Visualizzazione post con etichetta Bretton Woods. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bretton Woods. Mostra tutti i post

domenica 11 marzo 2018

Il cambio fisso e i suoi correttivi (lettere dal mercato unico)

(...vi aspettavate il post politico, vero? E invece no: per dispetto, ve ne offro uno tecnico...)


C'è un modo fastidiosamente truffaldino di raccontare Keynes, quello adottato da certi intellettuali della Magna Grecia senza arte e con molta parte che ci siamo lasciati parecchie leghe indietro (ma in realtà ne è bastata una, di Lega, per consegnarli alla Gehenna, dove è pianto e stridore di denti): quello secondo cui la costruzione dell'Eurozona sarebbe keynesiana perché Keynes era per i cambi fissi di Bretton Woods.

Chi ragiona così prende due piccioni con una fava (se stesso): dimostra cioè di non conoscere né Keynes, né Bretton Woods, e questo per due ben precisi e individuabili motivi.

Non conosce Keynes, perché la proposta di Keynes, come vi ho spiegato diverse volte (gratis qui) prevedeva, fra le tante cose, che gli squilibri inevitabilmente prodotti dai cambi fissi venissero penalizzati in maniera simmetrica, scongiurando quindi tentazioni mercantilistiche (ovvero, la tentazione di esportare sistematicamente più di quanto si importa). Ventidue anni prima di Bretton Woods, del resto, Keynes era stato piuttosto esplicito nel dire che comunque i cambi flessibili erano un meccanismo di aggiustamento superiore, perché alla deflazione (taglio dei salari) era senz'altro preferibile la svalutazione (un discorso che abbiamo iniziato ma non concluso qui).

Non conosce Bretton Woods, perché anche il sistema di Bretton Woods prevedeva un importante correttivo agli squilibri di bilancia dei pagamenti. Quale? Ma è semplice: il controllo dei movimenti di capitali. Insomma: la famigerata "repressione finanziaria" di cui qui tante volte abbiamo parlato.

In che modo la repressione finanziaria tutela i paesi dagli squilibri di bilancia dei pagamenti? Ma, sostanzialmente perché se i capitali non sono totalmente liberi di muoversi da un paese all'altro, se i loro spostamenti sono disciplinati, il governo ha la possibilità di fissare il tasso di interesse, e quindi di stimolare o frenare la propria economia, e, soprattutto, di determinare il costo del proprio debito (ovviamente, di quello collocato sul mercato interno). Quindi, se il resto del mondo va in recessione, ma non puoi svalutare, puoi però rilanciare l'economia con politiche monetarie espansive senza che i capitali defluiscano all'estero (deflusso di capitali significa Ideal Standard, significa Brioni, significa Honeywell, significa Embraco: il capitale va altrove e lascia il "fattore lavoro", cioè i disoccupati, a te). Al tempo stesso, con apposite restrizioni valutarie, puoi governare i flussi di import/export (se non ti do la valuta per acquistare un prodotto estero devi acquistare un prodotto italiano e quindi generare reddito e occupazione in Italia).

Le cose che si potrebbero fare sono tante, e i paesi che le mettono in pratica sono tanti, come anche qui abbiamo imparato, leggendo gli studi del Fmi (andate a vedere come è classificata la Germania).

Noi, però, i Leuropei, la razza eletta che con empito prometeico si è data il compito di forgiare una forma di governo che nessun'altra accolita di paesi liberi aveva mai pensato di potersi dare, noi, questi controlli, in Leuropa, non possiamo praticarli.

Il Single European Act del 1986 (entrato in vigore nel 1987, avviando un processo che si sarebbe completato nel 1992) trasformava la Comunità Europea in un mercato unico. E cos'è un mercato unico? Il quarto stadio di integrazione economica, che si ottiene quando a una unione doganale (cioè un insieme di paesi che non hanno barriere doganali al proprio interno e hanno una politica tariffaria comune verso l'esterno), si aggiunge la libera circolazione dei fattori produttivi: capitale e lavoro. Dal 1992 i controlli dei movimenti di capitali sarebbero stati eliminati. Noi, in verità, li eliminammo dal 1990. Ottima scelta! Proprio in quel periodo la Germania aveva bisogno di tassi elevati per finanziare la propria riunificazione, mentre a noi facevano comodo tassi bassi per rifinanziare il nostro debito pubblico elevato per i noti motivi (divorzio Tesoro-Banca d'Italia). La scelta era fra lasciare che i capitali defluissero dall'Italia, o lasciare che diventassero più costosi per il governo italiano. La conseguenza fu la crisi del 1992.

Tutta roba che ci siamo lasciati dietro le spalle, naturalmente.

I soloni dei giornali di regime vi diranno che oggi (?) c'è la globalizzazione (?) e quindi non è possibile rifugiarsi nell'autarchia (?) anche perché siamo troppo piccoli (?) e quindi non possiamo opporci alla tendenza all'apertura (?) che caratterizza l'economia mondiale (Trump, che è uomo di mondo, la sta interpretando alla perfezione)...

E, se in trasmissione non ci siamo io o Claudio Borghi, a questi bei tomi nessuno ride in faccia (ma ora c'è un nuovo sceriffo in città, e presto se ne accorgeranno: quanto a Siri, lui, Armando, è troppo un signore e si contiene...).

Perché rido in faccia a questi cialtroncelli? Semplice. Perché purtroppo, e sottolineo purtroppo, l'apertura di questo blog ha portato alla mia conoscenza tante cose che avrei preferito evitare di conoscere. Non parlo solo delle sofferenze che condividete con me e dello sfacelo che i nostri governi hanno fatto del nostro paese. Parlo anche e soprattutto della consapevolezza ormai assoluta e totale che i media ci forniscono sistematicamente una visione travisata della realtà, il cui risultato, se non il cui scopo, è quello di impedirci di reagire come popolo italiano alle ingiustizie e alle vessazioni cui veniamo sottoposti.

(...apro e chiudo una parentesi politica, dopo avervi dato nel blog innumerevoli esempi in materia economica: qualsiasi cosa i media vi dicano della Lega in questo momento è falsa, per il semplice motivo che siamo gli unici che allarmino chi li controlla, come si è visto qui. Quindi fategliela dire, sorridete e annuite cortesemente, e poi interpretate al contrario quello che vi viene detto...)

A titolo di ulteriore esempio di questa pervasiva e truffaldina distorsione della realtà, condivido con voi una lettera che mi viene da uno de passaggio che oggi è in America Latina, perché le piccole imprese non sono produttive e non si aprono al commercio estero e via scemenzando (ma questo è un altri filone di scemenze da bar: restiamo sul discorso dei capital controls che non si possono fare perché autarchiabbrutta e italiettapiccola...).



A: amministrativa@unodepassaggio.it

Da: amministrativa@paesepiùpiccolodellitalia.gr

Data: 23/02/2018 02.31PM

Oggetto: Order No: 666 - Payment

Dear Gesualda,

Thank you very much for the explanation.

Customer made the transfer. Because of the capital controls he was not able to send the total amount, as there is a monthly allowed limit which he has exceeded. Beginning of March he will be able to send the remaining amount (about €45)

As soon as we receive the bank documents we will let you know.

Wishing you a lovely day,

Best regards


Chiara la solfa? La Grecia (paese più piccolo dell'Italia, se il mappamondo non mi inganna) continua ad applicare controlli ai movimenti di capitali, e questo a vari scopi, fra i quali quelli di gestire i flussi di importazioni (del resto, se avete letto Stiglitz avrete visto che anche lui fa una proposta del genere, ma molto più farlocca). Non potendoli controllare, come sarebbe naturale in un mercato, col prezzo della valuta, li controlla in via amministrativa, lesinando la liquidità necessaria (in questo caso l'importatore aveva sforato di 45 euro e l'esportatore italiano è rimasto col cerino in mano: piccolo, ma per sempre un cerino).

Quindi?

Quindi questo.

Il controllo dei movimenti di capitali, additato, insieme al finanziamento monetario degli investimenti pubblici (cui tanto dovremo arrivare), come retaggio di un passato di scialacquamento e di immoralità nella condotta della politica pubblica, è prassi corrente dentro un mercato unico, in una unione nella quale in teoria merci, servizi, lavoratori e capitali dovrebbero fluire come linfa in un albero a primavera, e invece... invece no: i movimenti di capitali possono essere controllati indipendentemente dalla dimensione del paese (li ha controllati Cipro, li controlla la Grecia, ma anche la Germania, come avrete visto, non è considerata paese aperto nella classificazione dell'IMF, il che è perfettamente sensato, perché da sempre chi è più potente si protegge e lascia che siano gli altri ad aprirsi - vedi alla voce Trump), l'integrazione del mercato dei servizi è lungi dall'essere completata (aggiungo: per fortuna, e ci metteremo di traverso alla Bolkestein senza se e senza ma), la mobilità del lavoro sconta, oltre alle ovvie barriere culturali, una serie di altre barriere amministrative che ha sempre scontato, il che non ha mai impedito di muoversi a chi volesse farlo, e via dicendo.

Ma allora, se poi, nella vita di tutti i giorni, ognuno fa come gli pare, se ogni volta che parto devo ricordarmi quale adattatore prendere per le prese di corrente, se controllare i movimenti di capitale è possibile, allora potrebbe essere possibile anche "stampare moneta" (come dicono i soloni) per ristrutturare la rete viaria di un paese, o no? Se ne parla nelle riviste scientifiche (qui un esempio, in chiave critica) e nei giornali finanziari dei paesi liberi. Qui, però, casca l'asino. Lasciare che sia la Bce a decidere se finanziare il raddoppio di una linea ferroviaria in Toscana o la manutenzione di un canale ad Amburgo significherebbe dare alla Bce funzioni politiche che non possono competerle e che nell'attuale quadro istituzionale non hanno un contrappeso politico. L'idea delirante di "ministro delle finanze europeo" nasce proprio per ovviare a questo strapotere (ed è un'idea francese da sempre, come abbiamo imparato qui).

Peraltro, come nota Stefan Kawalec in un libro che presto spero appaia in inglese, se l'aggiustamento di competitività restasse legato alla svalutazione interna, cioè al fatto che il paese in difficoltà tagliasse i salari, o quello prospero li aumentasse, invece di diminuire o aumentare il tasso di cambio, il novello imperatore di Leuropa (Weidmann?) si troverebbe di fronte a uno stravagante paradosso.

Infatti, se, poniamo, l'Italia fosse in crisi per difetto di competitività (poche esportazioni) e la Bce decidesse di aiutarla (finanziando opere pubbliche), la diminuzione dei disoccupati italiani impedirebbe ai salari italiani di diminuire. In queste circostanze, quindi, i maggiori redditi italiani, a parità di costi dei prodotti italiani, farebbero aumentare le importazioni dell'Italia, senza rilanciarne le esportazioni, aggravando la crisi di bilancia dei pagamenti. Se invece decidesse di finanziare un paese forte, sperando di rilanciare la sua domanda, e di aiutare così, indirettamente, i paesi deboli (la proposta ripetutamente fatta da De Grauwe: la Germania deve alzare i salari così gli operai verranno in vacanza a Rimini), lo Imperatore si esporrebbe alla critica di correre in soccorso del vincitore.

Insomma: il presidente della Bce farebbe il male cercando di fare il bene, ma se facesse il bene gli verrebbe imputato di fare il male.

Che uomo sfortunato!

Quindi?

Quindi basta guardarsi in giro per il mondo: a parte l'allegra brigata leuropea, altrove gli stati gestiscono i propri confini e la propria moneta. Qualcuno lo fa bene, qualcuno lo fa male, qualche volta per merito o colpa proprio, qualche altra volta per colpa o merito altrui. Ma dire che gli italiani sarebbero pregiudizialmente incapaci di farlo, oltre a urtare contro l'evidenza storica e la nostra stessa percezione, che ci indica chiaramente come quando lo facevamo non stessimo peggio, è una forma intollerabile di razzismo che dovremo espiantare da questo paese. Questa sarà, come sapete, la stella polare della mia azione politica: restituire al mio paese la sua dignità calpestata e derisa dai media di regime, propalatori finora incontrastati di fake news economiche e non solo, contrastando ovunque e con ogni mezzo mi sia possibile e lecito mettere in campo chi continuerà a farsi megafono di una campagna denigratoria il cui unico scopo è quello di convincere i cittadini che resistere è inutile.

Chi mi ha votato è convinto che resistere sia utile.

Questa volta siete stati abbastanza.

La prossima volta sarete di più, soprattutto se sarò riuscito a dimostrarvi che col tempo non avrò dimenticato l'arte di dire no:



(...bè, non era proprio un post solo tecnico: un po' era anche politico. Ma, del resto, la tecnica mi è servita a dimostrarvi per tabulas quale sia il metodo dei media. Se volete liberare il paese, ricordatevene anche quando leggete le loro analisi politiche, fatte con la stessa onestà intellettuale, con gli stessi riscontri fattuali, con le stessa libertà dai pregiudizi di quelle economiche. Perché, chi ce l'ha, fa tutto con la stessa testa, come mi diceva la mia mamma prima di perdere la sua...)

venerdì 1 gennaio 2016

Le responsabilità della Germania, e quelle degli Stati Uniti



Nei finti stati federali di derivazione anglosassone (Stati Uniti d’America, Canada, Australia…) ultimamente si porta molto l’idea secondo cui la Germania dovrebbe finalmente prendersi le sue responsabilità di leader regionale, e laddove non lo faccia, sarebbe sua la colpa del fallimento del progetto europeo.

Una variante del tema “Germania cattiva” caro alle nostre élite, le stesse per le quali fino a ieri la Germania era un esempio.

Volete esempi di questo atteggiamento?

Qui trovate un illustre esempio a stelle e strisce, e qui un meno illustre, ma ugualmente interessante, esempio a stelle e Union Jack. Notate che quando parlano di uccisione del progetto europeo (come Kruggy) o di proposte antieuropee (come Billy) i simpatici anglosassoni partono, nemmeno troppo implicitamente, dall’ipotesi che questo progetto sia valido, che ostacolarlo sia un errore. Un’ipotesi che alcuni di loro (in particolare Kruggy) in altri tempi hanno dimostrato essere falsa, ma attenzione: qui non è nemmeno un caso di rivolgimento di gabbana come quelli che stanno costellando le nostre cronache (le alate parole postume di Sforza Fogliani contro l’Europa, con annesso elogio di Padoa Schioppa, le avete lette? Un altro di quelli che finché toccava a noi stava zitto…). No, gli illustri colleghi non sono voltagabbana: è proprio che non ci arrivano. Non riescono a capire che i 28 Stati dell’Unione Europea non potranno mai federarsi come i 7 “stati” australiani o i 50 “stati” che compongono gli USA. La differenza fra uno Stato europeo e uno “stato” di una pseudo-federazione anglosassone è molto semplice, e la detta una forza alla quale né io né voi né nessun altro può opporsi: quella della storia. Gli Stati europei sono caratterizzati da identità nazionali più o meno forti, costruite, fra l’altro, aggregando con metodi che sappiamo una serie di identità territoriali (e in qualche modo esse stesse nazionali) subordinate. Gli “stati” come il Wisconsin o Queensland sono (macro)regioni di uno stato nazionale dalla forte identità fortemente condivisa (lingua inglese, common law, ecc.), costruita in tempi recenti facendo tabula rasa di tutto quanto si trovasse sul territorio di insediamento. Cosa ciò comporti in termini di integrazione fiscale (e quindi di sostenibilità di una moneta unica) per gli Stati Uniti dovremmo saperlo perché ce l’hanno spiegato Bayoumi e Eichengreen (1992). In Australia le cose vanno così: alcuni australiani (ovviamente non quelli che ci guadagnano) non sembrano entusiasti né del loro federalismo orizzontale, né di quello verticale, ma resta il fatto che per un abitante del Queensland un abitante della Tasmania è meno straniero di quanto lo sia un portoghese per un lettone.

Ci siamo?

Ecco.

Questo i simpatici anglosassoni proprio non lo capiscono, e quindi proprio non si rendono conto del perché la Germania non voglia cooperare. La limitata capacità di comprensione sfocia sempre nel moralismo, e quindi eccoli lì, i nostri simpatici abitanti degli Stati Uniti d’America o del Commonwealth degli Stati Australiani, col ditino puntato verso la Germania (ah, i ditini!...).

Ma, scusate, se proprio di responsabilità dobbiamo parlare, allora facciamolo fino in fondo.

Perché se si chiede alla Germania, come leader politico regionale, nonché gestore tramite l’UE delle regole di governance europee, di prendersi le sue responsabilità favorendo l’evoluzione delle regole fiscali europee nel senso di una maggiore integrazione (e quindi solidarietà), corrispondente a quanto razionalmente occorre per la sopravvivenza di una unione monetaria, allora si dovrebbe anche chiedere agli Stati Uniti, come leader politico mondiale, nonché gestore tramite il FMI del sistema monetario internazionale, di prendersi le loro responsabilità, favorendo l’evoluzione del sistema monetario mondiale verso un assetto più razionale. E la razionalità del sistema monetario internazionale punta in una direzione indicata dalla storia e dalla logica economica: quella di una maggiore flessibilità (incidentalmente noto, non me ne vogliano gli idealisti a pancia piena, e nemmeno quelli a pancia vuota, che sarebbe strano che storia e logica economica fossero ortogonali).

Insomma: questa merda di sistema l’hanno voluta gli Stati Uniti, ce lo siamo detto e ridetto. Bene: ora che non funziona, ed è evidente che non funziona, dovrebbero essere loro a prendersi la responsabilità di smontarlo, invece di giocare a scaricabarile con la Germania, le cui responsabilità sono evidenti, ma che è comunque uscita dalla Seconda guerra mondiale come paese sconfitto, e fino al 1999 si è mantenuta sostanzialmente subalterna (come a sconfitto si conviene).

Ma questa riflessione nessuno la fa mai, e nessuno pone mai questa domanda.

Nessuno?

Non è esatto. Come abbiamo visto (e lo avremmo comunque intuito anche senza che ce lo dicessero), quando si trattò di salvare la Grecia, stanziando 110 miliardi di euro (perché la situazione era stata lasciata incancrenirsi a sufficienza), al FMI volarono stracci fra gli USA, che volevano tenere i cocci dell’Eurozona insieme per motivi geopolitici,  da una parte, e Brasile e India dall’altra. A indiani e brasiliani della geopolitica del Mediterraneo non gliene importa una beata fava: è il laghetto dove gli USA si trastullano con le loro naumachie, mentre 110 miliardi, inutile negarlo, son bei soldi! Sai quanti Risiko ci compri? Al prezzo attuale, circa tre miliardi: uno ogni due abitanti del pianeta. Hai voglia a gioca’!

Peraltro, un appello alla responsabilità degli Stati Uniti come gestori del “non sistema” monetario internazionale lo aveva emesso anche uno de passaggio, il governatore della PBOC, quando nel 2009 chiese agli Stati Uniti di convocare una nuova Bretton Woods.

Bene: se le cose vanno male qui in Italia, e se veramente dovrà arrivare la troika, il buco da tappare sarà più grande che in Grecia, ci siamo? Ecco: allora immaginatevi un po’ voi come si metterà fra gli Stati Uniti e i BRIC, soprattutto considerando un fatto ormai conclamato: il fatto che questi salvataggi non salvano nessuno, cioè il fatto che i finanziamenti erogati sono a fondo perduto (o meglio: trovato nelle tasche tedesche…). A un brasiliano quanto glie ne può fottere di mettere i soldi per salvare le banche tedesche affinché l’Italia resti monetariamente saldata alla Germania evitando di mettere in discussione la coesione geopolitica europea? Credo non moltissimo. Senza contare il fatto che i maggiori economisti anglosassoni hanno chiaramente detto quanto vediamo: ovvero che l’aggancio monetario avrebbe compromesso la coesione politica (e le loro teorie oggi sono state riportate all’attenzione dei decisori politici).

Certo, può durare ancora molto. Ne parlavo prima con Martinetus, esternandogli questa analisi che volevo condividere con voi. Ma non per sempre. Non è solo Germania contro PIGS. È, anche se si vede di meno, USA contro BRIC. Se volete dirmi che la razionalità nelle scelte umane non sempre prevale ecc. sono d’accordo. Ma voi sarete d’accordo con me che dal punto di vista degli Stati Uniti, nel bene e nel male, sarebbe molto più razionale cercare di smantellare in modo ordinato l’euro.

Un argomento che, fra l’altro, sviluppa Stefan Kawalec in questo working paper. Voi lasciate stare che noi non vogliamo il TTIP (Stefan sì, è liberista). L’argomento di Stefan però è che euro e TTIP sono in contraddizione. Se l’argomento fosse fondato (potete valutarlo) si aprirebbe una linea di faglia che potrebbe modificare il panorama. Non necessariamente in meglio (Quarantotto ci ammonisce). Ma modificarlo.

Forse, anziché rivolgersi alla Germania con un accorato “Franti, tu uccidi l’Europa!”, il Direttore USA farebbe meglio ad applicare a se stesso l’aurea massima “ubi commoda ibi et incommoda”, e a metter mano, nel suo interesse, alla rimozione di questo spiacevole errore di percorso nel cammino della Storia, un errore che solo la naïveté di chi proveniva da un paese senza storia poteva essere indotto a compiere.

Ah, e naturalmente: più Australia! (per tutti).


(...e se c'è ancora un KPO in questo blog...)

giovedì 3 dicembre 2015

Valuta e handicap (m'ha detto micuggino...)

Dixit micugginus micuggino meo:

Oggi all'ora di pranzo, mentre camminavo sui prati, litigando con la pallina, pensavo che l'handicap (traduzione esatta: vantaggio di gioco) è come la valuta.
 

Con l'handicap posso giocare anche contro Tiger Woods, avendo pure una reale possibilità di vittoria; senza non sarebbe possibile e la sconfitta sarebbe certa. 



(...il problema è che nel gioco delle valute le regole le ha fatte appunto Tiger Woods, no, scusa: era Bretton Woods - sò parenti? Poi le ha stampate sulla stampante della Merkel...)


(...e la morale della favola qual è? Che la fairness è una cosa da ricchi: puoi incontrarla solo sul "green" - che è quello che le insegnanti di inglese dei licei bene dei Parioli dal nome patriottico scrivono "grin" - o in regata - altro sport che micuggino praticò quando poteva permettersi di stressarsi. Fra ricchi e poveri sarà sempre e solo slealtà, come del resto fra poveri e poveri, e il compagno Rizzo lo ben sa e lo ben disse in tempi non sospetti - novembre 2011...)


(...e adesso non rompetemi i coglioni con la storia che però lui è divisivo: la verità è divisiva, e lo è soprattutto la menzogna, cioè l'esser stati zitti...)