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sabato 6 aprile 2019

Mozione

La mozione è un "atto inteso a promuovere una deliberazione del Senato", ai sensi dell'art. 157 del Regolamento. Deve essere presentata da almeno otto senatori. Io finora ne ho presentate due, come risulta dalla sezione Presentazione di documenti della mia Scheda di attività: una con l'intero gruppo Lega per chiedere una moratoria della riforma delle Bcc, che non venne discussa perché Governo e Commissioni non erano state ancora costituite e quindi l'attività parlamentare era estremamente ridotta, e una con i colleghi delle Commissioni Finanze e Bilancio per chiedere che venga definito con una norma di interpretazione autentica l'assetto proprietario delle riserve auree del paese (la stampa cialtrona e fallimentare ha parlato di "assalto dei populisti all'oro di Bankitalia": poverini, mi fanno pena: più berciano, e meno vengono ascoltati...).

Quest'ultima mozione è invece stata discussa, dato che nel frattempo la legislatura è entrata a regime. Il regolamento prevede che il proponente illustri la mozione (ma può anche darla per illustrata, volendo, visto che il testo viene naturalmente distribuito all'aula). Lo specifica l'art. 158 del Regolamento, il quale stabilisce anche che "le mozioni relative a fatti od argomenti identici o strettamente connessi formano oggetto di un'unica discussione". I tempi dell'illustrazione e della discussione sono quelli definiti dal capo XII del Regolamento, il quale stabilisce fra l'altro che non si possono discutere argomenti che non siano all'ordine del giorno, che si intervenga in piedi e dal proprio posto, che non si possa intervenire due volte nella stessa discussione, e che gli interventi di norma durino non più di dieci minuti.

Sull'oro (cioè su loro) sono intervenuto due volte... perché non sono intervenuto in discussione! Prima ho illustrato:


poi, dopo la chiusura della discussione generale, e dopo che il Governo aveva espresso parere favorevole alla mozione presentata dal mio gruppo, sono intervenuto in dichiarazione di voto:


(noterete che nel primo caso il turno di presidenza era del Presidente Alberti Casellati, nel secondo del vicepresidente Rossomando).

Come avrete capito dal video, non mi è sembrato il caso di perdere tanto tempo in dichiarazione di voto a spiegare come mai avrei votato a favore di una tautologia. Mi è sembrato più utile chiarire perché avrei votato contro le altre mozioni che facevano parte della stessa discussione.

Ah, a proposito, tornando agli analfabeti funzionali: indipendenza non solo non è irresponsabilità, ma non è nemmeno autonomia. Con grave scorno di quelli che hanno voluto radere al suolo la Grecia, in giro c'è ancora qualcuno che il greco l'ha studiato nella scuola di Gentile, e quindi conosce il senso e il peso delle parole. Quando un uomo con la cultura incontra un uomo con le competenze, l'uomo con la cultura è un uomo morto. Ci hanno detto così? Vediamo se è vero.


(...vi reitero la mia preghiera di non cedere alle provocazioni. Non ci sono solo i black bloc. I social sono pieni di persone che, dichiarandosi dalla nostra parte, adottano atteggiamenti impropri. Non so se siano pagati per farlo - certamente non molto - ma anche laddove lo facciano gratis questi signori non vanno seguiti ma bloccati senza pietà. Anche i poveri scemi del facciamoride vanno bloccati. Qualche anno fa alcuni social (ad esempio Twitter) erano un luogo dove ogni tanto si svolgeva qualche discussione interessante. Oggi sono solo uno strumento per distrarvi e per attirarvi in trappole. Usate la più estrema cautela. Notate che a me dello shadow ban che sto subendo su Twitter, e in qualche modo anche su YouTube, dove mi riportano strane anomalie nell'indicizzazione dei contenuti, mi interessa il giusto, cioè, vi garantisco, molto, ma molto poco. Twitter è una frazione di una frazione di una frazione dell'elettorato. La vita vera è fuori, dove gli altri, i competenti, non possono affacciarsi, per evitare di essere presi a sputi in faccia. Quel momento, certo, potrebbe venire anche per noi. Per ora però riempiamo le piazze. Occorre molta pazienza e determinazione. La censura è arrivata tardi: avete visto uno spiraglio di luce e volete uscire dalla caverna. Il regime, con i suoi patetici cani da guardia, non può farci nulla. Evitate di mettervi nei guai, e ricordatevi sempre di verificare chi vi sta parlando, per capire perché vi sta dicendo certe cose. Per inciso, e a proposito di shadow ban, usare la forza dell'avversario:



significa anche che se bisogna creare un budget dell'Eurozona, bisognerà pure dotarlo di risorse proprie. Non aggiungo altro, voi siete persone evolute, e degli altri facciamo serenamente a meno...)

(...giovedì è stata una giornata particolarmente pesante: ma non è che quando non devo parlare così tanto in pubblico le cose siano molto meno impegnative. C'è tanto da fare lontano dai riflettori. Sono cose che non si prestano al tifo da stadio, e mi dispiace per chi non può farne a meno. Gli altri si faranno una ragione di certe delusioni...)

martedì 2 aprile 2019

Analfabetismo funzionale

Il lavoro che sto facendo è complesso, e certo non mi aspettavo che fosse semplice, dato il contesto interno e quello internazionale, ma confesso di aver un po' sottovalutato la quantità di complicazioni inutili derivanti da un diffuso analfabetismo funzionale. In tutta evidenza, i competenti e i loro organi di propaganda ignorano (o fingono di ignorare?) che lo Stato  (ente dotato di potestà territoriale) non è il Governo (organo complesso posto al vertice dell'apparato amministrativo dello Stato), che la detenzione (il fatto di avere la materiale disponibilità di un bene) non è la proprietà (diritto di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo), che l'indipendenza (condizione di chi è indipendente) non è irresponsabilità (l'essere irresponsabile), e via dicendo. Peccato. Si perde tempo inutilmente, quando oggi le moderne tecnologie ci consentirebbero di risparmiarlo. Non solo il significato delle parole è a portata di clic, come vi ho appena dimostrato, ma lo sono anche i testi in discussione nelle aule parlamentari, che basterebbe leggere (mi pare che questo sia sufficientemente chiaro), come pure, per gli europeisti liturgici, sono a portata di clic anche le migliori prassi dei paesi che per anni ci sono stati ritualmente proposti come modelli  (basta il titolo: per gli analfabeti funzionali chiarisco che in italiano è "L'oro della Germania", non "L'oro della Bundesbank").

A queste migliori prassi gli europeisti pragmatici semplicemente chiedono che il nostro paese si adegui. L'esigenza di adeguare le nostre istituzioni a quelle dei nostri partner di maggiore successo mi sembra non necessiti di spiegazioni: è tautologica, come è tautologico dire che le riserve dello Stato sono dello Stato (peraltro, questo principio basilare lo troverete affermato negli ordinamenti di qualsiasi paese civile: ad esempio, all'art. 9-bis dello Statuto della Banca centrale belga, o alle Sezioni 3 e 16 dello Statuto della Banca centrale olandese,  o all'art. 7, comma 3, lettera c, dello Statuto della Banca centrale spagnola, e vi risparmio altri esempi, perché voi, miei cari lettori, siete persone con un minimo di attrezzatura culturale - e quindi sapreste trovarveli da voi, ma, soprattutto, non ne avete bisogno! Sapete bene che l'accumulo di riserve, e in particolare quindi anche di riserve auree, consegue dai surplus di bilancia dei pagamenti che sono il risultato dell'industriosità dei cittadini di un paese, come riconosce, con onestà intellettuale, la mozione dei nostri oppositori di sinistra, e quindi ad essi appartengono, come precisa, con un eccesso di populismo, a mio avviso fuorviante - se pure apprezzabile nelle intenzioni e corretto nella sostanza - il sito dei nostri cugini d'Oltralpe). Eventualmente andrebbe spiegata la sospetta resistenza a una esigenza tanto ovvia (sospetta perché nei paesi civili l'ovvio, come abbiamo visto, viene affermato senza difficoltà, e viene  con altrettanta scioltezza confermato dalle più autorevoli istituzioni europee, alla cui competenza ci inchiniamo - anche se da tanta competenza preferiremmo scaturisse anche qualche risultato, come ad esempio un tasso di inflazione vicino al proprio target del 2%...). Ma questa spiegazione ci interessa fino a un certo punto: in aula contano i numeri, non le intenzioni. Certo, questo sarà un problema per chi finora ha chiesto più Europa per gli altri, sperando di averne meno per sé. Ma dei problemi di chi ha ragionato con un simile meschino egoismo possiamo anche non farci carico noi. Se n'è fatta carico per tanti anni la nostra attuale opposizione, trascurando, purtroppo per lei, un dettaglio fondamentale: gli Italiani sono un popolo dignitoso e generoso. Siamo, è vero, individualisti (forse anche perché ce lo possiamo permettere), ma l'egoismo ci infastidisce, ed è passato di moda, sostituito da una attenzione razionale, prima che sentimentale, per l'interesse collettivo.

Mi dispiace: è andata così...

venerdì 25 dicembre 2015

Da Ventotene boys a Chicago boys: lo spiaggiamento della sinistra

(...Diego Fusaro ha curato per Phenomenology and mind un numero speciale intitolato La filosofia e il futuro dell'Europa  - è il numero 8 del 2015 e attualmente lo trovate qui. Avendomi invitato a partecipare, ho accettato con piacere, sia per l'amicizia che ci lega, sia per la qualità degli altri partecipanti. Faccio alcuni nomi alla rinfusa, fra quelli che certamente conoscete: Habermas, Urbinati, Cacciari, Spinelli (figlia), Spinelli (padre, ristampato), Becchi, ecc. Come vedete, c'è un po' di tutto, e soprattutto c'è molto. Non sono ancora riuscito a leggere i contributi degli altri (sono in vacanza, ma la passerò lavorando, e farò anche questo), anche se, come dire, in alcuni casi non mi aspetto enormi sorprese. In ogni caso, qua sotto potrete mettere le vostre recenZioni.

Per i motivi che spiego appunto nel mio intervento, intitolato Europes paradoxe's, la mia non scelta (perché non avevo scelta) è stata di esprimermi in inglese. Mi rendo conto che questo potrebbe dispiacere ai diversamente europei che mi seguono. Chiederò, con calma, alla gentile editor della rivista, la professoressa De Monticelli, il permesso di tradurre in italiano tutto il mio contributo. Alcune cose le sapete già, e fanno parte del capitolo "Manuale di illogica europea" de L'Italia può farcela (per motivi misteriosi la nota nella quale specificavo che:

This paper draws heavily on chapter 2 of Bagnai (2014). I would like to thank, without implicating, Luciano Barra Caracciolo, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Vladimiro Giacché, Paolo Gibilisco, Paolo Ortelli, Marco Palombi, Mimmo Porcaro, for useful discussions and constructive remarks on the previous version. Christian Alexander Mongeau Ospina and Gianluigi Nico provided valuable research assistance. Erica Tuttle and an anonymous referee helped me in improving my English. Any remaining errors are mine, and I proudly acknowledge them, since they will reinforce my argument that it would be extremely difficult to build a truly democratic supranational political process in a set of countries where even academics run into difficulties when speaking the koiné language.

è scomparsa, ma va bene così). Come sapete, però, a me non piace ripetermi. In quattro anni di dibattito avrò tenuto un'ottantina di conferenze parlando sempre a braccio e non dicendo mai le stesse cose. Quindi anche in questo caso ho portato avanti il discorso, traendo spunto dal pubblico al quale mi rivolgevo, un pubblico strutturalmente piddino nel senso antropologico ben preciso che qui abbiamo dato al termine: seguaci di Etarcos, persone che sanno di sapere, e che quindi hanno fatto del rifiuto di aprirsi alle ragioni altrui un principio metodologico.

Una delle infinite sfaccettature di questa adamantina corazza è il derubricare a "mero tecnicismo", per lo più sospetto di bocconianesimo, qualsiasi richiamo alla natura economica della crisi economica che stiamo vivendo. Quindi se parli di economia sei "de destra", e soprattutto sei limitato, perché i problemi "sono ben altri" (con quella che Gadda etichettava come "pastrufaziana latitudine di visuali" e che oggi si definisce più in sintesi "benaltrismo"). Un atteggiamento che legittima il rifiuto di capire, per mera e squallida pigrizia mentale, i semplici meccanismi economici dalla cui logica (umana, come tutte le logiche, ma non per questo meno cogente) deriva la natura classista e distruttiva del progetto europeo.

Insomma: il volare "alti" consente ai nostri intellettuali, magari anche marxisti, di opporre un sereno "io pell'economia nun ce sò portato", senza che questa ammissione di fallimento cognitivo suoni come una diminutio del loro ruolo sacrale di portatori del Verbo. Già. Perché l'ethos piddino ammette che dal panorama di quello che loro chiamano "cultura", cioè dall'agglutinato e incoerente groviglio di imparaticci apodittici ed autoreferenziali defecati nelle loro auguste fauci da Scalfari e ricacati dal loro augusto ano nelle fauci dei propri allievi, da quel panorama sia esclusa la matematica, e più in generale tutto ciò che è numero (la musica, l'astronomia...). Altra cosa poco coerente con le radici della nostra civiltà (uno de passaggio: Pitagora), e che faceva molto imbestialire il Gaddus, come chi sa sa, e chi non sa non meritava, evidentemente, di sapere. Sono triviali, i nostri piddini, cioè circoscritti al Trivio, e in questo, devo dire, più che pre-novecenteschi sono pre-medievali (in piena coerenza col fatto che, senza rendersene conto, auspicano o comunque inconsapevolmente tendono a realizzare una società parafeudale, quella del capitalismo assoluto, come lo definisce Diego, il cui luogo di riproduzione culturale è appunto la "sinistra", sempre secondo Diego, cioè quella che noi abbiamo definito gens piddina, ma senza attribuirle una precisa collocazione nello spettro politico, perché di gente che sa di sapere ce n'è un po' ovunque...).

Come vedrete, la mia strategia per smontare questo atteggiamento cialtrone e odioso è quella di evidenziare come in effetti basti veramente un minimo di buon senso non dico per afferrare compiutamente i meccanismi economici della crisi (dai, diciamocelo: qui siete più di tremila, ma se avete capito in trenta è un miracolo, e questa stima dell'1% è da parte mia uno sterminato gesto di fiducia nel genere umano: lo confermano i racconti delle vostre frustrazioni, e molti dei vostri commenti sui quali non intervengo, perché sono molto stanco anch'io, e non mi sento di esortare gli altri a fare una cosa che a me pesa ogni giorno di più: studiare), dicevo: basta un minimo di buon senso non tanto per afferrare i dettagli, quanto per essere indotti in un ragionevole sospetto.

Quando due intellettuali di caratura, percorso, appartenenza così radicalmente differente come Oscar Giannino e Barbara Spinelli difendono lo stesso progetto politico, possibile non sentire una dissonanza? Quando persone appartenenti al mondo dell'alta finanza (possibilmente speculativa) si mostrano così solleciti nella difesa del potere d'acquisto dei poveracci (che va ovviamente preservato dall'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione), non sembra anche a voi che ci sia qualcosa di strano? Certo, una possibilità (perché escluderla?) è la filantropia, ma l'altra è che siccome le categorie interpretative della realtà a voi provengono dai media, e siccome i media sono controllati da chi ha i mezzi per farlo, forse certi discorsetti su cosa sia meglio per voi riflettono l'interesse di chi paga i media, che forse (ma solo forse, eh!) non coincide esattamente col vostro. Il giuoco del calcio vi ha fatto credere di avere un interesse in comune col capitale: il trotzkista gobbo di Torino (un abbraccio, spero di rivederti presto) aveva col padrone Agnelli il comune interesse della vittoria della Juve. Ma credo che molti abbiano perso di vista che la sfera degli interessi comuni non si estendeva molto al di là del giuoco del calcio.

Resta per me misterioso come a sinistra non si capisca che aderire all'ideologia eurista significhi condannarsi ai suicidio. Attenzione! Questo fenomeno è rilevante (e preoccupante) quale che sia il vostro colore e la vostra appartenenza. In un mondo nel quale l'unico valore è la stabilità dei prezzi non c'è ovviamente posto per il sindacato. Questo perché se erigi a unico valore la stabilità dei prezzi, muovi da una visione del mondo nella quale è implicito che essa sia garantita da una Banca centrale indipendente, che quindi rimane l'unica istituzione arbitra della distribuzione del reddito. I sindacati e i partiti non hanno, in effetti, più alcuna ragion d'essere. Ora, se questo è traumatico e suicida per la "sinistra", non lo è molto meno per la "destra", e il caso Berlusconi dovrebbe averlo dimostrato. Mi sembra abbastanza evidente che come qualsiasi istituzione che pretenda di sostituirsi (o sia considerata sostituibile) al sindacato nella tutela del lavoro ovviamente cannibalizza, evira, trita, asfalta (scegliete voi) il sindacato, così qualsiasi istituzione pretenda di comprimere il ruolo della politica è ovviamente per definizione e in re ipsa nemica della politica. Il mondo delle "regole (fisse) europee" è quindi un mondo che qualsiasi intellettuale minimamente preoccupato per la tenuta della democrazia dovrebbe guardare con sospetto, salvo essere un traditore (probabilità 15%) o un completo coglione (probabilità 85%).

Così è stato finora.

Nell'articolo, fedele al mio principio merkeliano di "fare i compiti a casa", ho deciso comunque di affrontare il tema da una prospettiva progressista. Vi fornisco qui un breve estratto, che spero possa fornirvi materiale per le vostre tombole natalizie, esortandovi sempre a non entrare in polemica coi piddini. Limitatevi a dirgli, con il massimo di fermo disprezzo compatibile con la tenuta complessiva della serata, che quello che hanno da dire non vi interessa perché fra un anno, quando avranno perso il lavoro o il conto in banca, il loro discorso cambierà, e passate elegantemente ad altro. In altre parole: marcate in modo incisivo, ma non petulante, il vostro punto, in modo da evitare che gli imbecilli, dei quali il numero è infinito, vengano poi da voi a spiegarvi fra un anno cosa c'era che non andava, ma per nessun motivo rovinatevi la festa. La violenza fisica non rientra nello spettro delle scelte ammissibili: principio che qui condividiamo tutti anche perché chi non lo condivide viene subito accompagnato ai giardinetti.

E adesso, divertitevi...)





(...da Europe's paradoxes, la traduzione del paragrafo 2.3: Exchange rate flexibility and the stranding of the Left, a cura del vostro affezzzzionatissimo...)



La flessibilità del cambio e lo spiaggiamento della sinistra

Il successo del lavaggio del cervello neoliberista è incontestabile. Il suo maggior risultato è stato quello di instillare nella maggioranza degli intellettuali progressisti la “cultura della stabilità” monetaria in almeno due forme particolarmente insidiose. Innanzitutto, attraverso l’idea che i benefici delle “svalutazionicompetitive” siano illusori. Poi, attraverso l’idea che l’inflazione abbia conseguenze avverse sui redditi delle classi subalterne.
L’adesione incondizionata dei pensatori di sinistra alla Grundnorm della comunità finanziaria equivale in termini intellettuali allo spiaggiamento dei cetacei: un fenomeno tanto letale quanto difficile da comprendere. Lasciando da parte il fatto che l’infondatezza della “cultura della stabilità” è ormai posta in evidenza non solo dalla letteratura scientifica ma anche dall’esperienza concreta[1], un semplice ragionamento tattico mostra che nel mondo della “stabilità” non c’è alcuno spazio per una “sinistra” di qualunque tipo. In effetti, se la stabilità dei prezzi e del cambio sono la migliore difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, sindacati e partiti di sinistra diventano inutili: basterà una banca centrale “indipendente”!
Questo atteggiamento suicida è spiegato da diversi riflessi pavloviani: vale la pena di smontare i più frequenti.
In primo luogo, l’Economista Keynesiano Omodosso[2] (EKO) obietta che siccome la flessibilità dei prezzi è l’unico meccanismo di correzione degli squilibri nel modello di equilibrio generale neoclassico (e in effetti è così), allora se sei keynesiano devi negare che i prezzi possano svolgere un ruolo.[3] Mi è difficile scorgere un qualche merito nell’opporre a un pensiero unilaterale come quello neoclassico una risposta ugualmente unilaterale. Ammettere che i prezzi svolgano un ruolo nel determinare le scelte economiche non è soggiacere a una ingenua fiducia nell’onnipotenza della flessibilità dei prezzi. È possibile riconoscere che i mercati molto spesso falliscono, [4] pur ammettendo al contempo che mercati distorti (cioè mercati nei quali i prezzi sono sistematicamente distorti) falliscono ancor più. Ciò è particolarmente evidente nell’Eurozona, dove gli squilibri sono esplosi dopo l’adozione della moneta unica. L’euro non ha promosso il commercio (posto che ciò sia un obiettivo sensato per un pensatore progressista): ha semplicemente riorientato il commercio a favore dei paesi più forti (Berger e Nitsch, 2008), e questo decisamente non è un obiettivo sensato per un pensatore progressista, soprattutto quando si consideri che le classi subalterne dei paesi forti non hanno beneficiato di questo risultato; come prova, si consideri l’incremento della disuguaglianza in Germania (Kai e Stein, 2013).
In secondo luogo, l’EKO vi opporrà che Keynes era un sostenitore dei cambi fissi, come dimostra il ruolo da lui svolto alla conferenza di Bretton Woods, e quindi un keynesiano deve essere in favore dei cambi fissi. Ma questa è una grossolana falsificazione storica. Keynes non è stato il creatore del regime di Bretton Woods: al contrario, è stato lo sconfitto della conferenza di Bretton Woods. Keynes non aveva proposto un sistema di cambi fissi basato sul dollaro e privo di meccanismi correttivi. Aveva invece proposto un sistema basato su una valuta internazionale emessa da una banca mondiale, in cui sia i paesi in deficit che quelli in surplus avrebbero pagato interessi sulle proprie posizioni nette verso l’estero (Fantacci e Amato, 2012). Il motivo per costringere i creditori a pagare (anziché incassare) interessi sui propri crediti netti verso l’estero era l’idea che ciò avrebbe costretto i creditori a spendere la liquidità internazionale che avevano guadagnato, invece di accumularla, aiutando per questa strada i paesi in deficit a superare i loro problemi. L’EKO perde di vista che nel mondo di Keynes la Germania oggi pagherebbe diversi miliardi di euro a una ipotetica banca del mondo, come interessi sul suo gigantesco surplus esterno. Ma questo era il sogno di Keynes, un sogno destinato a non diventare realtà per il semplice motivo che sarebbe politicamente impossibile costringere un grande vincitore sui mercati globali a rispettare le regole di una simile banca del mondo.[5] Nella sua teoria (ad esempio, nel Tract on monetary reform; Keynes, 1923) e nel dibattito politico (ad esempio, in The economic consequences of Mr. Churchill; Keynes, 1925), Keynes è decisamente favorevole alla flessibilità del cambio. Quindi, se proprio dobbiamo considerare il keynesismo come una religione (cosa che personalmente sconsiglierei), l’EKO farebbe meglio a riconoscere che il suo profeta era contro un sistema di cambi fissi non regolato (cioè privo di meccanismi istituzionali di correzione degli squilibri diversi dal meccanismo di mercato consistente nella deflazione salariale, o svalutazione interna che dir si voglia).
In terzo luogo, la maggior parte degli EKO appone alla svalutazione lo stesso giudizio morale negativo che emetterebbe qualsiasi economista neoliberale. Entrambe queste categorie di economisti considerano la svalutazione come l’equivalente economico della masturbazione: qualcosa che fornisce un sollievo temporaneo senza risolvere il problema (sia esso la crescita economica o demografica), e quindi causa difficoltà strutturali (inflazione o cecità, a seconda dei casi). Così facendo, sia gli EKO che i neoliberisti fanno prova di una attitudine sospettamente unilaterale. Più precisamente, questa strana armata Brancaleone si rifiuta sistematicamente di riconoscere che la svalutazione di qualcuno è per definizione la rivalutazione di qualcun altro. Eppure, questo fatto suscita una serie di questioni particolarmente interessanti. Ad esempio, se la svalutazione è così vergognosa e ti rende povero, la rivalutazione dovrebbe essere gloriosa e renderti ricco. Ma allora, perché i paesi sono così riluttanti a rivalutare le proprie valute? Se i benefici della svalutazione sono transitori, perché la Germania ha desiderato così ardentemente di adottare una valuta così chiaramente sottovalutata rispetto al marco tedesco? Questa visione stereotipata, unilaterale, è confutata dal ragionamento economico, secondo il quale la flessibilità del cambio può avere effetti duraturi sulla crescita economica di lungo periodo. Sappiamo fin dai tempi di Adam Smith (1776) che la divisione del lavoro, e quindi la produttività, dipendono dalle dimensioni del mercato. Più tardi Verdoorn (1949) ci ha confermato che in un mondo di rendimenti crescenti la produttività è influenzata positivamente dalla domanda. In effetti, a che ti serve essere più produttivo, se ti aspetti che i beni da te prodotti non verranno acquistati? Dixon e Thirlwall (1975), basandosi sulla legge di Verdoorn (1949) e sul concetto di causazione circolare e cumulativa di Gunnar Myrdal (1957), hanno proposto un modello nel quale gli shock di domanda hanno effetti duraturi sulla produttività e quindi sulla crescita di lungo periodo di un paese. Per i profani: una svalutazione, dato che aumenta le dimensioni del mercato (perché promuove le esportazioni e scoraggia l’acquisto di beni esteri, cioè le importazioni), può avere effetti permanenti sulla produttività di un paese, innescando un circolo virtuoso di maggiore competitività – quindi maggior accesso ai mercati esteri, quindi maggiore produttività. Questo modello ha avuto un riscontro empirico schiacciante negli ultimi quattro decenni (Thirlwall, 2011). Naturalmente, questo circolo può essere percorso anche nella direzione opposta, quella “viziosa”: una rivalutazione, comprimendo le esportazioni di un paese, può avere effetti avversi duraturi sulla sua produttività e competitività. In Bagnai (2015) mostro che l’euro ha posto l’Italia in un circolo vizioso di questo tipo. Insisto sul fatto che questo ragionamento appartiene alla più schietta tradizione keynesiana (Myrdal e Thirlwall sono fra gli economisti keynesiani di maggior spicco nel dopoguerra).
In quarto luogo, c’è stato un tempo in cui gli economisti keynesiani erano capaci di andare oltre l’interpretazione unilaterale degli aggiustamenti di cambio come svalutazioni “competitive”, ovvero come pratiche scorrette intese ad attaccare i concorrenti. In effetti, i riallineamenti del cambio possono avere un valore difensivo, in quanto risposta fisiologica alle aggressioni perpetrate da partner commerciali scorretti tramite politiche non cooperative, come il dumping sociale (politiche dei redditi restrittive praticate per comprimere il costo del lavoro). James Meade (1957), premesso che “il pieno impiego è più importante per l’Europa della liberalizzazione del commercio”, aveva ammonito molto tempo fa che
Se i governi nazionali europei useranno la politica monetaria e di bilancio per obiettivi di stabilizzazione interna – se, ad esempio, nonostante la loro attuale situazione di surplus della bilancia dei pagamenti le autorità tedesche vorranno continuare a usare la loro politica monetaria per prevenire l’inflazione – […] bisognerà far più ampio ricorso all’arma della variazione del tasso di cambio.
L’esempio scelto da Meade è piuttosto eloquente. In un mondo di tassi di cambio aggiustabili le politiche dei redditi aggressive praticate dalla Germania tramite le riforme Hartz (ILO, 2012) sarebbero state controproducenti perché avrebbero determinato un apprezzamento della valuta tedesca in risposta all’enorme surplus determinato dalla compressione dei costi di lavoro in Germania. Viceversa, la risposta a questo squilibrio è arrivata attraverso la disoccupazione competitiva, in una Unione Europea nella quale un commercio libero, ma unidirezionale, è più importante del pieno impiego.
In quinto luogo, la strategia dialettica abituale dell’EKO consiste nell’invocare prospettive più ampie, mettendo in evidenza, ad esempio, che ci sono casi di governi “neoliberali” i quali praticano politiche di austerità pur in presenza di cambi flessibili. Ma nel loro caso l’austerità è una esplicita scelta politica. Viceversa, con cambi fissi, o in una unione monetaria, l’austerità diventa una necessità logica, perché nel breve termine l’unico meccanismo di aggiustamento a disposizione dei paesi deboli (nel senso di essere sia tecnicamente fattibile che politicamente proponibile) è la svalutazione interna. Il messaggio di Meade è sempre attuale. Un sistema economico ha bisogno di un certo grado di flessibilità che lo isoli in qualche misura dagli shock esterni. La flessibilità del cambio isola i mercati del lavoro interni dalle politiche dei redditi dei paesi esteri (fra l’altro). Di conseguenza, non ha senso biasimare l’austerità mentre si loda la moneta unica. Come scrive Keynes (1925), condannando il feticismo di Churchill per il gold standard, “chi vuole il fine vuole i mezzi”: se il tuo fine è mantenere la moneta unica (l’equivalente moderno del fissare il cambio aureo a una parità sopravvalutata), il mezzo sarà la svalutazione interna, con taglio dei salari. Se non sei disposto a considerare la svalutazione della moneta, sarai costretto a svalutare il lavoro, cioè la vita umana. Questo è quanto sta accadendo oggi in Europa in termini raramente sperimentati nell’epoca contemporanea.
In sesto luogo, l’EKO vi dirà che i cambi fissi sono benefici in quanto evitano guerre valutarie. Ma anche questo argomento è insensato per diverse ragioni. Intanto, le tensioni economiche devono trovare uno sfogo, e la storia ci insegna che se questo non accade con le forze dell’economia, accadrà con le forze armate. Nel bel tempo andato del gold standard, all’apogeo del principio della “stabilità monetaria”, la politica commerciale veniva fatta con le cannoniere. Non vi è alcun motivo per presumere che un regime di cambio che favorisce l’accumulazione di squilibri possa condurre a un mondo più pacifico. Al contrario: i riallineamenti difensivi del cambio sono un’arma efficace contro politiche aggressive, o almeno non coordinate, e in quanto tali hanno un potere deterrente che favorisce un atteggiamento cooperativo fra paesi. Sarebbe difficile contestare che l’Europa fosse più cooperativa prima dell’adozione dell’euro. Inoltre, ciò che definisce una guerra valutaria è la svalutazione da parte di un paese che si trova già in surplus (e quindi che opera con lo scopo, o quanto meno con le conseguenze, di espandere questo squilibrio).[6] Ma questo è esattamente quanto sta accadendo oggi nell’Eurozona per colpa dell’euro! Lo scopo del rapido indebolimento dell’euro rispetto al dollaro è esattamente quello di dare un po’ di respiro ai paesi dell’Europa del Sud, schiacciati dalla necessità di deflazionare i propri salari rispetto a paesi del Nord dell’Eurozona. In effetti, portando l’euro verso la parità col dollaro, in una situazione nella quale l’Eurozona presenta il surplus estero più grande al mondo, l’Europa sta muovendo una guerra valutaria agli Stati Uniti. In altri termini, assistiamo a un altro paradosso rivelatore: stiamo combattendo una guerra valutaria per salvare l’euro che avrebbe dovuto preservarci dalle guerre valutarie.
Questa lista parziale di falsi storici, contraddizioni logiche, e ragionamenti economici superficiali, dovrebbe dare al lettore un’idea di quanto sia stata vittoriosa l’ideologia neoliberista nel condurre la sinistra europea in un vicolo cieco. La mia sintesi non è che il cambio flessibile sia una panacea. Quello che a me preme sottolineare è che la distribuzione del reddito, sia fra le nazioni che all’interno di esse, è sempre il risultato del conflitto fra le forze sociali di produzione, e che non esiste alcuna evidenza che in un mondo dominato da regole economiche fisse (siano esse monetarie, fiscali, o di qualsiasi altra natura) questo conflitto sarà più equilibrato – soprattutto perché le regole sono per definizione stabilite dalla classe sociale dominante. Come prova indiretta, ma a mio parere decisiva, di questo fatto, vi esorto a constatare che le regole fisse di politica economica sono state il mantra della rivoluzione neoliberale negli Stati Uniti, prima di diventare, in modo più o meno consapevole, il mantra di una componente significativa della sinistra europea.[7] Da “Ventotene boys” a “Chicago boys”: sic transit gloria mundi.

Bibliografia
Bagnai, A. (2011) “Crisi finanziaria e governo dell’economia”, Costituzionalismo.it, Fascicolo 3.
Bagnai, A. (2015) “Italy’s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis”, International Review of Applied Economics, DOI: 10.1080/02692171.2015.1065226
Berger, H. and Nitsch, V. (2008) Zooming out: The trade effect of the euro in historical perspective,” Journal of International Money and Finance, 27(8), 1244-1260, disponibile come CesiIFO Working Paper.
Dixon, R., and A. P. Thirlwall (1975) “A Model of Regional Growth-Rate Differences on Kaldorian Lines.” Oxford Economic Papers, 27(2), 201-214.
Draghi, M. (2015) “Structural reforms, inflation and monetary policy”, introductory speech by Mario Draghi, President of the ECB, at the ECB Forum on Central Banking, Sintra, 22 May 2015.
Fantacci, L., and Amato, G. (2012), Come salvare il mercato dal capitalismo, Roma: Donzelli.
Friedman, M. (1960) A program for monetary stability, New York: Fordham University Press.
ILO (2012) Global Employment Trends 2012 – Preventing a deeper job crisis, Ginevra: Organizzazione Internazionale del Lavoro (Nazioni Unite).
Kai, D. S. and Stein, U. (2013 “Explaining Rising Income Inequality in Germany, 1991-2010,” IMK Studies 32-2013, IMK at the Hans Boeckler Foundation, Macroeconomic Policy Institute.
Keynes, J.M. (1923) A tract on monetary reform, London: MacMillan.
Keynes, J.M. (1925) Essays in Persuasion, London: MacMillan.
McLeay, M., Radia, A., Thomas, R. (2014) “Money creation in the modern economy”, Bank of England Quarterly Bulletin, 1, 14-27.
Meade, J.E. (1957) “The balance-of-payments problems of a European free-trade area”, The Economic Journal, 67, 379-396.
Myrdal, G. (1957) Economic Theory and Underdeveloped Regions, London: University Paperbacks, Methuen.
Smith, A. (1776) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, modern edition 1904, London: Methuen & Co.
Thirlwall, A.P. (2011) “Balance of payments constrained growth models: history and overview”, PSL Quarterly Review, 64(259), 307-351.
Verdoorn, P.J. (1949) “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro.” L’Industria, 1, translated in Pasinetti, L. (ed.) Italian Economic Papers, vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993.
Werner, R.A. (2014) “Can banks individually create money out of nothing? The theories and the empirical evidence”, International Review of Financial Analysis, 36, 1-19.


[1] La “cultura della stabilità” si appoggia su due proposizioni teoriche: (1) la moneta è esogena (cioè perfettamente controllabile dalle autorità monetarie), e (2) la moneta causa l’inflazione (ricordate la precedente discussione sul ruolo della curva di Phillips). Entrambe le proposizioni sono confutate dalla ricerca e dall’evidenza empirica recenti. La visione prevalente oggi è che la moneta sia creata dal sistema bancario ogniqualvolta viene accordato un credito ad un agente economico. Di conseguenza, la sua quantità dipende da un gran numero di fattori endogeni e non è perfettamente controllabile dalla banca centrale. Tanto le banche centrali (McLeay et al. 2014) quanto gli accademici (Werner, 2014) concordano su questo punto. Come evidenza indiretta, andrebbe notato che la BCE non è mai stata capace di mantenere la creazione di moneta vicino al tasso di crescita stabilito del 4% l’anno. Quanto alla relazione fra creazione di moneta e inflazione, basterà considerare che i 1000 miliardi di LTRO deliberati dalla BCE nel 2011 hanno avuto come risultato una evidente deflazione. Dopo un simile fallimento, perfino Mario Draghi (2015) ha ammesso che le banche centrali non possono controllare l’inflazione senza l’aiuto dei governi (cioè delle politiche di bilancio).
[2] Con il termine “omodosso” ho qualificato in Bagnai (2011) chi aderisce al pensiero unico neoliberista. Molti keynesiani, per quanto, come vedremo, a loro insaputa, ricadono purtroppo in questa categoria. In questa sezione faccio riferimento esplicito agli economisti keynesiani (sia neo- che post-keynesiani), ma i riflessi pavloviani che analizzo descrivono accuratamente l’atteggiamento di una gamma piuttosto ampia di economisti pseudoprogressisti, che comprende anche alcuni economisti marxisti o neoricardiani. Molti lettori riconosceranno i loro argomenti, perché sono ampiamente adottati nel dibattito pubblico, ma va detto che gli stessi economisti che li adottano in pubblico sono piuttosto cauti nell’adottarli nei loro lavori scientifici (sostanzialmente perché questi argomenti non sono basati su solide fondamenta scientifiche, e quindi ricorrere ad essi li squalificherebbe). Ne consegue che, per quanto familiari questi argomenti possano sembrare al lettore, è praticamente impossibile trovare per essi dei riferimenti adeguati nella letteratura scientifica. Duole constatare che intellettuali si presentino nel dibattito con chiacchiere da bar, ma questi sono i nostri tempi.
[3] Ricordate che il tasso di cambio è un prezzo: il prezzo di una valuta in termini di un’altra.
[4] Per inciso, nella parte precedente del lavoro ho cercato di spiegare come la crisi dell’Eurozona dipenda da un colossale fallimento del mercato, e non dalla prodigalità dei governi, e vi ho ricordato che anche la BCE è dalla mia parte.
[5] Prova: gli Stati Uniti, che dopo la Seconda Guerra mondiale si aspettavano di essere il più grande paese esportatore, perché la capacità produttiva del resto del mondo era stata sgretolata dalla Guerra, rifiutarono la proposta di Keynes. QED.
[6] Può essere utile ricordare che a ogni squilibrio positivo della bilancia dei pagamenti deve corrispondere uno squilibrio negativo altrove (se c’è un esportatore netto, ci deve essere almeno un importatore netto). Di conseguenza, un paese che scatena una guerra valutaria sta, per definizione, costringendo almeno un altro paese a indebitarsi con l’estero.
[7] Tanto per fare un esempio semplice ma estremamente eloquente, l’obiettivo fisso di crescita al 4% di M3 adottato dalla BCE è un’applicazione della regola del k% di Milton Friedman (1960). Anche astraendo dal fatto che questa regola è basata sulla teoria oggi screditata della moneta esogena, c’è da chiedersi come economisti progressisti possano sentirsi a proprio agio in un mondo così profondamente strutturato secondo l’ideologia dei Chicago boys, il cui contributo più famoso alla politica economica è stato il progetto delle riforme economiche nel Cile di Pinochet.









lunedì 5 gennaio 2015

"Systemic importance", "radical parties", and democracy in the Eurozone

(la versione italiana è qui...)



In a previous post of this blog I published an email by Angelantonio Castelli, a physicist who happens to belong to my small virtual class (first blog in economics in Italy). He was so kind as to draw our attention on the meaning the words “systemic importance” have for the German government. Quite obviously, and fully legitimately, for the German government “systemic importance” means “risk for German owned banks”. Angelantonio’s graph showed that the exposure of German (and French) banks to Greece fell quickly over the last two years (not such a big discovery, of course, but something the Italian media will never show to their audience), which means that now Greece can leave, if it dares.

I produce here some further graphs, answering the following questions: what about Italy? And what countries are of “systemic importance” to Germany now? The data are well known. I will then draw a simple political conclusion, that will prove right. If it ever proves wrong, you know where I live: here!

Firstly, this is the exposure to Greece of Germany, France, and the Netherlands (I left aside Switzerland, which is important and interesting, but outside the Eurozone – and proud of it):


Netherlands pattern is about the same, on a smaller scale (but mind the many statistical breaks in the series: detailed information available on the BIS website).

Next, this is the exposure of Germany, France, and the Netherlands, to Italy:


Once again, we have a similar pattern: a very apparent trend reversal in bank lending since the onset of the crisis (mind the break in the Netherlands’ series!). However, in our (Italian) case, international lending stabilizes after the “whatever it takes” bluff at the mid-2012 (yes, it is a bluff, and you know it, and even Mario knows: let us see what happen in 2015, not just tomorrow!).

Then, I show you the consolidated lending by Germany, France and Netherlands to Greece and Italy, just for you to know that there is a small difference in size:


(I know you suspected that Italy was larger than Greece, and you are not too surprised, but believe me: many people ignore such simple details, and it is really worth providing them, if we wish democracy to work as it should, not as technocrats want – more on democracy below).

Finally, this is how the exposure of Germany towards its main partners evolved over time:


And, once again, no big surprise: Spain was the bigger problem, and this is the reason why it was (and still is) allowed to repeatedly break the European budget rules. Everybody knows that in a balance sheet recession public indebtedness is needed to favor private sector deleveraging (have a look at Boltho and Carlin’s paper, if you can). Basically, the German rule of the Eurozone was so kind as to allow the Spaniards to transform non-performing loans of German banks (private debt of Spanish firms and households towards Germany) into Spanish public debt (I suppose you remember that Spanish public debt was virtually zero before the crisis, don’t you?).

By the way, this is a clear illustration of the purposes of the “anti-austerity/pro-euro” frame adopted by the “left” all around in the Eurozone. You know, those silly guys who keep “threatening” Germany, asking it to relieve “its” absurd austerity rules? I call them “the appealian”, because they are so keen to write (and underwrite) utterly wise and spectacularly ill-timed “appeals” that nobody will read. If there was a political will to cooperate in the Eurozone, we would not be in such a crisis. Full stop. So, what is the point to write “appeals”, once it is so clear that nobody is willing to ever look at them? They are at best of no “systemic importance”, and at worst of some help to Germany, that in the present situation is already managing its “austerity” in a very flexible way (as the Spanish case demonstrate).

Finally, a few words about Hans Werner Tsipras.

Do you remember when the European “progressive”, open-minded people, in Europe and elsewhere, were so happy because they felt that Hollande was about to change the economic landscape of the Eurozone? Well, it turns out that they missed a little detail. Now they are missing a big one.

If you think that our worst problem is Eurozone economic predicament, you are grossly mistaken. Our first problem is democracy, for the reasons so neatly expressed by Axel Leijonhufvud five years ago. The Eurozone is the apex of the vincolo esterno (external constraint) political philosophy, well described by Kevin Featherstone. Central bank independence is the mean to a well-defined and openly declared end: subtract the governance of sovereign states to elected politicians in order to empower a non-elected transnational technocratic elite (please, have a look at Featherstone’s paper before starting your populist rants about the European dream). The euro embodies central bank independence through article 123 of the Treaty on the Functioning of the European Union. It then follows that every people defending the euro nowadays, be it directly, like Mr. Draghi, or indirectly, like the "appealians" or Hans Werner Tsipras, is actually defending this political philosphy. Unfortunately, it turns out that this philosophy was (and still is) grounded on two very unsound bases: the naive confidence in the existence of a “purely technical” economic optimum, and the Machiavellian and paternalistic view that the “good shepherds” could lie to the sheep in order to push them in the right direction.

On the first point, I allow myself to point out to your attention that optimal inflation is not like optimal room temperature, which is well known to lie in a small range between 20 and 23 °C (68 and 73 °F), and which can be regulated by a technical device; there is no widely agreed-upon definition of an optimal inflation rate, the Sheridan’s approach of the ECB (the only good inflation is dead inflation) has pushed us beyond the verge of a complete disaster, and since inflation affects wealth and income distribution (as Leijonhufvud reminds us), you cannot have it regulated by the “thermostat” of a technocratic central bank: you need politicians, and a central bank obeying to them. Well, sorry, I was wrong. Not “you need”. You should, if you believe in democracy, which is something nobody can force you to do.

On the second point, it is well known that the disastrous consequences of “putting the cart before the horses” (in Dominick Salvatore’s words), i.e., of proceeding to monetary union before political union, were well-known not only to the profession, but also to the political elites. There is a huge literature in the political science field showing that the “federalist” approach to “Europeanisation” was based on the firm belief that proceeding the wrong way would cause crises, but those crises would have a positive outcome, because they would push the sheep (i.e., you) towards the right end: the United States of Europe, supposed to be the end of nationalism (much in the same way the United States is, or...). Italian readers may find it useful to have a look at Roberto Castaldi’s paper, “Single currency and political union”. Castaldi, a distinguished researcher in a reputed Italian university, explain us that:

Ma il fallimento del Congresso del Popolo Europeo mostrava che da sola tale crisi storica non permetteva di mobilitare i cittadini europei a favore della federazione. Ciò richiedeva l'emergere di crisi specifiche dei poteri nazionali, ovvero di problemi percepiti socialmente che non potevano trovare soluzione nel quadro nazionale. L'emergere di tali crisi costituiva la finestra di opportunità per l'avanzamento del processo di unificazione, e ne determinava la possibile direzione: una crisi economica poteva permettere avanzamenti sul terreno dell'integrazione economica... Le crisi costituivano opportunità per lo sviluppo di una "iniziativa" federalista.


which means (for differently European readers):

But the failure of the European People Congress showed that the historical crisis (of the nation States, translator’s note) did not allow the federalists to mobilize European citizens in favor of the federation. To this end, specific crises of national sovereignty were needed, i.e., socially perceived problems that could not be solved within the national framework. The occurrence of such crises was a window of opportunity for the progress of the unification process, and determined its direction: an economic crisis would favor developments towards economic integration... Crises were opportunities for the development of a federalist “initiative”.


In other words, the European elites knew very well that a crisis was ahead. In the Italian case, we have direct evidence of this (besides authoritative studies, like the one I just quoted). For instance, the minutes of the Italian Chamber still reports Giorgio Napolitano’s speech against Italy’s accession to the EMS. His word make it plain that he was fully and completely aware of the dangers that this process would bring about: de-industrialization of the weak countries and deflation all around (to the damage of the working class, which at that time he was supposed to defend, being a communist, and a former supporter of this unfortunate event).

Against this background, monetary unification was “sold” by those elite as a big deal for their constituencies. In Romano Prodi’s (in)famous words, Italian people “would earn as if they would work one day more, by working one day less”. This is what he told to his constituency in Italy, but he was lying, because at the same time he was releasing interviews to the Financial Times where he openly confessed that he was fully aware of the fact that Europe was not ready for the single currency, that this would cause a crisis, and that the crisis would force the European citizens to adopt the correct “political instruments” (e.g., labour market flexibility).

Needless to say, democracy cannot work if politicians (and the media system) purposely and consistently lie to their constituencies. You may have whatever opinion of the supposed Christian roots of Europe, but whatever you mean and whatever the God you believe in (if any), Jesus Christ’s words: “truth will set you free” (John, 8:32) are a political truth. Admittedly a long-run one, but still a truth. Lying to the European constituency has brought us to slavery (under the markets’ domination).

Now, have a careful look at Albert Einstein’s definition of insanity: “Insanity: doing the same thing over and over again and expecting different results”.

Hans Werner Tsipras in Greece, and Podemos in Spain, are fighting their political battle with the same weapons as the European elite did: by lying to their constituencies. They refrain systematically from pointing out the nowadays universally recognized source of our troubles (the euro), and they keep making promises they will never be able to keep: banging their little fists on the big European table in order to “force” Frau Merkel to do what they want.


Here in Italy we had a recent example of where this course of action brings: to failure. The Five Stars Movement of Grillo, which was supposed by everyone in Europe (except me) to be anti-euro, has actually refrained to take any definite stance on this issue, on the basis of the assumption that too definite an attitude would frighten their “median voter”. It was better to elude “hot” topics, in order to reach the power, and only afterwards do the “right thing”. Following this approach, they ran a populist, "anti-clique", “anti-corruption” (i.e., anti-government intervention in the economy) campaign, which proved successful the first time (in 2013 political elections), but self-defeating immediately afterwards (in the local elections of June 2013, and even more in the European elections of May 2014).

Much in the same way, Hans Werner Tsipras is not mentioning the euro, supposedly because he think this would frighten the Greek “median voter” (in full Stockholm syndrome), Podemos in Spain is running an “anti-corruption” campaign, and both are focusing on public debt issues, while even the ECB has long recognized that the problem lies elsewhere: in private lending from the North to the private sector of the South (do you remember the graphs above? That was private debt. And please have a look at Constancio’s speech and slides).

It is worth noting that the two supposedly “radical-left” parties in Europe owe their success to a full endorsement of the frame put forth by the European technocratic elite: namely, that the crisis was determined by public debt, whose abnormal growth (well, it as actually a decrease) was engendered by the public sector inefficiency and corruption. 

This implicit endorsement will of course favor their accession to the power, for two reasons: it does not disturb the elites (that are really happy to have the supposed opposition endorsing their Weltanschauung!), and it does not disturb the constituency, which hears a familiar story. At the same time, this endorsement does not contradicts too much their supposed “anti-austerity” stance. Once again, the opposition to austerity is not such a bad deal for Northern creditors (as the graphs above should prove: it allowed them to transfer their NPL’s to the balance sheets of the stressed governments!), and it is of course favored by the “progressive” constituency. Yes, indeed what the “appealians” want is at the same time less State, and more State. But this in principle is not a contradiction: everybody wants less (corrupted) State and more (efficient) State. Me too, for sure! However, in countries like Italy (just to quote one), corruption (which of course needs to be eradicated) was always widespread, even when the country grew at a 3% pace. So, why are we not growing now? And why are other, equally corrupted, countries growing?

Summing up, these “radical” approaches will fail, because they are as anti-democratic as the elite approach was.

It is high time to tell the truth. If you keep repeating that the problem is “corruption”, public debt, austerity, or whatever, and not the euro, you will have the median voter, but the final result will not be the expected one (use your power to force Germany to do what you want), but the opposite one: you will be crushed (as Beppe Grillo was in Italy) by the blackmail of the median voter, who will never understand where the problem is (because you never did something to inform him) and will therefore ask you to destroy the remainder of the (corrupted?) State, which according to the elite’s journals is the culprit, giving more way to the elite you were supposed to fight!

Not such a huge success for supposedly left-wing movements, is it? In fact, chances are that they will fail. But should they win, both the above graphs, and political intuition, show that they will never be able to change the course of our crisis. Just let us imagine how this would happen: Hans Werner, or Podemos, reach the power, then they appear on a balcony and tell to the people: “Countermand, comrades: the euro and private finance, not the clique and public debt, was the problem!”. Well, I will not say that this will never happen. But should it happen, they would immediately lose a large share of their constituency: snakes and ladder, you know?

Remember the words of that ancient blogger: truth will set you free. Any political movement that really intends to change things in Europe should never ever do the same political mistake as the criminal elite that carried out the European project so far: become trapped in its own lies.


Just to give you an exemple: Alessandro Di Battista (a Five Stars MP) statement a few days ago was a wonderful piece of dadaist policy: "If there is no toilet paper in our schools, blame corruption". Well, after having experienced the troika (if we ever do, which is likely, with such statesmen!), I think we will put corruption in perspective...


European citizens are adults, they deserve and can afford to hear the truth. And the technical truth is that we need a nominal realignment now: we need to overcome the euro, that was a huge historical mistake, and restore flexibility among European currencies. Have you ever dropped a crystal and a plastic glass at the same time? Which one broke? And why? Yes, right: because it was not flexible enough.

Think of it.

If you don’t believe me, nor Jesus Christ, believe your eyes. This will avoid us the painful need to remove the shards of the Eurozone.





P.s.: all the above implies that the victory of Syriza (or Podemos) will have no real impact. If it does, you will remember my words. If it does not, you will forget them. So is life...