficit con me. L'essenza della "goofynomics" è questa: una discesa, vista dal basso, somiglia molto a una salita. Un surplus dell'estero, visto dall'interno, somiglia molto a un deficit con l'estero ("di" e "con" sono due preposizioni ben diverse). Quindi, quando vi dico che l'estero è in surplus col paese (cioè che il paese si finanzia con capitali esteri), vi sto dicendo che il paese ha la bilancia dei pagamenti in deficit (cioè che il paese si sta indebitando, che poi è la stessa cosa che finanziarsi col capitale di un altro, no?).

Si parla di "deficit gemelli" quando un paese ha simultaneamente un deficit del settore pubblico, e un deficit di bilancia dei pagamenti. La Francia è esattamente in questa situazione. Non ci si è sempre trovata, ma ora ci si trova, e uscirne non sarà facile, anzi: per come è messo ora Macron, lo scenario più probabile è che entrambi i deficit si accentuino, e vale la pena di ricordare perché.

Il resto dell'articolo è dedicato a spiegarlo a chi non ci è già arrivato da solo.

Cominciamo dal grafico che vi avevo mostrato l'anno scorso, quello dei saldi settoriali francesi riportati dal Fmi nell'edizione del World Economic Outlook di aprile 2017 (immediatamente precedente all'elezione del novello Napoleone):



Il grafico riporta i saldi settoriali francesi in rapporto al Pil (la scala di sinistra indica punti percentuali), inizia nel 2002, e termina nel 2022 (gli scenari di previsione del Fmi sono a cinque anni e 2017+5=2022). Il saldo finanziario del settore privato è in blu, quello del settore pubblico in arancione, quello del settore estero in verde. A inizio periodo, il settore privato era in surplus (spezzata blu sopra lo zero), mentre quelli pubblico e estero entrambi in deficit. Le cifre erano, rispettivamente: 5.2% di saldo privato (surplus), -3.1% di saldo pubblico (deficit), -2.1% di saldo estero (deficit del settore estero, cioè surplus di saldo estero francese). Insomma, nel 2002 la Francia violava i parametri di Maastricht (perché il suo deficit era superiore al 3%: e questo non fa notizia, come vedete dal grafico...), ma aveva un surplus di saldo estero (2.1%) perché il suo settore privato aveva un rilevante surplus finanziario.

(Piccola nota metodologica ad uso degli eventuali operatori informativi presenti: un saldo - in inglese: "balance" - può essere positivo o negativo. Se è positivo è un surplus, se è negativo è un deficit. Se invece parlo di deficit sto già considerando una grandezza negativa, e quindi non devo esplicitare algebricamente il segno meno. Insomma: dire "un saldo pubblico di -3.1%" o dire "un deficit pubblico di 3.1%" è la stessa cosa. Sì, certo, naturalmente: so che lo sapevate, ma better safe than sorry...).

(Altra nota metodologica: 5.2-3.1-2.1=0, e così deve essere, per i motivi che vi ho spiegato sopra. Chiaro?)

Qual è la principale differenza fra la situazione nel 2002 e quella nel 2017, all'elezione di Macron?

Per capirla dovete seguire non tanto la linea rossa (saldo pubblico: è sempre stato in deficit - come in ogni paese civile - e praticamente sempre oltre il 3%). Quella che fa la differenza è la linea verde, il saldo del settore estero, settore che è il vero vincitore di questa breve storia triste (lo sconfitto essendo la Francia). Noterete come dal 2002 in poi (ma in realtà, estendendo la serie, dal 1999 in poi) il saldo dell'estero cresce (quello con l'estero quindi diminuisce), passando da territorio negativo (la Francia presta soldi all'estero) a territorio positivo (la Francia prende soldi in prestito dall'estero) nel 2008, per poi restare lì, graniticamente (nel 2015 il saldo scende a 0.2, ma resta positivo).

Dato che il saldo dell'estero è il contrario del saldo con l'estero, questa situazione può essere letta in un modo complementare, assolutamente isomorfo dal punto di vista algebrico, ma che arricchisce l'analisi dal punto di vista economico: il saldo dei conti esteri (rectius: saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) francese è positivo fino al 2007 e negativo dal 2008, ovvero fino al 2007 in Francia le esportazioni eccedevano le importazioni, e dal 2008 accade il contrario. Insomma, quello che la linea verde vi racconta è un serio, serissimo problema di competitività: in Francia le importazioni sono cresciute più delle esportazioni, il che significa che il ricavato di queste ultime (le esportazioni) non è più stato sufficiente per finanziarie le prime (le importazioni). Detto ancora in un altro modo: dal 2008 l'economia francese, e in particolare il suo settore privato, hanno smesso di reinvestire all'estero i saldi finanziari realizzati vendendo all'estero più di quanto compravano dall'estero, e hanno cominciato a prendere soldi in prestito per finanziare l'acquisto di beni esteri non coperti dal ricavato delle esportazioni francesi all'estero.

Lo so: è una filastrocca tediosa, pressoché incomprensibile: eppure se volete capire prima cosa succederà dopo vi toccherà apprenderla (basta cliccare sull'etichetta "saldi settoriali" qui in fondo alla pagina - se siete in visualizzazione web).

Comunque, nel 2017, all'avvento di Macron, la Francia era nella situazione dipinta dal grafico: un rilevante deficit pubblico, finanziato in parte dal settore privato e in parte dal settore estero. Notate che nel grafico i dati del 2017 sono le previsioni a fatte ad aprile (non i dati a consuntivo). Quello che è interessante, però, è vedere come il Fmi si immaginava che Macron avrebbe funzionato: esattamente come Hollande. Le linee tratteggiate, che rappresentano le previsioni quinquennali, convergono tutte verso zero. Per il Fmi Macron avrebbe "chiuso" tutti gli squilibri della Francia: portando a zero il saldo di bilancio pubblico avrebbe risolto (?) il problema di competitività riportando in surplus il saldo con l'estero (cioè in deficit il saldo dell'estero).

E come?

Come ci si aspettava che avrebbe fatto Hollande: con "le riforme"!

Un anno fa avevamo ironizzato su quanto fosse semplice fare le previsioni al Fmi: sembrava che bastasse avere un righello e essere in grado di tirare una retta verso l'asse delle ascisse. Al tempo di Hollande infatti avevano fatto la stessa cosa:

(questo il grafico costruito coi dati del 2012), ma poi le cose erano andate in modo diverso e gli squilibri non si erano chiusi.

Credo però che gli ultimi rovesci della fortuna abbiano riavvicinato il Fmi alla durezza del vivere. In effetti, quello che colpisce negli scenari previsionali pubblicati a ottobre di quest'anno è...

Bè: non vi rovino la sorpresa: ve li faccio direttamente vedere:


Guardate? Non è meraviglioso? Non è fantastico? Ma come cosa!? Ma il fatto che perfino quei primatisti mondiali di wishful thinking cui il Fmi affida la definizione degli scenari previsionali non se la sono sentita di dare a Macron sufficiente credito, quello che gli avevano dato nel 2017, e che avevano dato prima a Hollande nel 2012: non se la sono cioè sentita, per la prima volta da che io possa ricordare, di emettere una previsione dove i saldi settoriali del paese convergono a zero, verso una situazione di preteso equilibrio almeno contabile (se non macroeconomico)!

Intendiamoci: le previsioni del Fmi sono comunque fasulle e incoerenti (ma anche questa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che la Francia violi le regole). Ad esempio, quel -2.8% del Pil di saldo pubblico che secondo loro la Francia raggiungerebbe nel 2023, in realtà verrà ampiamente superato già dall'anno prossimo, come ormai tutti ammettono (ed era già sufficientemente chiaro ad ottobre). E ovviamente è impossibile che (in assenza di un riallineamento del tasso di cambio reale) il saldo estero si "chiuda" mentre l'atteggiamento di politica fiscale diventa più espansivo. Un'espansione del deficit comporta una crescita del Pil e quindi delle importazioni: fra cinque anni quindi vedremo che non solo la spezzata arancione sarà andata più in basso di dove la dipinge oggi il Fmi (ci sarà stato un ben maggiore deficit pubblico), ma anche che la spezzata verde sarà andata più in alto (maggiori importazioni, quindi maggiore necessità di finanziamenti dall'estero, quindi maggior surplus del settore estero verso la Francia, cioè maggiore deficit della Francia verso l'estero).

Le previsioni emesse sono quindi incoerenti in termini di elementare ragionamento macroeconomico, e questo ne sancisce la fasullaggine, ma il messaggio politico che davano a ottobre, prima che cominciasse la rivolta dei gilets jaunes era già devastante: secondo il Fmi, Macron avrebbe fallito nel suo proposito di consolidare i conti pubblici francesi, intrappolato dalla stringente logica economica dei deficit gemelli. Nessuno pare essersene accorto, e non me ne ero accorto nemmeno io, semplicemente perché ultimamente devo occuparmi di altre cose (la direttiva antielusione, quella sul mercato secondario delle esposizioni deteriorate, la riforma del codice fallimentare, il decreto fiscale, la legge di bilancio, ecc.).

Naturalmente, dopo i gilets jaunes il quadro si complica, e di molto!

Da un lato, infatti, sarà necessario spingere molto più in giù il saldo pubblico (cioè aumentare molto di più il deficit) per cercare di far star buona tutta questa gente (e infatti, ad esempio, l'aumento delle imposte sui carburanti è già storia passata). Ma dall'altro sarà impossibile ricorrere alle "riforme strutturali", cioè alla precarizzazione del mercato del lavoro a scopo di riduzione dei salari, per ottenere quel riallineamento del cambio reale del quale la Francia ha bisogno da ormai più di un decennio, e avrà ancor più bisogno se le politiche di bilancio sosterranno i redditi (cosa inevitabile, a meno che non si voglia veramente far aumentare la tensione sociale), e quindi spingeranno le importazioni (aumentando l'esposizione della Francia sui mercati esteri). Detto in altre parole, i francesi hanno dimostrato di essere sufficientemente nervosi, e quindi, se già è impossibile pensare che qualcuno proponga oggi a noi una cura Monti, è impossibilissimo pensare che la si proponga ai francesi, i quali, negli attuali assetti di regole europee, ne avrebbero molto, ma molto più bisogno di noi. Altro che ridurre il numero dei fonctionnaires (dipendenti pubblici) per ridurre la spesapubblicabbrutta! Altro che flessibilizzazione (sempre in uscita, sempre al ribasso) del mercato del lavoro (su cui peraltro si andrebbero a riversare i suddetti fonctionnaires)!

Le cose andranno in un altro modo: tutte le ricette "liberiste" che tanto mandavano in brodo di giuggiole i commentatori autorevoli (incapaci di vedere a un palmo dal proprio naso) finiranno nella pattumiera della storia insieme a chi le ha proposte e a chi le ha commentate. Le regole europee si dimostreranno per l'ennesima volta insostenibili anche per un vaso di ferro (la prima volta accadde per la Germania, che era il malato d'Europa nel 2000 come la Francia lo è nel 2018), e quindi dovranno cambiare, a meno che il vaso di ferro non scopra di essere anche lui di coccio, nel qual caso non credo che si andrebbe incontro a uno scenario molto più stabile (e comunque anche la Germania non è più quella di una volta...).

Qui finisce la lezioncina di macroeconomia. Chi già la sapeva, è soddisfatto. Chi ancora non la sapeva, l'apprenderà. Chi non vuole proprio apprenderla, la imparerà dalla storia.

Io il mio dovere credo di averlo fatto, e se qualcuno lo chiama seminare odio, me ne farò una ragione e risponderò con un cortese ma esplicito sorriso di compatimento: lo stesso riservato a marzo alla gentile ancella dei mercati che mi narrava le mirabilia di Macron...

Rinnovo quindi l'invito a stare saldi (in senso morale, non settoriale), e a non discutere con gli imbecilli: è noto che vi trascinano al loro livello e vi battono con l'esperienza. Di "competenti" che hanno imparato l'economia da uno dei tanti variopinti guitti millantatori di titoli la sfera social rigurgita. Nessuno di loro ha mai azzeccato una previsione né è stato in grado di capire perché non l'avesse azzeccata: sono, se possibile, peggiori dell'economista standard (quello che capirà domani perché le cose previste ieri non sono successe oggi). Loro, invece, non capiranno: sono quelli che oggi se la prendono col popolo ingrato che non apprezza la grandezza di Macron ("c'è tanta invidia e tanta cattiveria signora mia...": le prefiche del capitale mi ricordano molto le amiche barbute di mia nonna, incubo della mia infanzia...).

Noi ci vediamo qui alle prossime presidenziali francesi, fra quattro anni, salvo imprevisti!


(...solo per caso a questo QED è toccato il numero 89, un numero difettivo, di Markov, altamente cototiente, ma soprattutto un numero cui i francesi sono, o dovrebbero essere, affezionati per motivi storici...)

lunedì 30 aprile 2018

Ancora sui disallineamenti

Come avrete notato, in un momento in cui il Parlamento, e quindi la politica, sembra riacquistare una certa centralità, in diretta conseguenza del fatto che la mancanza di una maggioranza definita impedisce di confinarlo a quella funzione meramente notarile, di ratifica degli atti governativi, cui viene dato il rassicurante nome di governabilità, sono partiti sui vari media attacchi tesi a delegittimarlo. Noi politici, si dice, staremmo scaldando la poltrona: ci saremmo guadagnati il primo stipendio senza far nulla, ecc.

Non entro (perché non ho tempo) in tutto quello che ho fatto in questo mese: se vi interessa, farò un post a parte. Non entro nemmeno (per lo stesso motivo) in quanti soldi mi sono entrati in tasca: ricordo solo che il buon Serendippo parlava di un incremento del 600% del mio stipendio (che avrebbe significato, a spanna, arrivare a 20.000 netti al mese). Posso rassicurarlo: siamo molto al di sotto di questo obiettivo. Mi chiedo solo perché chi si preoccupa tanto degli stipendi dei politici non si preoccupi altrettanto di quelli degli eurocrati o dei funzionari di altre organizzazioni sovranazionali, che svolgono funzioni di indirizzo politico senza essere stati eletti da nessuno e senza pagare tasse a nessuno (ogni riferimento a nomine recenti è puramente intenzionale), o di quelli dei consiglieri delle società pubbliche partecipate, o di quelli dei magistrati (gli unici sfuggiti al congelamento delle retribuzioni nel comparto della pubblica amministrazione per il semplice motivo che erano gli unici a poter dare ragione a se stessi in un tribunale, come qui spiega un collega).

Chissà perché questa attenzione (o, se volete, disattenzione) selettiva?

Già, chissà...

In effetti, oltre a tutto il resto, in questi giorni sto anche chiudendo alcuni lavori che ho ereditato dalla mia vita precedente. In uno (veramente, in due, ma nell'altro ho due coautori) mi sto preoccupando del solito problema: dell'impatto sulla nostra produttività di un cambio sbagliato per la nostra economia. L'argomento non è nuovo ai lettori di questo blog. Lo introdussi in un post di quasi cinque anni fa, da cui trassi svariati articoli scientifici: il primo, del 2016, ha avuto l'onore di essere citato da Zingales, il secondo è qui, e il terzo (l'unico ad accesso libero per i non addetti ai lavori - cioè per i non iscritti alle riviste specializzate) è qui. Nel lavoro che sto concludendo modifico leggermente approccio: invece di considerare l'impatto sulla produttività del tasso di cambio, considero quello dello scostamento del cambio dal proprio valore di equilibrio.

Il modello post-Keynesiano si basa sull'idea che la domanda stimoli l'offerta: sono le aspettative di domanda (e non il tasso di interesse) a indurre gli imprenditori a investire (cioè ad acquistare macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto ecc.), ed è il "tiro" della domanda a stimolare la produttività: un'idea vecchia quanto l'economia, visto che come voi sapete (e i miei colleghi, anche quelli che si scoprono il capo ostentando deferenza al nome di Sylos-Labini, non sanno) è stata introdotta in letteratura da Adam Smith. Ora, se il tasso di cambio cresce, normalmente questo deprime la domanda: i prodotti nazionali diventano più cari per gli acquirenti esteri, le esportazioni rallentano, e la produttività ristagna, in un processo di causazione circolare e cumulativa. Tuttavia, può anche capitare che la crescita del cambio sia associata a (o causata da) una crescita della produttività (questa è l'obiezione di Zingales al mio lavoro). Se il cambio sale, ma sale anche la produttività, la competitività di prezzo in linea di principio potrebbe restare invariata: infatti, è vero che per l'acquirente estero, a parità di prezzo nazionale, il bene nazionale costa di più, ma è anche vero che siccome i lavoratori sono diventati più produttivi, il costo del lavoro per unità di prodotto scende (uno stesso salario si "spalma" su più prodotti) e quindi il prezzo del bene nazionale in valuta nazionale può scendere. Può quindi darsi che questa discesa del prezzo in valuta nazionale sul mercato interno compensi l'aumento del prezzo della valuta per l'acquirente estero, dando come risultato un uguale prezzo in valuta estera sui mercati internazionali.

La morale di questa favola (per chi non si è perso: ma siccome a nessuno fa piacere far brutta figura, farete tutti finta di aver capito cosa è successo...) è che più che i movimenti in alto o in basso del cambio, contano gli scostamenti dall'equilibrio. Un paese con forte produttività può essere competitivo anche con un cambio "alto" (o in crescita), e un paese con debole produttività può essere non competitivo anche con un cambio "basso" (o in calo). Ovviamente, nel calcolare gli scostamenti del cambio dall'equilibrio si tiene conto, appunto, del divario fra la produttività del paese e quella dei suoi concorrenti, e di un paio di altre cosucce, come abbiamo visto un paio di anni or sono. Nell'articolo sull'uscita dell'Italia dall'eurozona avevo applicato uno di questi approcci (il BEER) per stimare di quanto si sarebbe apprezzata o deprezzata la nuova valuta italiana in seguito a uno sganciamento dall'euro. Nel frattempo, un gruppo di colleghi francesi che lavora presso il CEPII ha redatto EQCHANGE, un database che riporta le serie degli scostamenti del cambio dal proprio valore di equilibrio per oltre cento paesi, a partire dal 1973. Se vi interessa, potete iscrivervi e scaricarlo.

Qui mi limito a riportare un grafico costruito con due serie estratte dal database:

Nel grafico vedete gli scostamenti del tasso di cambio dal proprio valore di equilibrio per due paesi: Germania e Italia. La linea orizzontale (per gli amici: le ascisse) corrispondono a zero scostamento, cioè a una situazione di equilibrio. Sotto l'equilibrio la valuta è sottovalutata (cioè favorisce indebitamente le esportazioni), sopra è sopravvalutata (e quindi penalizza indebitamente le esportazioni). Com'è andata mi pare si capisca. Secondo queste stime, negli anni '70 l'Italia aveva una valuta piuttosto sottovalutata (intorno al -15%) e la Germania relativamente sopravvalutata (attorno al 5%). L'adesione allo SME nel 1979 ci riporta in equilibrio, e lo SME "credibile" (quello senza periodiche revisioni della parità) ci porta in territorio positivo: una sopravvalutazione cui rimediamo con la svalutazione del 1992. Il resto è piuttosto ovvio: con l'entrata nell'euro, la nostra valuta (appunto: l'euro) diventa progressivamente sempre più forte per noi, toccando punte di sopravvalutazione del 15%, fino alla gigantesca "svalutazionecompetitiva" predisposta da Draghi nel 2014, della quale ora paghiamo le conseguenze (sapete che qui abbiamo previsto l'una e le altre) sotto forma di ritorsioni da parte degli Stati Uniti. La situazione tedesca è quasi speculare. Dico "quasi", perché in effetti per capire come si sono sviluppati i rapporti fra noi e la potenza egemone conviene prendere lo scarto fra le due serie, cioè lo scostamento fra gli scostamenti dall'equilibrio:


Qui si vede meglio cosa sta succedendo. La tendenza "secolare", interrotta dal riallineamento del 1992, è quella di un indebolimento relativo del marco/euro rispetto alla lira. Anche alla fine della storia, quando noi ci troviamo sottovalutati (come si vede nel primo grafico), la Germania è più sottovalutata di noi,  e quindi resta "sottoprezzata" per sul mercato italiano. Certo: per la Germania l'euro è debole perché la Germania è forte (in un certo senso che i lettori qui hanno imparato a comprendere). Ma il punto resta! Il fatto che questo grafico, invece di oscillare attorno allo zero, manifesti una tendenza negativa ci dice, di per sé, che un mercato non sta funzionando: quello della valuta, che oggi non funziona... perché non c'è! Ci siamo chiesti mille e una volta perché i "libbbberali" vedano nell'abolizione di un mercato una cosa buona e giusta. Forse perché sono scemotti a libro paga, che di Smith hanno solo sentito il nome in qualche corso di Istituzioni di economia politica di qualche facoltà minore (se pure...). In ogni caso, il punto di fondo è sempre lo stesso, e tale resta: accordi irrazionali non sono benefici per nessuno. E se ne volete una riprova, considerate che Deutsche Bank si è fumata in pochi anni oltre 10 miliardi di aumenti di capitale e non gode di ottima salute.

Anche i ricchi piangono, a quanto pare, soprattutto perché sono poveri.

Quindi, a chi mi chiede se usciremo dall'euro, io continuo a ripetere quello che dissi a un giornalista particolarmente poco piacevole la prima volta che andai in televisione, molti anni fa: questo è un falso problema, perché sarà l'euro a uscire da noi. I numeri per una soluzione politica ad oggi non ci sono, ma stanno diventando sempre più grandi, esattamente come stanno diventando sempre più grandi le cifre necessarie per tenere insieme la baracca. Non ci voleva quel genio di Stiglitz per suggerirci che un giorno i costi supereranno i benefici.

Intanto, godiamoci il seguito della telenovela...







(...ah, fedele allo spirito di questo blog, come vedete, non vi parlo di cronaca, ma una cosa ve la dico: sono umanamente - prima che politicamente - molto contento...)

(...ovviamente questa modifica metodologica, che tiene conto dell'osservazione di Zingales, non altera in nulla i risultati dei precedenti studi: la sopravvalutazione - rispetto all'equilibrio - deprime la dinamica della produttività. Non c'è niente da fare: se una moneta è sbagliata, è sbagliata...)

martedì 8 agosto 2017

L'inspiegabile (!) comportamento del dollaro

Mi scrive un indignato Charlie Brown citandomi un commento del FT:


Eh, insomma, al FT questa deriva del dollaro proprio non se la spiegano. Non riescono proprio a spiegarsi perché il dollaro sia sceso. Chissà, forse potrebbe entrarci il fatto che il Fmi continua a ripeterci che il dollaro è sopravvalutato. Lo aveva detto nel 2016 e ne parlammo a più riprese, l'ultima volta qui. Lo ha ripetuto poco più di un mese fa, confermando una sopravvalutazione del 15% (simmetrica alla sottovalutazione del 15% dell'euro per la Germania). Quindi, uno dovrebbe chiedersi: ma perché mai al FT si stupiscono del fatto che una valuta troppo forte tenda a tornare verso l'equilibrio, a chiudere cioè quello che il Fmi chiama REER gap (scarto fra il tasso di cambio effettivo reale e il suo valore di equilibrio)?

Ma, chissà...

Forse perché non è mai successo? Magari, capita che quando una valuta è sopravvalutata, si rafforzi ancora di più, negando la rilevanza del concettodi equilibrio, e della stessa scienza economica?

Oppure, chissà, magari capita che quando arriva un presidente repubblicano, "libbberista così!", pro market, business friendly, l'economia si ringalluzzisca e quindi (quindi?) il tasso di cambio si rafforzi.

Certo: se le cose funzionassero così, cioè se quando arriva un presidente repubblicano il cambio si rafforzasse, in questo caso i dubbi del FT sarebbero leciti (e i suoi giornalisti sarebbero attendibili).

La storia, che insegna ma non ha allievi, cosa ci racconta?

Ci racconta questo:



In nero avete l'indice del tasso di cambio effettivo reale (narrow definition, fonte BIS), e ho ombreggiato i periodi nei quali gli Stati Uniti hanno avuto un presidente repubblicano. Parto dal Ferragosto del 1971, quello in cui Nixon tirò il pacco che sapete, dichiarando l'inconvertibilità del dollaro. Prima i cambi nominali erano aggiustabili ma fissi (quelli reali ovviamente no, come dovreste sapere e se non sapete chiedete...), quindi le dinamiche erano un po' diverse. Con un'unica eccezione (il primo mandato di Reagan), ogni volta che un repubblicano si è affacciato a governare, il cambio si è indebolito.

Questa regolarità è statisticamente significativa, nonostante, evidentemente, non funzioni per il nostro amico Ronnie (che forse l'economia tanto bene non la sapeva...). Per verificare quanto sia forte, creiamo una variabile che vale uno quando il presidente è repubblicano, e zero in caso contrario (cioè quando è democratico), e vediamo in che relazione è con il tasso di variazione del cambio effettivo reale. La relazione è questa (astenersi non nerd):


Insomma: avere un presidente repubblicano nuoce gravemente al cambio, che perde in media lo 0.25% al mese (è il coefficiente -0.0025 della variabile REP), e la probabilità che questo accada "per caso" è inferiore al 5% (è del 4.84%: sarebbe il famigerato p-value del quale qualcuno ha parlato nei post precedenti e che trovate nella colonna Prob. del tabulato). Inutile dire che questa regressione ha molti limiti: spiega pochissima varianza della variabile dipendente, ha residui potenzialmente autocorrelati, il coefficiente è significativo per il rotto della cuffia, ecc. Non prendetela troppo sul serio.

Ma il grafico è abbastanza eloquente.

Ora uno potrebbe chiedersi: ma perché quando i repubblicani arrivano il cambio si indebolisce? Bè, di un paio di casi abbiamo parlato: il Nixon moment, ad esempio, o gli accordi del Plaza. Ci sarebbe da discuterne.

Ma la vera domanda, per me, è un'altra: come mai i giornalisti del FT si stupiscono tanto di una cosa che il Fmi annuncia da due anni, e che, come i dati dimostrano, regolarmente accade quando la barra la prende un repubblicano? Ecco, questo, veramente, mi lascia sconcertato. Certo, loro non sono in conflitto di interessi. A loro il sistema attuale non piace, e quindi non hanno paura che un rafforzamento dell'euro mandi l'eurozona in cocci, giusto? Perché se invece le cose andassero al contrario, se a loro il sistema piacesse, forse allora si capirebbe perché hanno proposto ai loro lettori una chiave di lettura dei fatti diversa da quella proposta qui fin da ottobre, e (quindi) lievemente distorta!

Come dite?

A loro il sistema piace?

Bè, in questo caso mi dispiace per loro! Con buona pace di quelli che "il cambio non conta", è bastato un piccolo rafforzamento dell'euro per mettere in difficoltà le esportazioni tedesche. Oh, sì, se a loro va male, a noi starà già andando peggio, ed è per questo che il potere fomenta la guerra fra poveri (e quanti di voi ci cascano...).

Ma il "male" loro temo che sia meno sostenibile politicamente del "peggio" nostro.

Staremo a vedere.

giovedì 4 agosto 2016

I disallineamenti dell'euro

Donne, è arrivato l'arrotino...

Twitter è sì una fogna (soprattutto da quando è stata bandita la crociata dei poracci, replica della più nota ma sostanzialmente isomorfa crociata dei pezzenti), ma riserva comunque dei momenti esilaranti. Col poco campo che ho a disposizione dove mi trovo, oggi mi è capitato di travedere questo tweet:


Devo dire di essere prevenuto negativamente verso Oxford Economics. Mi dà, così, dall'esterno, l'impressione di essere una versione ripulita e presentabile (in quanto pseudoindipendente) del nostro Centro Studi Confindustria, quello che ha definitivamente scavato la fossa della propria non preclara reputazione scientifica (è un dato di fatto facilmente verificabile che la sua produzione, a differenza di quella di altri think tank, non finisca spesso in fascia A) trasmettendo questo sproloquio dadaista del tutto scisso da qualsiasi appiglio con qualcosa di almeno lontanamente assimilabile a uno studio scientifico:

Devo dire che il commento di Alessandro Camattari, che non conosco, mi sembra più appropriato di quello pur tecnicamente ineccepibile di Massimiliano Tancioni, che conosco, e che ha dedicato, bontà sua, una articolata confutazione a quella che in tutta evidenza è solo una velina politica, solo per concludere che è una velina politica, cioè (testualmente) che "non c'è modo ad oggi di dire quanto sia 'scientifica' questa previsione". Io stimo sinceramente Massimiliano, e mi limito a dire che se l'animale che ho davanti cammina come un cane, ha la coda come un cane, e soprattutto abbaia come un cane, non gli faccio l'analisi del DNA, anche se il mio mestiere, come il suo, è in effetti fare il coroner (di simulazioni...).

In altre parole: ho il terribile sospetto che una confutazione seria ottenga, in fin dei conti, lo scopo paradossale di legittimare scientificamente quella che altro non è che propaganda politica, dandole un'importanza che non merita (e quindi, forse, Camattari ha fatto prima e soprattutto meglio, in termini di opportunità politica). Detto ancora in altre parole, non sono sicuro che sia proprio necessario riconoscere a chiunque dignità di interlocutore.

(...solo una parentesi per indicare un altro centro studi, questo popolato da scienziati validi, che si produce in veline di basso profilo: quello della Bce. Ciò dimostra che la consistenza scientifica di un centro studi non è condizione sufficiente perché questo rispetti un minimo di deontologia professionale. Temo però che sia condizione necessaria. Nel caso della Bce è del tutto evidente il tentativo di sottrarsi preventivamente alle proprie responsabilità, attribuendo a una nostra presunta inferiorità razziale il fallimento delle politiche da lei imposte ai volenterosi carnefici del PD. Lo scopo, sia ben chiaro, non è dare ossigeno a questi quattro mentecatti, ma evitare di dover fare una palinodia uso Fmi, come quella che ha tanto stupito il nostro amico Ambrose, e della quale qui trovate il testo originale...)

Ma torniamo a Oxford Economics. Nella nostra comunità è entrata di striscio perché un altro amico, Andrea Boltho, al #goofy3 propose un loro studio particolarmente apocalittico come pietra di paragone (benchmark) per valutare le simulazioni sull'impatto di un'uscita dall'euro fatte col nostro modello (qui il filmato, per chi se lo fosse dimenticato), argomentando che le nostre simulazioni (nonostante fossero in linea con alcuni decenni di letteratura scientifica), la facevano troppo facile, perché Oxford Economics (chi?) aveva detto che sarebbe stata una catastrofe... Ora, circa un anno fa vi feci notare che a distanza di pochissimi mesi la stessa Oxford Economics aveva ammesso che l'uscita di un paese messo molto peggio di noi non sarebbe necessariamente stata un disastro. Naturalmente voi, miseri mortali, per abbeverarvi a questo quintessenziale distillato di saggezza economica dovreste pagare una cosa come 1500 euro, ma la sintesi potete averla gratis, ed è che nel 2015 (un anno fa) Oxford Economics si ricordava l'economia che aveva dimenticato nel 2014, dicendola verità scientifica sulla fine delle unioni monetarie, ovvero che essa non è necessariamente un disastro, dato acquisito dalla scienza economica almeno fin dallo studio di Rose che trovate qui.

A me queste intermittenze del cervello (inteso come organo nel quale si può presumere alberghi la fredda razionalità economica) lasciano un po' perplesso. Non so voi, ma io sento puzza di velina quando succede una cosa simile. Ribadisco: magari sarà una mia prevenzione. Ma è la stessa puzza che ho sentito leggendo l'articolo di Bloomberg segnalato da Griever.

Il contenuto è facilmente riassumibile: è un dato di fatto che il cambio dell'euro non può essere corretto per tutti i paesi membri, ma ora, siccome Draghi ha indebolito molto la moneta unica, la "taglia unica" dell'euro sta un po' meno stretta a un numero di paesi maggiore di prima. Questo sarebbe il risultato dello studio di un collega, tale Angel Talavera. Non avendolo mai incontrato nei miei studi, sono andato a vedere chi fosse, e ho trovato sul sito di Oxford Economics un cv consultabile solo a pagamento (ma stasera vorrei andare a cena fuori e preferisco risparmiare), su IDEAS il vuoto pneumatico e su Scholar degli interessanti articoli sul metabolismo delle antocianine nei ratti, scritti però da un altro Talavera, che mi ripropongo comunque di leggere quando vi avrò sotterrato tutti (ho molto tempo a disposizione).

Questo per le credenziali scientifiche.

Breve (anzi, brevissimo) discorso sul metodo
Ora voi direte: "tu hai dovuto difenderti strenuamente da persone che ti attaccavano per il tuo CV e non per i tuoi argomenti: non cadere nello stesso errore!" Ecco, consentitemi di dirvelo: questo buonismo piddino mi ha trifolato le gonadi. Chi mi attaccava per il mio CV e non per i miei argomenti faceva un errore perché il mio CV c'era, anche se i pezzenti intellettuali che ricorderete non avevano gli strumenti culturali e scientifici per leggerlo. La qualità dei miei argomenti discendeva poi naturaliter da due condizioni: la qualità del mio CV e la mia onestà intellettuale. Queste condizioni sono purtroppo richieste entrambe. L'onestà da sola non basta (vi risparmio esempi dei danni fatti nel dibattito da volenterosi dilettanti), come non basta, da solo, il CV. Le credenziali scientifiche specifiche, cioè riferite all'oggetto di indagine de cujus, sono quindi una condizione necessaria, se pure non sufficiente. Lo abbiamo visto nel caso del dottor Giannino, come nel caso di tanti altri miei illustri colleghi suoi ammiratori (poi defilatisi), tutti dotati di credenziali scientifiche aspecifiche, cioè riferite ad altri campi del sapere scientifico, e ai quali quindi abbiamo visto fare delle clamorose figure di palta (le ricorderete, io sono per il parce sepultis).

Io mi occupo di economia monetaria internazionale da trent'anni e ho svariati lavori pubblicati sull'argomento. Se uno non ce li ha, può darsi che dica scemenze. Se uno ce li ha ma è a libro paga, può darsi che dica scemenze...

(...e ci sono mille modi di essere a libro paga: essere associato e voler diventare ordinario, essere un ricercatore e volersi far coptare da qualche illustre rete di ricerca con sede a Bruxelles, essere ordinario e avere allievi associati da collocare, desiderare di essere cooptato in qualche consiglio di amministrazione "pesante", desiderare di ottenere una qualche prebenda governativa ad alto rendimento risk free, ecc. Non devo farvi né altri esempi, né nomi: siete uomini di mondo, molti di voi sono nel settore, fra l'altro tutti voi siete più interessati all'argomento di me, quindi ognuno di voi ha più esempi da farsi di quanti potrei fargliene io...)

Ammettendo quindi che le pubblicazioni scientifiche (che il Talavera pare non abbia, o che comunque sono ardue o costose da rinvenire in rete) siano una condizione necessaria (ma non sufficiente), valutiamo lo studio di Oxford Economics (OE) così come ce lo presenta Bloomberg.

Due lievi imprecisioni
Partirei dai due dati più macroscopici che ne evidenziano il dilettantismo (ovviamente, prendendo per buono il resoconto di Bloomberg).

Il primo è che OE si concentra sul disallineamento nominale bilaterale fra i singoli paesi membri e il dollaro USA: si chiede cioè quanto costerebbe oggi un dollaro in termini delle valute nazionali di Austria, Belgio, Francia, ecc., se questi paesi uscissero dall'euro a un cambio di 1:1, per poi fluttuare sul mercato. Detto in altri termini, per usare il linguaggio di Jacques Mazier e dei suoi coautori, OE si chiede quale sarebbe il disallineamento dei tassi di cambio fra gli "euro nazionali" e il dollaro rispetto ai rispettivi ipotetici valori di equilibrio (domanda alla quale essi avevano risposto a suo tempo nella tavola 7 del loro studio: giusto per sottolineare che in ogni caso OE non sta proponendo qualcosa di molto originale).

Il secondo è che ragiona nei termini assolutamente farlocchi del numero di paesi membri cui un ipotetico cambio EUR/USD andrebbe bene (o "meglio"), senza minimamente riflettere sul peso economico di questi paesi membri.

Si tratta, duole dirlo, di due cialtronate siderali.
Sul primo punto, giova osservare che quale sia il livello degli "euro nazionali" rispetto al dollaro conta poco o nulla nel determinare la competitività complessiva di un paese, e questo per il semplice motivo che gli Stati Uniti, pur essendo un partner importante per i paesi europei, lo sono molto, ma molto meno dei paesi dell'Eurozona. Prendete il caso dell'Italia. La market share degli Usa nel commercio italiano è a una cifra, intorno al 5%. Quella verso il centro dell'Eurozona a due cifre, intorno al 40%. Come si fa anche semplicemente a pensare, per non dire a scrivere, che il nostro problema sia diventare più competitivi rispetto agli Usa svalutando il dollaro?

Mi sembra piuttosto strano che nel 2016 si facciano ancora discorsi simili!

Come abbiamo dimostrato con Christian Alexander Mongeau Ospina nel 2014 prima che i dati ci dessero ragione, era assolutamente ovvio che la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro non avrebbe dato (a noi) alcun vantaggio competitivo: intanto, avrebbe aggravato la nostra bilancia commerciale verso i paesi OCSE, e poi ci avrebbe fatto spendere nel centro dell'Eurozona i pochi soldi guadagnati verso i paesi terzi, lasciando il nostro saldo estero complessivo sostanzialmente invariato. Il nostro problema, evidentemente, è diventare più competitivi (cioè aggiustare i prezzi) rispetto al centro dell'Eurozona.

Sul secondo punto: i paesi dell'Eurozona non sono tutti uguali. In questo momento la Germania, dopo aver sbriciolato il mercato interno dell'Eurozona (cominciando dal proprio), ha per forza di cose orientato i propri flussi commerciali verso i paesi terzi, dove si trova a competere con gli Stati Uniti. La svalutazione dell'euro rispetto al dollaro, che non risolve i nostri problemi per i problemi esposti sopra, attribuisce tuttavia alla Germania un ingiustificato vantaggio sui mercati terzi (come la Cina), vantaggio che preoccupa Stati Uniti e Cina.

(...leggetevi quel cazzo di articolo...)

Dire "bè, però ora che l'euro è calato rispetto al dollaro in fondo le cose nell'Eurozona vanno meglio per un bel po' di paesi" significa fare un ragionamento completamente idiota, che non tiene conto di un dato essenziale: se per far andare il cambio "meglio" per un po' di paesi in più lo si fa andare "troppo bene" per il paese che già stava "troppo meglio", e che è anche il più rilevante in termini di dimensioni, nei fatti si permette a quest'ultimo di praticare una colossale svalutazione competitiva verso la Cina e ai danni degli Usa che compromette la sostenibilità di tutto il progetto europeo (perché gli altri poi reagiscono, cosa da noi puntualmente prevista).

Lo dico in un altro modo: la Cina (e gli Usa) la lieta novella che Malta, Cipro, o la Grecia, potrebbero non essere più molto disallineate rispetto al dollaro se la appendono fra le tombe etrusche e i quadri del Tintoretto, mentre il fatto che un paese che ha il più grande surplus estero al mondo (la Germania) svaluti del 30% non passa loro inosservato (sarete sorpresi!), e non lo considerano un effetto collaterale trascurabile, da sopportare per la soddisfazione di poter rilanciare il turismo in alcune ridenti località del Mediterraneo.


Bene. Credo che questo chiarisca a tutti e anche ad Andrea, se ci legge, il livello dello studio rilanciato da Bloomberg, prodotto da un centro che si fa pagare palettate di euro per dire sesquipedali imprecisioni (mentre a/simmetrie produce ricerca scientificamente ed eticamente integra, e può e potrà farlo solo nella misura in cui continuerà a poter contare su finanziamenti indipendenti: i vostri).

L'economia è una scienza
Che persone prive di pubblicazioni cerchino di farci appassionare a falsi problemi, magari per esigenze di bottega politica, non credo sia una novità: fin qui abbiamo visto tre esempi, e troppi ce ne sarebbero.

Una esternalità negativa di questo modus operandi è che così facendo si scredita la scienza e la professione economica, che sarebbe invece perfettamente in grado di occuparsi in modo sensato di problemi meno fittizi. Uno di questi problemi è appunto quello del disallineamento della valuta dei singoli paesi membri dell'Eurozona, cioè di quanto l'euro sia lontano da un ipotetico valore di equilibrio per ognuno di essi. Mi riferisco, ovviamente, al disallineamento effettivo reale, non a quello nominale bilaterale rispetto al dollaro, che, come ho spiegato, non ha particolare senso analizzare (per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, cos'è il cambio effettivo reale lo abbiamo spiegato qui). Detto in altre parole, più correnti, mi riferisco alla quantificazione del danno che l'adozione dell'euro arreca alla competitività di prezzo complessiva dei paesi membri.

Sarete forse sorpresi dall'apprendere che il disallineamento dell'euro per i singoli paesi membri è ammesso, e studiato in dettaglio, niente meno che dalla stessa Commissione Europea in uno studio, quello di Salto e Turrini (2010), interessante e ben fatto, anche perché offre una rassegna (non completissima, ma utile) degli approcci metodologici più à la page per la determinazione del cambio di equilibrio.

Ve la sintetizzo, estendendola per considerare alcuni approcci che ai colleghi della Bce sfuggono, in alcuni casi perché applicati all'Eurozona posteriormente al loro lavoro. I metodi utilizzati per valutare il disallineamento del cambio effettivo reale cadono in quattro categorie:

1) quelli basati sulla PPP (purchasing power parity), cioè sull'idea che il cambio si aggiusti per riequilibrare scarti fra i livelli dei prezzi nei diversi paesi;

2) quelli basati sul saldo delle partite correnti, cioè sull'indebitamento estero netto del paese, basati sull'idea che il tasso di cambio di equilibrio sia quello che riporta l'indebitamento a zero, o lo stabilizza, o stabilizza il rapporto fra debito estero e PIL (per cui se il saldo delle partite correnti di un paese sta scendendo, o il suo debito estero sta crescendo, significa che il suo tasso di cambio è sopravvalutato);

3) quelli che tengono conto sia dell'equilibrio esterno (pareggio della bilancia dei pagamenti) che di quello interno (piena occupazione), equilibrio riassunto dall'andamento dei fondamentali macroeconomici e analizzato con un modello economico che espliciti la relazione fra fondamentali e tasso di cambio, permettendo così di ricavare un valore di equilibrio per quest'ultimo;

4) quelli che prescindono da un modello economico sottostante e applicano l'approccio del controfattuale sintetico, consistente nell'individuare un gruppo di paesi con caratteristiche simili a quello oggetto di studio, calcolare la media delle sue variabili di interesse, da usare come "benchmark" (il "controllo" o "controfattuale sintetico"), e vedere se a parità di andamento dei fondamentali nel paese studiato e nel "controfattuale sintetico" il cambio del primo è disallineato rispetto alla media dei cambi espressa dal secondo.

Il primo approccio (parità dei poteri d'acquisto) è quello che abbiamo applicato più volte, suscitando la riprovazione dei soliti mentecatti ignoranti i quali, da ignoranti, ignoravano quanto supporto esso abbia non solo nei dati di fatto (cui noi ci riferivamo), ma anche nella letteratura scientifica più avanzata, che, da mentecatti, non erano in condizione di consultare per mancanza di strumenti intellettuali. In particolare, l'articolo di Coakley et al. (2005) conferma la validità dell'approccio che consiste nello stimare il riallineamento potenziale sulla base dei differenziali di inflazione cumulati (e così facendo stronca un bel po' di ditini che ci sono stati puntati addosso). Ricordo anche sempre l'articolo di Lee et al. (2011) il quale ci ricorda che il modello di parità relativa dei poteri d'acquisto (corretto con l'effetto Balassa-Samuelson del quale parlammo qui), indipendentemente dal fatto di essere un modello corretto (cosa che Coakley et al. dimostrano), è in ogni caso quello in cui credono "i mercati", cioè chi fa previsioni a scopo operativo, ed è quindi la più ovvia "ancora" per le aspettative di riallineamento nel caso di una rottura di una unione monetaria.

Il secondo approccio (stabilizzazione del debito estero) è descritto partitamente da Salto e Turrini ma non mi ci soffermo più di tanto, perché ha un limite ovvio, che è poi quello che sfugge ai "bagnailafafacilisti", agli "uscistidasinistra", agli "eurobelloausteritàbruttisti", insomma: a tutte le creature (intellettualmente) deformi che popolano il bestiario medievale del dibattito italiano sull'euro. Il limite è quello di considerare unicamente l'equilibrio esterno, e solo condizioni necessarie. Certo, che il debito estero non diventi un macigno è una condizione necessaria perché le cose non vadano male, ma non è sufficiente, e se per ottenere questo obiettivo (esterno) distruggi un paese (come Monti ha ammesso di aver fatto), perché hai deciso che dell'equilibrio interno (piena occupazione) te ne freghi, diciamo che non hai risolto un gran che (come in effetti noi non abbiamo risolto).

Il terzo approccio (analisi dell'equilibrio interno ed esterno tramite un modello) ha una lunga storia: si va dal FEER (fundamental equilibrium exchange rate) di Williamson (1983), al NATREX (natural real exchange rate) di Stein (1990) (ricordo quando Gandolfo ci lavorava), al BEER (behavioural effective exchange reate) di Clark e McDonald (1998), il cui studio descrive anche la logica del FEER.

Il quarto approccio ha una storia più corta: il riferimento metodologico è Abadie e Gardeazabal (2003).

Ora, come vedete, il problema, nei suoi termini metodologici, è stato ampiamente affrontato, e non esattamente da persone di passaggio o su giornaletti on-line o siti aziendali. Sarebbe molto interessante sapere quale consapevolezza OE abbia di questa letteratura, se la citi, quale approccio usi, perché, ecc., ma le mie aspettative in merito non sono eccessivamente ambiziose.

Ci siamo capiti.


Le risposte della scienza sono coerenti con la realtà
Un dato rilevante è che tutti (dicesi tutti) questi approcci sono stati applicati ai paesi dell'Eurozona, per vedere quale fosse il grado di disallineamento del loro tasso di cambio effettivo reale da un ipotetico equilibrio, e la cosa interessante è che tutti (dicesi tutti) questi approcci, per quanto diversi, dicono sostanzialmente la stessa cosa, come rilevano Salto e Turrini (2010), ovvero che i paesi membri dell'Eurozona hanno un tasso di cambio reale (quella che chiameremmo "competitività") disallineato, in alcuni casi di molto, dal rispettivo valore di equilibrio, e che con l'ingresso nella moneta unica è aumentato il numero di paesi il cui cambio reale è sostanzialmente sopravvalutato (cioè l'euro è diventato "troppo forte" per essi, rispetto al complesso dei loro partner commerciali, inclusi ovviamente quelli intra-eurozona).

Insomma, quello che sappiamo: la moneta comune fra un paese "forte" e uno "debole" avrà un valore medio fra quello delle rispettive valute nazionali, e realizzerà così il sogno di Trilussa: il paese forte si mangerà il pollo, e quello debole sarà il pollo.

Naturalmente, per ovvi motivi politici, Salto e Turrini, lavorando per la Commissione Europea, non possono fornire risultati individuali, cioè dire chi ci sta rimettendo dall'euro (perché ha un cambio reale sopravvalutato, cioè perché l'euro è "troppo pesante" per la sua economia) e chi invece ci sta guadagnando (perché ha un cambio reale sottovalutato, cioè sta praticando una svalutazione competitiva). Essi si limitano a fornire la distribuzione statistica dei disallineamenti calcolata con i vari metodi, e per i paesi dell'Eurozona la vedete riassunta in questo grafico:


(per interpretarlo, se non siete pratici, date un'occhiata qui). Come vedete, procedendo verso destra (cioè verso gli anni più recenti), i disallineamenti manifestano una tendenza crescente (cioè aumenta il numero di paesi dell'Eurozona che diventano meno competitivi perché hanno il cambio reale sopravvalutato), indipendentemente dal metodo di calcolo utilizzato. Noterete che nel periodo 2008-2009 il paese messo peggio ha un cambio reale rivalutato di oltre il 20% secondo l'approccio basato sulla stabilizzazione del debito estero.

Ma di studi ce ne sono molti altri!

Un'analisi dettagliata, basata sul FEER (che Salto e Turrini non considerano), è fatta dal già citato Jacques Mazier, con questi risultati:


Anche qui, si vede l'ovvio: la Germania sottovalutata con punte del 20% nel 2007, l'Italia sopravvalutata di circa il 4% nel 2009, il Portogallo sopravvalutato addirittura al 41% (occhio a come sono definiti i segni).

(...per inciso, in conto "margini della comunità scientifica": conosco Jacques perché ha seguito la tesi di dottorato del mio amico Arsène. Jacques è sempre stato euroscettico, e per questo ostracizzato dalla comunità degli economisti francesi "de sinistra", che però negli ultimi tempi si è scissa su questo tema: ci sono ancora gli imbecilli che "non lo si può dire perché lo dice la Le Pen", i traditori che "però bisogna uscire a sinistra", ma c'è anche tanta brava gente che continua a lavorare, come vi ho raccontato diverse volte...)

Altri amici, Makram el-Shagi e i suoi coautori, hanno applicato l'approccio dei controfattuali sintetici, giungendo a queste conclusioni:

Anche qui, niente sorprendente per chi non sia accecato dall'ideologia: l'Italia è sopravvalutata del 4.52% dall'entrata nell'euro fino alla crisi, mentre la Germania risulta sottovalutata, e dopo la crisi la sua sottovalutazione aumenta (cioè: il paese che già era più forte durante la crisi ha di fatto rafforzato la propria posizione competitiva svalutando in termini reali).

(...sempre dai margini della comunità scientifica: Makram era nel board di INFER, dove ora sono vicepresidente, e Gregor sta organizzando con INFER un seminario sulla fine delle politiche monetarie non convenzionali presso l'Università di Halle, e sono in relazione con lui perché faccio parte del comitato scientifico, il che mi ha costretto a leggere tre interessanti paper dei quali vorrei parlarvi, ma non posso, perché non sono ancora stati pubblicati...)

Questo è lo studio più recente. Ma ce ne sono tanti altri. Ad esempio, applicando il BEER Virginie Coudert et al. (2013) (qui in versione working paper) giungono a questa conclusione:


Il cambio reale dell'Italia sarebbe sopravvalutato del 7% (6.6%), quello della Grecia del 20%.

E così via.

Discussion and robustness check
Come vedete, il fatto che a svariati anni dalla sua introduzione la moneta unica non vada bene per praticamente nessun paese membro è assodato. Del resto, anche se i nostri indecorosi gazzettieri lo hanno spesso negato, gli artefici del progetto, i vari Prodi, Padoa Schioppa, ecc., non lo hanno mai nascosto: l'euro era sbagliato per l'Italia, ma questo "errore" era intenzionale, perché ci avrebbe reso migliori attraverso la distruzione creatrice delle imprese e delle persone non all'altezza della situazione, cioè del cambio sopravvalutato.

Potrete anche notare una cosa: l'entità dei disallineamenti smentisce i sempliciotti catastrofisti. Non si parla di disallineamenti del millemila per cento, ma di disallineamenti sull'ordine delle due cifre.

Va però chiarita una cosa. Tutti questi studi analizzano la questione in termini effettivi, cioè come disallineamento medio di una valuta nazionale rispetto a tutti  i partner del paese. Prendete ad esempio il caso dell'Italia: quando il sogno fascista dei sullodati padri nobili si infrangerà contro i dati (che concordemente lo condannano) ognuno se ne andrà valutariamente per la sua strada (che è condizione necessaria perché si possa pensare di restare politicamente uniti), e allora noi ci riallineeremo al ribasso verso la Germania, ma molto probabilmente la Grecia si riallineerà ancor di più al ribasso verso la stessa Germania, e quindi noi in effetti rivaluteremo verso la Grecia (e probabilmente anche verso Portogallo e Spagna). Quando la Coudert o El-Shagi danno sopravvalutazioni dell'Italia un po' sotto al 10%, non intendono che noi dovremo svalutare del 10% rispetto al nuovo marco: intendono che i vari riallineamenti al ribasso e al rialzo avranno un impatto effettivo (cioè medio) intorno al 10%. L'idea di una "Italietta" che precipiterà in un gorgo senza fondo è completamente imbecille (come i cialtroni criminali che l'hanno riproposta nel corso degli ultimi anni). Purtroppo c'è chi sta peggio di noi, e comunque (in questo OE ha ragione) abbiamo ormai tanto svalutato rispetto al dollaro che è difficile che gli Usa ci lascerebbero cadere molto di più, se noi uscissimo.

Resta il fatto che per dare una valutazione accurata degli effetti di una rottura dell'Eurozona più che i risultati effettivi contano quelli bilaterali: se hai dei debiti governati dal diritto estero (e quindi non ridenominabili) nei confronti della Germania, te ne frega anche poco di sapere che in media svaluterai solo del 10% perché rivaluterai rispetto a Malta! Devi sapere di quanto svaluterai rispetto alla Germania, perché è a lei che devi restituire il tuo debito (rivalutato per effetto delle svalutazione: preciso ancora che mi riferisco ai debiti under foreign law, che in Italia sono meno che altrove, come credo sappiate).

Stranamente (si fa per dire) una valutazione accademica dei potenziali riallineamenti bilaterali manca. I motivi credo siano sostanzialmente di ordine politico: meglio non parlare di ciò di cui non si deve parlare. Per quanto ne so io, un lavoro simile è stato fatto solo da uno studente di master dell'Università di Oslo. Il giovine, prima di essere dato in pasto ai narvali, ha replicato i calcoli di Salto e Turrini e calcolato i disallineamenti bilaterali fra i vari paesi membri e la Germania, e vedete che qui la musica un po' cambia:

Il disallineamento dell'Italia rispetto alla Germania sarebbe arrivato a quasi il 20% nel periodo della crisi, ed è previsto al 12% da qui al 2018 (il doppio di quello che risulta dalle altre analisi), ma a Portogallo e Grecia va peggio di noi, come vedete, e, non sorprendentemente per noi, va peggio nel prossimo futuro anche a Austria, Belgio, Finlandia e Francia: tutti paesi ex virtuosi ma che ora si trovano col cambio sopravvalutato in termini reali perché "non hanno fatto le riforme" (cioè non hanno tagliato i salari rispetto alla Germania).

Che bel quadretto!

Vi fa capire perché in Belgio si troncano di mazzate come in Francia (anche se nella serva Italia nessuno ve ne parla), perché in Austria eleggeranno un nazista, e perché la Finlandia vuole uscire dall'euro (a proposito: al #goofy5 ci sarà l'autore di questo interessante testo).

Naturalmente questi risultati bilaterali sono di un certo interesse, ma non sono immediatamente utilizzabili nel nostro modello, che disaggrega il commercio dell'Italia fra sette gruppi di partner: il centro dell'Eurozona, la periferia dell'Eurozona, gli Stati Uniti, gli altri paesi europei, i BRICS, l'OPEC e il resto del mondo. Le quote di mercato di questi gruppi di paesi sono molto diverse, ed è verosimile che saranno piuttosto diversi anche i riallineamenti. Al convegno INFER di Reus Christian Jensen, che era il discussant del nostro paper sull'uscita dall'Eurozona, ci ha fatto notare che secondo lui le ipotesi di riallineamento che facevamo (prese sostanzialmente dallo studio di Bootle) erano ad hoc e andavano motivate meglio. Lo abbiamo fatto, stimando un BEER col database del nostro modello. Il risultato è che l'Italia ha un disallineamento reale del 10% in termini effettivi. Naturalmente ora voi vorreste anche sapere quale sia il disallineamento rispetto al centro dell'Eurozona, alla periferia, e agli Stati Uniti...

Ma questo non ve lo dico: prima lo pubblichiamo con #pirreviù, e poi ne parliamo. Sapete com'è: sono sotto concorso, e per me, che non sono esattamente il prototipo dello yes men lacchè eurista, la strada è tutta in salita (non invidio i commissari che dovranno valutarmi)...

Conclusioni
Nonostante questo mi ha fatto piacere dedicarvi un po' di tempo, per condividere con voi qualche risultato delle mie ultime ricerche, e ribadire qualche concetto cui tengo particolarmente: il primo è che la scienza economica non è quel coacervo di pregiudizi ideologici e di farneticazioni astrologiche che i nostri media hanno interesse a propinarvi. L'economia si occupa di problemi che interessano anche voi, e lo fa in modo rigoroso e quantitativo, giungendo a risposte che non violentano l'evidenza. Il secondo è che fuori dalla serva Italia tutti sostanzialmente ammettono che l'euro è un esperimento fallito, anche quando tentano di difenderlo, un po' goffamente, come gli arrotini di OE. Il terzo è che a/simmetrie fa scienza ed è spesso in anticipo sugli eventi perché è mainstream. Sono fuori dal mainstream, perché hanno voluto esserlo, i colleghi che per motivi di interesse venale o di carriera hanno difeso un progetto che la scienza economica aveva condannato.

A questo proposito, mi scuso con eventuali nuovi arrivati che talora trovassero i miei toni poco accademici. Ricordo solo che chi ha ucciso la verità, mentendo sui dati di fatto, ha ucciso anche tante imprese e tante persone. Capisco che per chi poco sa e nulla vuole capire questo non sia motivo di indignazione. Per chi, come me, avendo decenni di esperienza di ricerca specifica nel settore, è in grado di comprendere l'assurdità del progetto e l'enormità delle stupidaggini propalate nel dibattito, è estremamente difficile mantenere la calma. Ormai l'euro è un caso psichiatrico. Se guardate la mia tweet line ne avrete conferma. Credo che il momento della verità si avvicini, e in quel momento ci ricorderemo della petulanza e della malafede di chi, ostacolando la diffusione di un messaggio equilibrato, ha creato i presupposti per una risoluzione violenta della crisi. Chi ha fatto (e sta facendo) così, arroccandosi dietro una pretesa "libertà di opinione" che è ormai sistematica libertà di menzogna su dati fattuali e di violazione della deontologia professionale, si è preso una pesantissima responsabilità politica della quale si dovrà evidentemente tenere conto.

Ma ce ne occuperemo a suo tempo, o, meglio ancora, se ne occuperà Lui...


(...et ego retribuam in tempore...)

sabato 9 gennaio 2016

Il buono, il brutto e l'azero

L'Azerbaijan...

Siete sicuri di sapere dov'è? Perché è un pochino passato di moda, per sua fortuna. Ne sentivamo spesso parlare quando c'era la guerra (sapete, quel problemino col Nagorno-Karabakh?). Comunque, per rinfrescarvi la memoria (ma non l'alito) c'è sempre Wikipedia. Sì, è quello stato che sta (in effetti, se è uno stato, a ben pensarci cos'altro dovrebbe fare?...), aspetta: diciamo così: è quello stato posto a sud del Caucaso, cioè in quel posto, sul Caspio, non si capisce bene se in Europa o in Asia (diciamo che sta in Eurasia, così son tutti contenti).

Oh, beninteso: per quanto io possa essere enciclopedico, tutte queste cose in effetti le so per caso. Un mio amico ha scritto questo (e io me lo sono anche letto. Peraltro, non vi farebbe male, anche se capisco che possiate avere altre priorità). Poi mi è capitato di assegnare una tesi sui gasdotti a una giovine tanto bella quanto brava (quanto dissoltasi nel nulla: ma son sicuro che avrà trovato la sua strada perché meritava). Poi, come dire, sono uomo di mondo, ho fatto il militare a Torricola, quindi sono in grado di  bluff my way in geography (ma quando c'è il mio ex-direttore di dipartimento in giro se posso evito, perché lui geografo lo nacque - e se vede che mi allargo, mi restringe subito...).

Ciò posto: a noi di un paese cosa interessa?

Ma, ad esempio, se vogliamo capire come butta, i saldi settoriali, no? (Li abbiamo visti migliaia di volte: per la Grecia, per la Francia, per la Slovenia, ecc.).

Ecco, quelli azeri fanno così:


Eh, voi ormai avete l'occhietto esperto (anche se qualcuno qui ha detto qualche lieve imprecisione, ma passons...). Non devo quindi spiegarvi la feature, o meglio, l'"er fatto stilizzato" più evidente del grafico! Non avete certo bisogno di me per notare il current account reversal, cioè il cambiamento di segno nell'indebitamento/accreditamento estero. Quando si verifica? Nel 2005, quando la linea verde, che rappresenta il saldo finanziario del resto del mondo verso l'Azerbaijan, da positivo diventa negativo. Attenzione: quello è il saldo del resto del mondo verso l'Azerbaijan. Significa quindi che il resto del mondo passa da una situazione di surplus verso l'Azerbaijan a una di deficit, cioè che l'Azerbaijan passa da una posizione di deficit verso il resto del mondo a una di surplus, cioè che il mondo smette di prestare soldi all'Azerbaijan, ovvero che l'Azerbaijan smette di indebitarsi col resto del mondo.

Ce semo?

Per i feticisti del debitopubblico: notate la linea rossa (saldo di bilancio pubblico). Per buona parte del periodo considerato l'Azerbaijan è stato "close to balance or in surplus", come Europa comanda.

Ce ri-semo?

Ovviamente queste configurazioni dei flussi si rifletteranno sugli stock. Cosa ci aspettiamo di trovare? Un rapporto debitopubblico/Pil basso, e un rapporto fra posizione netta sull'estero e PIL che prima si deteriora pesantemente (nel periodo in cui il mondo presta e gli azeri si indebitano, cioè fino al 2005) e poi migliora rapidamente, nel periodo in cui gli azeri restituiscono (vanno in surplus) e poi prestano.

E infatti:


Il debito pubblico, quando è majala ma di molto, a stento arriva alla metà della soglia di Maastricht (in effetti, è praticamente sempre sotto al 30%). La posizione finanziaria sull'estero va da una situazione debitoria netta di oltre il 100% nel 2004, a una situazione creditoria netta di quasi il 100% intorno al 2011 (data alla quale terminano i miei dati, che vengono da qui e successivi aggiornamenti).

E voi direte: ciclo di Frenkel!

Bè, no, non proprio. Diciamo che il manat ha avuto una storia burrascosa, ma in effetti in un intorno sinistro del 2004 (cioè, per i diversamente differenziali: prima del 2004) era stato piuttosto stabile e anzi si era rafforzato, andando nel 2005 a 4591 vecchi manat sul dollaro (cioè a 4591/5000 = 0.9182 nuovi manat), e il disegnino qua sotto:

(tratto da qui) ci mostra che nel 2006 era ancora lì, e dal 2007 al 2015 si era andato rafforzando (occhio, lo dico nel caso passino da qui Bisin o altri influencer minori: la quotazione è ovviamente incerto per certo, cioè Local Currency Units (LCU) per USD, cioè manat per un dollaro, e quindi se scende vuol dire che ci vogliono meno manat per un dollaro, cioè che il manat si rivaluta. Lo specifico, così evitate di fare figuracce come questa).

E quindi?

E quindi questi fatti mal si sposano con la narraFFione del ciclo di Frenkel, che è quel particolare tipo di ciclo minskyano che si presenta quando un paese si trova ad avere un cambio reale sopravvalutato perché ha "peggato" il proprio cambio nominale su una valuta forte (sarebbe "agganciare a", ma i fighi dicono "peggare su": lo dico per far partire un embolo a Fausto, lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché), e gli afflussi di capitale estero (incoraggiati dalla credibilità del cambio fisso) gonfiano l'economia del paese facendo crescere i prezzi e quindi deteriorare la competitività.

In questo caso, che, come sapete, è il nostro, normalmente la soluzione è quella di sganciarsi, e normalmente in seguito allo sganciamento il cambio si svaluta, il che riporta in equilibrio i conti con l'estero (perché ripartono le esportazioni e sono scoraggiate le importazioni, secondo un meccanismo che abbiamo descritto in dettaglio ad esempio qui).

Ma...

Ma...

Ma...

Ma nel caso dell'Azerbaijan vediamo che il reversal dei conti con l'estero si manifesta in concomitanza con un rafforzamento, non con un indebolimento, della valuta...

Com'è possibile che i conti esteri migliorino se il cambio nominale si rafforza?

Aspettate, buoni, calmi, non ditelo, no, fermi, non ditelo, non fate come quelli fighi, quelli che per fare i professionisti usano parole che non capiscono, dai, almeno voi, resistete, vi prego, no...

Ecco.

Lo sapevo.

L'avete detto.





Ma io vi avevo avvertito! Non parlate di tasso di cambio reale se siete beati, geometri quasi economisti...

Sì, lo so, qualcuno ha pensato: vabbè, il cambio nominale si è apprezzato, ma quello che conta è il cambio reale, e quindi può benissimo darsi che quest'ultimo si sia deprezzato, magari perché l'inflazione altrui è cresciuta molto, o perché l'Azerbaijan ha moderato salari e prezzi (se non capite è perché non vi leggete tutti i link, quindi fondamentalmente sono cazzi vostri ma io sono gentile e vi ricordo che la spiegazione è qui).

Ah sì?

E allora vi faccio vedere anche il cambio reale, volete?

(robba bbona, viene da qui).

"Come come? Durante il reversal, nel periodo in cui i conti esteri drasticamente migliorano, e il paese rientra di un debito estero pari al 100% del PIL, fra il 2004 e il 2008, il tasso di cambio reale si sarebbe apprezzato del 78%? Ma è follia! Allora ci hai sempre mentito, allora la rivalutazione fa bene ai conti esteri e all'economia, come diceva Fubini, e infatti guarda in Svizzera!"

Ops...

No, in Svizzera no.

Allora, ve la piantate di ragliare (e, in nome di Dio, di perder tempo con i reietti raglianti su Twitter, che non fanno ridere), e mi state a sentire, che è meglio?

Perché qui continuiamo a ragionare come se la Svizzera fosse uguale all'Azerbaijan. Ma qualche differenza c'è. Ad esempio, in Svizzera le montagne sono più alte. Ma in Azerbaijan c'è più petrolio.

Dai, che ci state arrivando...

Per memoria, questo è il grafico del prezzo del petrolio negli ultimi anni:


Guarda un po', fra 2004 e 2008 passa da 37 a 97 dollari al barile (quella che vedete è la media di Dubai Fateh, Brent, e Western Texas Intermediate). Ora, voi capirete che se siete un paese piccolo, le cui esportazioni per il 90% constano di petrolio, un aumento del 160% del prezzo di quello che esportate tanto male non vi fa.

"Ma come! E la legge della domanda e dell'offerta!? Ma se una cosa costa di più, se ne domanda di meno....".

E chi l'ha detto?

La storia dell'umanità è piena di cose che continuiamo a domandare quale che ne sia il prezzo: una è appunto il petrolio, e l'altra ha una storia più lunga e non la nomino per pudore. Si dice in questi casi che la domanda è rigida, ma non nel senso che pensate voi: nel senso che non è elastica al prezzo.

Ne consegue un fenomeno interessante, ma noto agli specialisti, e per loro non particolarmente sorprendente. Siccome la domanda del prodotto che esportano è rigida al prezzo, nei paesi petroliferi le condizioni di Marshall-Lerner tipicamente non valgono (nell'aggregato), cioè (nell'aggregato) una rivalutazione del cambio reale fa migliorare anziché peggiorare i loro conti esteri.

Un esempio? Bè, ci sarebbe la produzione scientifica del guru. Guardate come si comportano i paesi dell'Africa sub-sahariana (che se non esportano petrolio, sono comunque prevalentemente esportatori di prodotti del settore primario, non manufatti):

Vedete?

Le elasticità ai prezzi relativi (tasso di cambio reale) sono piuttosto piccole sia per l'import che per l'export. Ad esempio, se consideriamo quelle verso i paesi emergenti asiatici (DA, Developing Asia), vediamo che la somma delle elasticità import ed export (in valore assoluto) è 0.06+0.56 =0.62<1, per cui le condizioni di Marshall-Lerner non sono rispettate e una svalutazione del cambio reale fa peggiorare la bilancia dei pagamenti.

È strano? No. È petrolio. Tant'è vero che, se ci fate caso, in questi paesi normalmente si divide l'analisi fra settore oil e non-oil (come feci anch'io quando me ne andai in CEMAC), e il settore non-oil di solito si comporta normalmente. Basta tornare alla Figura cortesemente fornita dai nostri amici di Washington (il box 1 qua sopra). Le esportazioni "non-oil" sono la linea nera, e guarda caso precipitano quando il cambio reale (spezzata rossa) si impenna (cioè si rivaluta, perché il cambio reale è sempre certo per incerto: prezzi nazionali su prezzi esteri).

Solo che...

L'Azerbaijan ha il male olandese, che non è, nonostante le recenti vicende, la stronzaggine. Le materie prime energetiche fanno quasi il 90% delle esportazioni. Quindi, anche se gli studi ci dicono che:


(le elasticità export del non-oil sono maggiori di uno, e quindi il commercio non-oil rispetta per definizione le condizioni di Marshall-Lerner), però sappiamo anche che:


cioè l'elasticità delle esportazioni di petrolio al cambio nominale è negativa (quando il manat svaluta, azn_usd cresce, e il rapporto oilexct/azn_usd scende, con un impatto (negativo, visto che scende!) di 0.894 nel breve e 0.888 nel lungo periodo).

Sì, lo so, non è semplice. Mi rendo conto, è il primo ECM che vedete...

Ma è il mio lavoro e siete voi che mi chiedete di parlarne. Io mi ben guardo di reciprocare...

Capisci che se sul 90% dell'export succede una cosa simile, evidentemente il fatto che sul 10% dell'export succeda il contrario non cambia molto il risultato aggregato.

In un paese petrolifero Marshall-Lerner non funziona punto.

Ne consegue, quindi, che un apprezzamento del cambio reale indotto da un aumento del prezzo dei beni esportati (petrolio) porterà in surplus le partite correnti e quindi farà apprezzare anche il cambio nominale, mentre un deprezzamento del cambio reale indotto da un calo del prezzo dei beni esportati (petrolio) porterà in deficit le partite correnti e quindi farà deprezzare anche il cambio nominale.

Questo è quello che è successo quest'anno: nei due grafici sopra vedete il tuffo del prezzo del petrolio, vedete che quindi il surplus verso l'estero (deficit dell'estero) sta convergendo a zero (si sta riducendo), e vedete anche che quindi nell'ultimo anno il manat ha ceduto due volte.

È una cosa del tutto fisiologica, per quanto, ovviamente, traumatica (per capirci: anche un parto è fisiologico ma traumatico - spesso tanto più quanto più è fisiologico), e viene a valle di una catena causale innescata da un evento esogeno (perché il prezzo del petrolio non lo fa un paese solo, né tanto meno un paese piccolo come l'Azerbaijan...).

E qui arriva Tuco Scacciavillani. Leggetevi questo suo tweet:

No, direi proprio di no. Io ho scritto un paper in fascia A per ricordare che i paesi petroliferi vanno in merda quando il prezzo del petrolio scende! (per i curiosi: lo Zambia ha problemi - ricorrenti - col prezzo del rame, ma il Khazakistan è un paese petrolifero...). Quindi cazzo c'entro io?

Però, come dire, anche se sicuramente le cose non stanno come le mette la propaganda di regime, ovviamente non stanno nemmeno come le mette la propaganda di regime, che Tuco ecolalicamente ci pedissequava nel suo tweet acidulo come il gesso sulla lavagna, tant'è vero che:


Mica male per un paese che secondo Tuco sarebbe in dissesto!

Povero Tuco...

Tu pensavi che gli azeri fossero sudisti, ma poi loro si sono scrollati la sabbia dalle uniformi, e si sono comprati un pezzo di Milano da bere.

Certo, loro non devono essere dei gran fulmini. Fare un investimento immobiliare in Italia proprio ora, col casino che sta per succedere, è una cosa che non pensavo potesse venire in mente nemmeno al loro vicino di casa...

Però, anche tu, caro Tuco Scacciatestesso!....

Non so come dirtelo...

Il tuo Dio, il mercato è visibilmente con noi, perché quelli come te se li magna e se li ricaca nel breve volgere di quattro giorni: quelli che passano dal tuo tweet strafottente verso gli azeri, alla notizia che questi du' spicci da parte ce li hanno. Perché ce li hanno, e tu dovresti saperlo: non sei nel settore oil? Ma certo che se di paesi petroliferi sai così poco, i tuoi datori di lavoro rischiano di essere presto scontenti di te.

Tuco, lo dico per te. Io, in fondo, ti voglio bene, anche se tu non mi stai mai a sentire quando ti spiego i fondamentali:


Il Signore, Tuco, facendo comprare al fondo sovrano azero il prestigioso immobile meneghino, ti ha mandato un avvertimento. Smettila di dire stronzate. Torna sui libri, studiati non dico il Blanchard-Fischer, ma almeno il Dornbusch-Fischer. E soprattutto, quando scrivi, non arrischiarti sul registro ironico. Sei lassativo, scusami se te lo faccio notare, tanto più che dici un fracco di castronerie! Guarda qui, ad esempio, cosa scrivevi lordando la stessa pagina che io impreziosivo del verbo fidelis ac verum:

"La Federal Reserve al posto della rete elastica ha piazzato vasche di liquidità"... "Gli investitori trapezisti..." "Trascurare i rischi delle acrobazie non significa esorcizzarne la materializzazione..."

Ussignùr...

Che rigoglio di acrobazie stilistiche! Che florilegio di ardite metafore!

Non c'è che dire!

Scrivi come proprio Proust, ma come Proust quando vuole asfaltare gli intellettuali di secondo rango, quelli che aspirerebbero al bello scrivere, ma, come te, non ce la fanno proprio, perché pretenziosi, autocentrati, e sostanzialmente stitici. Non te la prendere: sei solo un economista. Non omnes possumus omnia.

Certo, anche come economista talora dici un sacco di minchiate: non offenderti, è un dato di fatto.

Esempio: per te il Brent a un quarto del prezzo del 2014 (cioè intorno ai 30 dollari, più o meno dove tende adesso) avrebbe dato "uno stimolo 3 o 4 volte maggiore" (non si sa né di cosa né a cosa, perché la tua sintassi non è smagliante come il tuo sorriso, ma passons...). Ma allora com'è che tutti si lamentano del fatto che il prezzo del petrolio troppo basso crea problemi? E quando dico tutti, non mi riferisco al gemello diversamente intelligente di Robin Williams (uno che come te sull'inflazione non ha le idee chiare, e infatti si sta coprendo di guano), ma a decine di imprenditori che conosco (perché io non vivo, come te, nel mondo dell'alta finanza, ma nel mondo dell'economia reale, sai, di quell'economia italiana di provincia dove ci sono ancora tante aziende che fanno il culo al resto del mondo...).

Perché forse, leggendo questo post, caro Tuco, una cosa l'avrai capita, che potrebbe esserti utile nel tuo lavoro: un paese petrolifero, quando il prezzo del petrolio scende, si trova in difficoltà. Non ci avevi mai pensato, eh? Bè, non è mai troppo tardi, lo spirito di questo blog è questo. E ora fai un altro sforzettino. Da quando noi abbiamo deciso di suicidarci con l'euro che tanto piace ai dilettanti di economia, dove vendiamo? Nei paesi emergenti, che, se non esportano petrolio, campano comunque su altre commodities (come dite voi fighi), i cui prezzi sono tirati giù dal calo della domanda (e dal calo del prezzo del petrolio). In quei paesi, quindi, le cose non vanno bene quando il prezzo del petrolio e delle commodities scende. Insomma, siccome non c'è solo la Cina, ma c'è (anzi, c'era) la Libia, c'è (ancora per poco) l'Ucraina, c'è il Venezuela, ecc., ti assicuro che nei posti dove si lavora (scusa se ho detto questa parolaccia) ci sono fior di imprenditori che preferirebbero pagare la benzina dieci, ma anche cinquanta centesimi in più al litro, pur di veder pagate dall'estero le loro fatture.

So che questo per te non è un problema: tu non fai impresa, ti limiti a smerdare (e disinformare) chi la fa, dandogli dell'improduttivo, dell'incapace di innovare, del retrogrado: insomma, il mantra della cordata voce.info-Bocconi-Sole24Ore-Confindustria. Finché agli imprenditori andrà di farsi insultare, e di tener su coi loro soldi la baracca di chi li dileggia...

Ma credimi, Tuco, tiratene fuori da quel brutto giro. Noi qui ti vogliamo tutti bene, perché di risate ce ne hai fatte fare tante.

Il segno che il Signore ti ha mandato accettalo, e regolati di conseguenza. Se vuoi fare lo spiritoso, prosegui pure. Ritenta, sarai più fortunato, ma lascia in pace la mia università. Sai, la pacchia non durerà per sempre. Le cose andranno come dico io, e non posso credere che tu non lo sappia. Resta il fatto che se io sono il buono, tu, purtroppo, sei il brutto: un po' perché ti ci dipingi, e un po' perché è andata così. Quando le cose andranno come dico io, per chi mi ha insultato gratuitamente la situazione oggettivamente peggiorerà (per quanto sia forte e determinata la mia volontà soggettiva di restare sereno e indifferente). Certo, tu te ne stai... dov'è che stai? Insomma, giù al caldo, non so bene dove. Ma è un posto pericoloso! Metti che l'Iran si fa rodere il chiccherone contro l'Arabia? Non capita, ma se capita? Poi ti tocca tornare qui, dove tutti ti riderebbero dietro, ricordandosi quante ne hai dette...

Io, fossi in te, accoglierei con animo pio lo stop loss che il Padreterno ti ha inviato, e inizierei a darmi una calmata. Hai visto Plateroti? Ecco, fai come lui. Una faccia, una razza. Sta cominciando a dire cose sensate. Pensa! Oggi ha detto perfino "sovranità"! Non è difficile. Provaci.

Ma prima scava...