L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
(...a seguito del post precedente, ricevo e condivido. Si viaggia per apprendere. Io non devo farlo, perché lo fate voi per me. Uno de passaggio viaggia molto, e ci racconta che...)
[NdC: ovviamente questo era emerso dalla discussione, quindi lo sapevo. Uno de passaggio sa che gli voglio bene, spero che non se ne approfitti troppo. Comunque, ora viene la parte che non sapevo, e che vi sottopongo... anche se magari questa la sapete voi:...]
(...avrete tutti avuto contezza della fakenews dei gazzettieri nostrani, secondo cui 60.000 nazisti avrebbero marciato su Varsavia per proclamare la supremazia della razza bianca ecc. ecc. Non che qualche sciroccato non ci fosse, per carità! Peraltro, vi sfido a estrarre un insieme di 60.000 persone da un gruppo di poco meno di 38 milioni senza beccarvi almeno un migliaio di sciroccati pesanti. Ma ormai lo sappiamo, le notizie sono questione di zoom:
I media tradizionali hanno completamente perso credibilità e, come ripeto, questo è un gravissimo danno. La loro decisione di costituirsi in fornitori di fake news, che qui abbiamo stigmatizzato molto ante litteram, ha due immediate conseguenze negative. La prima è che questo loro scellerato modus operandi getta effettivamente la popolazione in pasto a qualsiasi produttore di fake news (questa p quella per me pari sono...), quali che ne siano gli intenti, minando gravemente la possibilità di articolare un processo politico veramente democratico. La seconda è che tanti insulti alla verità e alla nostra intelligenza non potranno che generare una severa reazione. Qualora la libertà di stampa venisse gravemente limitata nel nostro paese, temo che pochi se ne preoccuperebbero, e molti giubilerebbero, avendo imparato a loro spese ma non per loro responsabilità a identificare la libertà di stampa con quella di impunita menzogna. Basterebbe poco... Basterebbe una bella multa da 100.000 euro per dato statistico fasullo pubblicato, ma solo in caso di recidiva e di assenza di smentita in prima pagina. Vedete come sono assolutamente tenero e benevolo? Potreste divertirvi a fare il conto di quali sarebbero gli immediati benefici per l'erario...
Insomma: le foto suggestive che i nostri gazzettieri (a ricasco di quelli internazionali) ci inviavano dalla Polonia erano frutto di un sapiente lavoro di lettura selettiva della realtà, il cui scopo è piuttosto evidente: screditare un popolo che desidererebbe, per una volta nella sua lunga storia, non dico autodeterminarsi, ma almeno acquisire dei ragionevoli margini di autonomia rispetto alla potenza imperiale di turno (in questo caso, quella tedesca).
Ma... nel resto del mondo, come si regolano i paesi che a noi vengono additati come civili, come paragoni di democrazia, come nostro modello, come l'asintoto cui tendere: le grandi federazioni del Commonwealth? Saperlo è utile e istruttivo, e ce ne dà agio un nostro vecchio amico, il buon Guidubaldo Sforza Pallavicini, che abbiamo conosciuto qui e qui. Vale senz'altro la pena di dargli voce oggi, anche per ricordare che non tutti i giuristi sono piddini. Il bene e il male esistono ovunque, ma in proporzioni variabili, e il male assoluto, almeno, per quanto riguarda quello che personalmente considero un bene assoluto, cioè la libertà (a partire dalla mia) è lo spirito gregario, che poi è il suicidio della propria libertà, prima di essere la tomba di quella altrui...)
Caro Professore,
Dalla
cronaca della sua a quanto pare fausta e produttiva trasferta polacca,
ho appreso dell’incredulità dei populiiiisti locali a proposito del
famoso tweet dal profilo social PD in cui si affermava che
determinate “battaglie" politiche erano state condotte da quel partito
nell’interesse dell’Europa, e non in quello dell’Italia.
Sul
tema della fedeltà del politico agli interessi del proprio Paese e dei
cittadini che gli hanno conferito un incarico rappresentativo, vorrei
prendere spunto da una recente vicenda esotica e che sarà probabilmente
sfuggita ai più (anche se qualche lettore che vive “down under” ne sarà
forse al corrente), per svolgere qualche banale considerazione politica.
(i.) Is under any acknowledgement of allegiance, obedience, or adherence to a foreign power,or is a subject or a citizen or entitled to the rights or privileges of a subject or citizen of a foreign power: or
(ii.) Is attainted of treason,
or has been convicted and is under sentence, or subject to be
sentenced, for any offence punishable under the law of the Commonwealth
or of a State by imprisonment for one year or longer:
[...]
shall be incapable of being chosen or of sitting as a senator or a member of the House of Representatives.
Questa curiosa e solo apparentemente desueta disposizione (che infatti fuuuuurbi progressisti piddini australiani vorrebbero abolire in ossequio al multiculturalismo), al di là del linguaggio colorito - e della insistenza su concetti démodé quali
fedeltà, obbedienza, potenza straniera, tradimento - fa riflettere sul
fatto piuttosto ovvio che un politico più o meno consapevolmente
asservito ad interessi stranieri si trova senz'altro in una situazione
di incompatibilità rispetto all'esercizio di un mandato politico
rappresentativo nel - e peril - proprio
Paese. Del resto, anche “LaPiùBelladelMondo” pur non esprimendosi
esattamente come l'omologa (e non altrettanto bbbella) australiana,
conferma nella sostanza tale principio quando prescrive che "I cittadini
cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con
disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge." (art. 54, co. 2 Cost.) e che "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione […]” (art.
67, Cost.). Principii rafforzati dalla stessa formula del giuramento
che la legge prevede per il Presidente del Consiglio dei Ministri e per i
Ministri: "Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi edi esercitare le mie funzioni nell'interesse ESCLUSIVO della Nazione” (art. 1, co. 3 della legge n. 400/1988).
Ora, noi sappiamo - o dovremmo sapere, a patto di non essere tra coloro che sanno di sapere - che il mantenimento dello status quo
economico e monetario è senza ombra di dubbio in frontale ed insanabile
opposizione rispetto all'interesse della Nazione (o se si preferisce
dello Stato e della comunità politica italiani, per quegli
invasati “cittadini del mondo” a cui l’evocativa parola Nazzzzzione
provoca un subitaneo ed inevitabile attacco di dermatite apolide),
che è anzitutto interesse alla ordinata sopravvivenza - e possibilmente
alla prosperità - economica, sociale, civile della comunità umana che
la compone e ne abita il territorio.
Da
ciò segue che disponiamo di almeno due fondamentali coordinate per
l’esercizio consapevole del voto nei futuri appuntamenti elettorali, che
potrebbero essere compendiate in altrettante domande da "esame di
coscienza" elettorale:
1)
Tra i partiti/liste che partecipano alla competizione elettorale e che
contribuiranno ad eleggere deputati e senatori chiamati a dare la
fiducia ad un Governo, quali sembrano offrire una qualche garanzia
rispetto al dovere costituzionale di esercitare il mandato
rappresentativo nell’interesse della Nazione? Nelle loro proposte
programmatiche, trova spazio il perseguimento prioritario degli
interessi della comunità politica nazionale, pur nella ricerca di
ragionevoli forme di cooperazione paritaria con altri Stati, se
necessario anche in opposizione dialettica ai “partner” concorrenti europei e portando avanti seriamente tale interesse nelle sedi europee?
2) Tra i partiti in competizione ce n’è qualcuno che dimostra di aver compreso in modo inequivoco che la governance
economica europea è radicalmente incompatibile con detto interesse e
che si è di conseguenza attrezzato tecnicamente e politicamente per
gestire un processo - multilaterale o unilaterale che sia - che porti a
conclusione l’esperienza tragica della moneta unica, ripristinando in
capo allo Stato alcuni fondamentali strumenti di politica economica, in
linea con le prescrizioni costituzionali?
(Ovviamente,
la più volte ricordata direttiva pratica di votare per il partito che
Scalfari ci chiede di non votare è di assai più immediata comprensione,
anche se le ultime esternazioni del penfriend più
apprezzato da Calvino ci restituiscono un quadro apparentemente più
complesso. Del resto è già un buon passo avanti aver chiaro “Ciò che non
siamo/ciò che NON votiamo”).
So
perfettamente che per molti dei lettori del blog queste sono poco più
che domande retoriche e che al contrario per molti elettori -
ossessionati da una ottusa sindrome della "purezza" politico-elettorale -
sembreranno suggestive (nel senso dei giuristi, ossia domande che
suggeriscono surrettiziamente una risposta). Tuttavia, di fronte alla
schizofrenia favolistica dei media che da un lato narrano con alte dosi
di edulcorante un’uscita dalla crisi che nei fatti non c’è, minimizzando
ad esempio sui rischi esiziali che sta correndo il nostro sistema
bancario e, dall’altro, drammatizzano e squalificano con accenti
terroristici ogni scenario di possibile superamento dello status quo ricorrendo
alle immagini del “salto nel buio” e della "minaccia
populista”, mi sembrano le sole vere questioni radicali da porsi e a cui
ciascuno dovrebbe provare a rispondere in tutta onestà, sforzandosi di
andare oltre l’appartenenza estetico-identitaria, nostalgica e
padrinobilista che tanta parte ha avuto nel portarci sull’orlo del
baratro dove ci troviamo ora.
Se
non si ha il coraggio di fare questo sano esame di coscienza - e se la
disastrosa realtà sociale che si offre ai nostri occhi non è incentivo
sufficiente per provare a darselo di qui al voto - traendone al momento
opportuno le dovute conclusioni, non resterà che accontentarsi
d’indulgere nell’acquisto di cianfrusaglie online per black friday -
elevato nel frattempo a servizio pubblico imprescindibile di fronte al
quale il diritto costituzionale di sciopero e all’equa retribuzione del
lavoro possono tranquillamente cedere - cercando di battere sul filo dei
click i concorrenti consumatori in ansia da regalo natalizio low cost.
Rompere
definitivamente con questo tralatizio atteggiamento di pigrizia
intellettuale e di autentica ignavia civile è la condizione di
pensabilità di qualsivoglia prassi politica che miri al ripristino della
dignità vilipesa del nostro Paese e dei suoi cittadini.
Mentre risuonano ancora e ancora, sinistre
e terribilmente vere, le parole del Principe, cap. XXVI: “A ognuno
puzza questo barbaro dominio”, mi viene soltanto da gridare: Non prevalebunt.
Un carissimo saluto,
Guidubaldo
(...peraltro, quando la sostanza c'è, si vede! Ho imparato una parola: tralatizio. Il giovine è colto, non c'è che dire. Si apra la discussione...)
Nei finti stati
federali di derivazione anglosassone (Stati Uniti d’America, Canada, Australia…)
ultimamente si porta molto l’idea secondo cui la Germania dovrebbe finalmente
prendersi le sue responsabilità di leader regionale, e laddove non lo faccia,
sarebbe sua la colpa del fallimento del progetto europeo.
Una variante del tema
“Germania cattiva” caro alle nostre élite, le stesse per le quali fino a ieri la Germania era un esempio.
Volete esempi di
questo atteggiamento?
Qui trovate un
illustre esempio
a stelle e strisce, e qui un meno illustre, ma ugualmente interessante, esempio a stelle e Union
Jack. Notate che quando parlano di uccisione del progetto europeo (come
Kruggy) o di proposte antieuropee (come Billy) i simpatici anglosassoni partono,
nemmeno troppo implicitamente, dall’ipotesi che questo progetto sia valido, che
ostacolarlo sia un errore. Un’ipotesi che alcuni di loro (in particolare
Kruggy) in altri tempi hanno dimostrato essere falsa, ma attenzione: qui non è
nemmeno un caso di rivolgimento di gabbana come quelli che stanno costellando
le nostre cronache (le alate parole postume di Sforza
Fogliani contro l’Europa, con annesso elogio di Padoa Schioppa, le avete
lette? Un altro di quelli che finché toccava a noi stava zitto…). No, gli
illustri colleghi non sono voltagabbana: è proprio che non ci arrivano. Non
riescono a capire che i 28 Stati dell’Unione Europea non potranno mai federarsi
come i 7 “stati” australiani o i 50 “stati” che compongono gli USA. La differenza
fra uno Stato europeo e uno “stato” di una pseudo-federazione anglosassone è
molto semplice, e la detta una forza alla quale né io né voi né nessun altro
può opporsi: quella della storia. Gli Stati europei sono caratterizzati da
identità nazionali più o meno forti, costruite, fra l’altro, aggregando con metodi
che sappiamo una serie di identità territoriali (e in qualche modo esse stesse
nazionali) subordinate. Gli “stati” come il Wisconsin o Queensland sono
(macro)regioni di uno stato nazionale dalla forte identità fortemente condivisa
(lingua inglese, common law, ecc.), costruita in tempi recenti facendo tabula
rasa di tutto quanto si trovasse sul territorio di insediamento. Cosa ciò
comporti in termini di integrazione fiscale (e quindi di sostenibilità di una
moneta unica) per gli Stati Uniti dovremmo saperlo perché ce l’hanno spiegato Bayoumi e Eichengreen
(1992). In Australia le cose vanno così: alcuni australiani (ovviamente non
quelli che ci guadagnano) non sembrano entusiasti né del loro federalismo
orizzontale, né di quello
verticale, ma resta il fatto che per un abitante del Queensland un abitante
della Tasmania è meno straniero di quanto lo sia un portoghese per un lettone.
Ci siamo?
Ecco.
Questo i
simpatici anglosassoni proprio non lo capiscono, e quindi proprio non si
rendono conto del perché la Germania non voglia cooperare. La limitata capacità
di comprensione sfocia sempre nel moralismo, e quindi eccoli lì, i nostri
simpatici abitanti degli Stati Uniti d’America o del Commonwealth degli Stati
Australiani, col ditino puntato verso la Germania (ah, i ditini!...).
Ma, scusate, se
proprio di responsabilità dobbiamo parlare, allora facciamolo fino in fondo.
Perché se si
chiede alla Germania, come leader politico regionale, nonché gestore tramite l’UE
delle regole di governance europee, di prendersi le sue responsabilità favorendo l’evoluzione delle regole
fiscali europee nel senso di una maggiore integrazione (e quindi solidarietà),
corrispondente a quanto razionalmente occorre per la sopravvivenza di una
unione monetaria, allora si dovrebbe anche chiedere agli Stati Uniti, come leader
politico mondiale, nonché gestore tramite il FMI del sistema monetario
internazionale, di prendersi le loro responsabilità, favorendo l’evoluzione del sistema monetario mondiale verso
un assetto più razionale. E la razionalità del sistema monetario internazionale
punta in una direzione indicata dalla
storia e dalla
logica economica: quella di una maggiore flessibilità (incidentalmente
noto, non me ne vogliano gli idealisti a pancia piena, e nemmeno quelli a
pancia vuota, che sarebbe strano che storia e logica economica fossero
ortogonali).
Insomma: questa
merda di sistema l’hanno voluta gli Stati Uniti, ce
lo siamo detto e ridetto. Bene: ora che non funziona, ed è evidente che non
funziona, dovrebbero essere loro a prendersi la responsabilità di smontarlo,
invece di giocare a scaricabarile con la Germania, le cui responsabilità sono
evidenti, ma che è comunque uscita dalla Seconda guerra mondiale come paese
sconfitto, e fino al 1999 si è mantenuta sostanzialmente subalterna (come a
sconfitto si conviene).
Ma questa
riflessione nessuno la fa mai, e nessuno pone mai questa domanda.
Nessuno?
Non è esatto.
Come abbiamo visto (e lo avremmo comunque intuito anche senza che ce lo
dicessero), quando si trattò di salvare la Grecia, stanziando 110 miliardi di
euro (perché la situazione era stata lasciata incancrenirsi a sufficienza), al
FMI volarono stracci fra gli USA, che volevano tenere i cocci dell’Eurozona
insieme per motivi geopolitici, da una
parte, e Brasile e India dall’altra. A indiani e brasiliani della geopolitica
del Mediterraneo non gliene importa una beata fava: è il laghetto dove gli USA
si trastullano con le loro naumachie, mentre 110 miliardi, inutile negarlo, son
bei soldi! Sai quanti Risiko ci compri? Al prezzo attuale, circa tre miliardi:
uno ogni due abitanti del pianeta. Hai voglia a gioca’!
Peraltro, un
appello alla responsabilità degli Stati Uniti come gestori del “non sistema”
monetario internazionale lo aveva emesso anche uno de passaggio, il governatore
della PBOC, quando nel 2009 chiese agli Stati Uniti di convocare una nuova Bretton Woods.
Bene: se le cose
vanno male qui in Italia, e se veramente dovrà arrivare la troika, il buco da
tappare sarà più grande che in Grecia, ci siamo? Ecco: allora immaginatevi un
po’ voi come si metterà fra gli Stati Uniti e
i BRIC, soprattutto considerando un fatto ormai conclamato: il fatto che questi salvataggi non
salvano nessuno, cioè il fatto che i finanziamenti erogati sono a fondo perduto
(o meglio: trovato nelle tasche tedesche…). A un brasiliano
quanto glie ne può fottere di mettere i soldi per salvare le banche tedesche
affinché l’Italia resti monetariamente saldata alla Germania evitando di mettere in discussione la coesione
geopolitica europea? Credo non moltissimo. Senza contare il
fatto che i maggiori
economisti anglosassoni hanno chiaramente detto quanto vediamo: ovvero che
l’aggancio monetario avrebbe compromesso la coesione politica (e le loro teorie
oggi sono state riportate all’attenzione dei decisori politici).
Certo, può durare
ancora molto. Ne parlavo prima con Martinetus, esternandogli questa analisi che
volevo condividere con voi. Ma non per sempre. Non è solo Germania contro PIGS.
È, anche se si vede di meno, USA contro BRIC. Se volete dirmi che la
razionalità nelle scelte umane non sempre prevale ecc. sono d’accordo. Ma voi
sarete d’accordo con me che dal punto di vista degli Stati Uniti, nel bene e
nel male, sarebbe molto più razionale cercare di smantellare in modo ordinato l’euro.
Un argomento che,
fra l’altro, sviluppa Stefan Kawalec in questo working paper. Voi
lasciate stare che noi non vogliamo il TTIP (Stefan sì, è liberista). L’argomento
di Stefan però è che euro e TTIP sono in contraddizione. Se l’argomento fosse
fondato (potete valutarlo) si aprirebbe una linea di faglia che potrebbe
modificare il panorama. Non necessariamente in meglio (Quarantotto ci
ammonisce). Ma modificarlo.
Forse, anziché
rivolgersi alla Germania con un accorato “Franti, tu uccidi l’Europa!”, il
Direttore USA farebbe meglio ad applicare a se stesso l’aurea massima “ubi
commoda ibi et incommoda”, e a metter mano, nel suo interesse, alla rimozione
di questo spiacevole errore di percorso nel cammino della Storia, un errore che
solo la naïveté di chi proveniva da un paese senza storia poteva essere indotto
a compiere.