Poco fa una persona simpatica mi ha chiesto su Twitter cosa ne fosse del cambio argentino. Lo ha fatto per DM, quindi inutile che andiate a rovistare. Ora, sapete bene che di tasso di cambio non ce n'è uno solo, per cui chi parla di "valuta che non ha mai svalutato" o di "valuta stabile" senza ulteriori qualificazioni (cioè senza dire rispetto a quale altra valuta) si sbugiarda come un irrimediabile dilettante (il che spiega, poi, certi incidenti di percorso... ma non torniamo, per ora, su queste tristi vicende)!
Qui sotto vi propongo in un grafico tre misure del tasso di cambio dell'Argentina, le più rappresentative e generalmente considerate in letteratura:
1) il tasso di cambio nominale bilaterale col dollaro (espresso certo per incerto), cioè quanti dollari si comprano con un peso (ricordo ai consiglieri di Renzi che l'Argentina non ha mai adottato il corralito: corral, come sa chiunque abbia visto un western da piccolo, è il recinto delle bestie - non mi riferisco ai consiglieri di Renzi, che evidentemente non lo conoscono - e quindi corralito significa "piccolo recinto", ed è la metafora usata in Argentina per indicare le restrizioni ai movimenti di capitale adottate durante la crisi).
2) il tasso di cambio nominale effettivo, cioè un indice costruito come media dei tassi bilaterali (verso il dollaro, l'euro, la sterlina, lo yen, ecc.), ponderato con le quote di commercio dell'Argentina verso i singoli paesi di riferimento. Questo indice esprime l'effettiva "forza" della valuta di un paese, che ovviamente non va calcolata rispetto a un solo altro paese, ma rispetto a tutti quelli coi quali commercia.
3) il tasso di cambio reale effettivo, cioè un indice che esprime il rapporto fra i prezzi di un paniere di beni argentini, e un paniere di beni esteri, espressi nella stessa valuta (ovvero: il prezzo relativo dei beni argentini, ovvero un indicatore della competitività di prezzo argentina: più scende, meno i beni argentini sono cari per gli acquirenti esteri).
Questi concetti ai lettori del blog sono noti. I nuovi arrivati possono documentarsi, ad esempio leggendo questo post. Farlo è interesse loro, non mio, perché io queste cose le so, e quindi so (ad esempio) cosa pensare delle balle raccontate dai media.
Fra le tante cose che gli operatori dei media non capiscono c'è anche il fatto che la base in un numero indice è arbitraria, non contiene particolari informazioni, e quindi l'indice può essere ribasato senza che le informazioni da esso espresse cambino (per un esempio di "giornalisti" che non lo capiscono, guardate un qualsiasi commento di un qualsiasi media al grafico degli indici della produzione industriale presentato da Marine Le Pen nel corso del dibattito fra i candidati alla presidenza della repubblica francese).
Per questo motivo ho deciso di presentarvi gli indici mettendoli in base 1997=1. Questo ha una sua utilità, perché nel 1997 era uguale a 1 anche il cambio bilaterale peso/dollaro, nel senso che con un peso si comprava, appunto, un dollaro, e ciò rende più facile il confronto del cambo bilaterale coi cambi effettivi. Per lo stesso motivo, notate anche che scelgo la quotazione certo per incerto del cambio bilaterale nonostante essa sia meno utilizzata in pratica: in pratica infatti, visto che la risorsa scarsa è la valuta "forte", il cambio bilaterale viene è quotato incerto per certo, ovvero risponde alla domanda: quante unità di valuta nazionale mi occorrono per comprare un dollaro? (Qual è il prezzo del peso in dollari?). Tuttavia, mentre i cambi bilaterali sono sempre proposti in LCU per USD (local currency units per US dollar), con le sole eccezioni del pound e dell'euro (finché c'è), gli indici effettivi sono sempre proposti in modo tale che una svalutazione si traduca in una diminuzione dell'indice, cioè in modo analogo alla quotazione certo per incerto.
Sì, lo so: sarete confusi, forse. Ma voi siete scusati. Chi è del settore... molto di meno! In ogni caso, tranqui: la sintesi è che nel grafico successivo quando si scende si svaluta.
Il grafico è questo:
Questo grafico ci dice tante cose, ma siccome il tempo è poco mi soffermo su due sole di esse, così, tanto per smascherare due fra le tante menzogne che gli operatori informativi ci rifilano, un po', senz'altro, per malizia, cioè per presentare i fatti storici in modo tendenzioso alterando il processo democratico in modo favorevole agli interessi di chi li finanzia, ma un po', anzi, direi molto, per semplice ignoranza crassa.
Le due balle che qui vengono immediatamente smascherate sono:
1) quella che l'aggancio a una valuta forte sia un fattore di stabilità, e
2) quella che la svalutazione del cambio nominale non abbia effetti duraturi sulla competitività di prezzo (cioè sul cambio reale), perché di tanto diminuisce il prezzo della valuta, di tanto aumenta l'inflazione dei prezzi interni, per cui per l'acquirente estero la situazione resta inalterata.
Insomma, l'idea è che se un chilo di dulce de leche costa un peso quando con un dollaro compri un peso (e quindi un chilo di dulce de leche), quando poi con un dollaro compri due pesos (perché con un peso compri mezzo dollaro), compri però sempre un chilo di dulce de leche, perché questo, grazie a Linflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzioneaduecifre, nel frattempo costa due pesos (inflazzzzzione a tre cifre, in effetti, perché nel caso in questione il prezzo è aumentato del 100%).
Scemenza che tutti ripetono, rendendosi rendendosi tanto ridicoli a chi sa, quanto terrorizzando chi non sa.
Ma per sapere... basta guardare, e allora guardiamo!
Si parte nel 1997. Un peso valeva un dollaro. Così era dall'inizio degli anni '90 e così sarebbe stato fino all'inizio del 2002. Nel grafico, questa è la linea blu. E ora smascheriamo la prima balla. Mentre era agganciato al dollaro, il peso non era una valuta stabile, tutt'altro! Vedete la linea arancione? Sarebbe il cambio effettivo nominale. E che fa? Cresce. E che significa? Significa che il peso, che era stabile rispetto agli Stati Uniti (uno a uno), in media, però, cioè considerando anche i rapporti di cambio con gli altri partner commerciali, si stava apprezzando, stava in media diventando più caro, stava cioè danneggiando la competitività del paese. Di quanto? Bè, di un bel po': fra il 1997 e la fine del 2001 (cioè l'inizio della crisi) l'apprezzamento effettivo nominale (l'innalzamento della curva arancione) è di circa il 35%. Mica poco!
Voi direte (perché così vi hanno insegnato): "Bè, ma almeno l'Argentina avrà pagato di meno i prodotti importati, ci sarà stata deflazione e quindi al suo interno la popolazione sarà stata meglio...". Insomma... La deflazione, sì, ci fu. Fra 1998 e 2001 i prezzi al consumo diminuirono del 2.2%. Non abbastanza per contrastare l'apprezzamento del cambio nominale. Quindi, agli acquirenti esteri (esclusi quelli degli Stati Uniti) il peso in media costava di più, ma la caduta dei prezzi interni non compensava la crescita del costo della valuta.
E quindi?
E quindi il tasso di cambio reale aumentava, anche lui. È l'aumento della spezzata grigia, pari a circa il 17% nel periodo dal 1997 al 2000. Sì, cari: per l'Argentina (paese non particolarmente forte), stranamente, adottare la valuta di un paese forte significava diventare non più stabile, ma meno competitivo.
I più furbetti avranno anche capito perché: perché in quel periodo il dollaro, in media, si stava rafforzando. È l'aumento della linea gialla, il NUSD (cioè il nominal effective exchange rate dello USD).
Ricapitolando: il peso stava fisso sul dollaro, ma siccome il dollaro saliva rispetto alle altre valute, il peso saliva rispetto alle altre valute.
Sintesi: chi vi dice in termini apodittici che l'aggancio a una valuta forte genera stabilità è molto probabilmente un cialtrone. Indubbiamente l'aggancio a una valuta forte può avere senso nel caso di inflazione a quattro cifre come quella sperimentata in Argentina ai tempi d'oro (fine anni '80), ma in termini generali prima o poi l'aggancio a una valuta forte fatalmente si traduce in instabilità a danno del paese più debole.
Veniamo ora alla seconda menzogna dei media corrotti e (meritatamente) falliti: la svalutazione del cambio nominale sarebbe inutile perché esattamente compensata dall'inflazione interna. Non è mai così, e non è stato così nemmeno in Argentina, il paese feticcio di questa sgangherata massa di cialtroni!
Per verificarlo, basta osservare cosa succede alle linee blu, arancione e grigia con la crisi. La linea blu precipita rapidamente. A dicembre 2001 con un peso si comprava un dollaro, a aprile 2002 si compravano solo 33 centesimi di dollaro. Una svalutazione del cambio nominale bilaterale certo per incerto pari al 66%, analoga a quella dell'indice dei tassi di cambio nominale (arancione) e reale (grigio). Poi? Poi la leggenda metropolitana dei vari personaggi in cerca di editore vorrebbe che la linea grigia (cambio reale) tornasse rapidamente alla casella di partenza (cioè a 1), perché, recitano i ciarlatani dell'economia, tutta la svalutazione esterna traducendosi in inflazione interna, i suoi benefici sul prezzo relativo delle merci sarebbero rapidamente neutralizzati.
E infatti...
E infatti non uno, ma sedici anni dopo il tasso di cambio effettivo reale (riga grigia) è ancora del 72% inferiore al valore che aveva nel 2001, cioè il guadagno di competitività è stato persistente. Nel frattempo, come vedete dal grafico, il cambio effettivo nominale (linea arancione) ha ceduto ancora un po'. Ma, attenzione, questo rafforza l'argomento: nonostante l'ulteriore cedimento del cambio, non c'è stata alcuna inflazzzzionedevastantecheerodeibeneficidellasvalutazzzzzzionecompetitivabrutta.
Non c'è stata perché si sa che non poteva esserci perché non c'è mai stata per i motivi che vengono espressi ad esempio da Burstein, Eichenbaum e Rebelo (non esattamente tre di passaggio). Eh già! Perché io lo so, e lo dico sempre: non c'è solo la scandalosa mancanza di deontologia degli operatori informativi: c'è anche quella della mia professione, che non si fa scrupolo alcuno di diffondere, per conformismo o per ignoranza, autentiche leggende metropolitane. Quella che Claudio Borghi, un Economista, ha scherzosamente ribattezzato "la bisettrice del PUDE", cioè la relazione uno a uno fra svalutazione e inflazione, non è mai, dico mai stata osservata in natura, e i cialtroni mainstream che la ribadiscono sono persone che alla Northwestern, per dire, non potrebbero entrare neanche accompagnati dai genitori, sono persone che in tutta evidenza non hanno mai aperto un libro serio di economia internazionale, nemmeno quando la insegnano, o ne hanno comunque dimenticato il contenuto, sono persone che non hanno mai letto dei paper scientifici, forse anche perché non ne scrivono (o almeno così dicono i repertori bibliografici usati dalla professione).
Com'è possibile che sia gente simile a dettare l'agenda dei media, ad avvelenare con le proprie menzogne l'acqua limpida della democrazia? Chi li chiamerà a rispondere di questo odioso crimine?
Nessuno, credo. I dati, si sa, sono faticosi. Le menzogne, invece, sgorgano come acqua di fogna dalla fetida strozza di questi nemici della pacifica e democratica, perché consapevole, convivenza fra popoli. In questi tempi ci è stato dato di vivere. Ce ne sono stati, probabilmente, di molto peggiori, ma immaginarseli richiede, almeno a me, uno sforzo di fantasia sempre più grande. Probabilmente costerebbero meno un paio di clic del mouse per andare dove sono i dati, e verificare che quanto vi raccontano sia vero.
Certo... poi magari ci si resta male, quando si apprezza appieno l'entità della menzogna cui siamo sottoposti.
Ma se siete qui il male ve lo siete già fatto...
Scusate...
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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domenica 2 aprile 2017
martedì 17 gennaio 2017
Argentina (again)
(...come sapete, è mio preciso impegno non dedicare questo blog alla cronaca. Per la cronaca avete i gazzettieri, ai quali potete rivolgervi sapendo che non possono spiegarvi quello che sono pagati per non capire, e molti non capirebbero nemmeno se pagati. Meglio leggere qui la cronaca del futuro, che farsi prendere in giro. Questa scelta editoriale ha avuto un certo successo, e quindi non intendo rivederla. Oggi vi giro una lettera che ho ricevuto da un paese del quale tutti parlano e pochi sanno qualcosa: l'Argentina, presa spesso a paradigma delle vicende italiane da commentatori particolarmente insulsi e cialtroni. Un paese che è scomparso dal radar perché il belloccio liberista di turno non è che stia andando benissimo, e questo ovviamente alla stampa corrotta e faziosa non fa molto comodo metterlo in evidenza. Ve la vendo come l'ho comprata: è una testimonianza, a qualcosa servirà. Non credo che avrò molto tempo di gestire lunghe discussioni perché ho diverse scadenze scientifiche da gestire, dal mio fortino ai margini della comunità scientifica. Divertitevi senza di me...)
Sa cosa mi ricorda? Gli articoli del Corriere della sera che, mentre da una parte parlava di disoccupazione giovanile, poi dall’altra faceva apparire sulla pagina web – ogni settimana – la storia di un qualche neo-laureato italiano che “ce l’aveva fatta” e ora era milionario/famoso/di successo.
Gentile
professore,
Le scrivo, come
molti hanno già fatto, per dirLe innanzitutto grazie. Per il Suo lavoro e per
avermi dato alcune chiavi di lettura di una realtà che dispongono ordinatamente
una serie di elementi e sensazioni che prima potevo solamente sostenere
attraverso un “io so” pasoliniano (non detto da Pasolini, tra l’altro. Immagini
quanto potesse valere).
Le scrivo
dall’Argentina, da dove – casualmente – ho iniziato a seguire il suo blog nel
2013. Oltre a i ringraziamenti quello che mi spinge a scriverle (nonostante la
mia dimestichezza con l’italiano, che va via via scemando, trasformi questa
epistola in uno sforzo titanico per me) è volerle raccontare un aspetto che, a
mio modo di vedere, è anch'esso un tassello del quadro
che Lei ci sta aiutando a vedere.
Si ricorda il
“back to the future” di cui il suo amico greco le aveva parlato, riferendosi al
fatto che vedere l’Italia era per lui come un viaggio a ritroso nel tempo della
sua Grecia? Se guardo all’Argentina (o
forse dovrei dire dall’Argentina verso l’Italia) oltre al gioco tra
futuro-passato, è noto anche certe simmetrie.
La stampa
Nel 2010, quando
sono tornato in Argentina, lasciavo un Italia in piena epoca berlusconiana (o
almeno questo pensavo io, essendo per me questo il problema centrale del Bel
Paese ).
Arrivato a
Buenos Aires mi trovavo invece un attacco incessante al governo da parte di
tutti i grandi gruppi media (che qua sono, in definitiva, due grandi mogul: il
gruppo Clarin e il giornale La Nación). Dopo le esperienze italiane di quella
che io ai tempi definivo come “stampa di regime” mi venne spontaneo pensare “Se tutti i grandi gruppi media stanno
criticando questo governo, vuol dire che qualcosa di buono starà pur facendo”.
Vede, in questo caso la simmetria mi aveva portato da un posto dove la stampa
imbelliva una realtà invece brutta (l’Italia), mentendo sapendo di farlo, ad un
altro (l’Argentina), dove la stampa e i mezzi di comunicazione imbruttiva,
mentendo, una realtà magari non così orribile. È stata senz’altro una grande
esperienza, un po’ come vedere l’altra faccia della stessa luna “in azione”,
muovendosi con la stessa forza, per lo stesso obiettivo, ma utilizzando il
meccanismo al contrario (dal “va tutto bene, e presto andrà meglio” italiano al
“non siamo stati mai cosí male, e ci avviamo all’ecatombe” argentino).
Venendo ai giorni
nostri: mentre in Italia vi dicevano – corrucciati e preoccupati – che dopo la
Brexit il Regno Unito “era uscito
dall’Europa”, qui da noi dicevano – sorridenti ed esaltati – che con la
vittoria di Macri l’Argentina “tornava nel mondo”.
Da voi i partiti
sono “populisti” perché anti-sistema, e per questa ragione si condannano tutte
le loro rivendicazioni, anche quelle che invece inquadrano il problema centrale
dell’Europa. In pratica: siccome chi
solleva problemi relativi alla la redistribuzione della ricchezza è anche uno
xenofobo (come Le Pen) o un fanfarone (come Grillo), allora si condanna il
concetto stesso di redistribuzione.
Parli dell’uscita dall’euro? Sarai mica uno
xenofobo come Le Pen?
Da noi i partiti
sono populisti perché promettono la redistribuzione della ricchezza invece
pensano a rubare (se morfaron todo). E
per questa ragione si condannano le loro rivendicazioni (potrei definirla “la
corrrupppcciónnnnnfeafea”?) e si condanna il concetto stesso di
redistribuzione. In pratica: chi vuole redistribuire è in realtà corrotto. Et
voilà, con questo sillogismo la redistribuzione degli ingressi scompare di
scena e, quando vi torna come rivendicazione, fa dire “Attenti, è un corrotto!”.
In Italia (nel primo
mondo) si sono lentamente applicate le politiche neoliberiste durante decenni, per arrivare allo smantellamento dello stato
sociale; in Argentina lo
si è fatto a tempo record, con la Dittatura di Videla (e, soprattutto, di
Martinez de Hoz) e poi per via “democratica” durante i “roaring nineties”. In Italia si è
fatto saltare il sistema politico (mi insegna Lei) con l’esplosione di Mani
Pulite; qua – dove la manu militari che pareva più veloce si è poi rivelata
forse anacronistica – sono arrivati agli impeachment più di recente (Paraguay;
Brasile e, se non avesse vinto l’allora opposizione, sicuramente anche
Argentina).
Para ser claro: non
sto dicendo che i governi di Kirchner (Argentina) o Dilma (Brasile) fossero
onesti. Dico solo che questo aspetto è stato usato per favorire l’arrivo al
potere di governi inveve affini al capitale, sul cui operato invece ora i media
– prima inferociti e paladini dell’onestà- si permettono al massimo commenti
come “hanno sbagliato”, “stanno imparando”.
Capisco e ho
visutto l’effetto imbonitore di una stampa panglossiana che ti dice che andrà
tutto bene, che ti convince (nei momenti peggiori) che devi pazientare un po’ e
che vedrai presto i miglioramenti. E capisco appunto che ci si possa credere
(soprattutto perché, quasi in autodifesa, si vuole che abbia ragione). Mai
avrei pensato, però, che la stampa potesse plagiarci cosí tanto da farci votare
contro i nostri interessi a pancia piena, ovvero: convincerti – quando le cose
vanno relativamente bene – che in realtà non sei mai stato cosí male.
The result
E quindi adesso
abbiamo un Presidente del Banco Central che dice “La inflación monetaria genera
inflación” e ha iniziato il 2016 con un tasso di interesse del 36%, assorbendo
pesos secondo lui in eccesso. (Ovviamente l’inflazione si è calmata, passando dal
26% del 2015 al 40% del 2016). Tra l’altro, dopo una campagna elettorale in cui
un governo ha promesso crescita e, in parallelo, lotta serrata all’inflazione.
Nel dettaglio:
povertà zero+
riduzione del
deficit fiscale+
eliminazione
delle tasse ai cittadini e ai grandi produttori terrieri+
eliminazioni dei
sussidi al trasporto, alla luce e la gas+
crescita
economica
Infatti, appena
arrivato al governo, ha eliminato le “retenciones” sui prodotti agricoli da
esportazione (commodities quali mais e il grano, ad esempio) e al settore
minerario; ha eliminato le sovvenzioni al gas, luce, trasporto e acqua (con
aumenti che, in alcuni casi, hanno superato il 400%). Fin qui tutto bene, salvo
il fatto che povertà è arrivata – in 8 mesi – al 32% (prima, si dice fosse al 25%),
la disoccupazione è cresciuta e – guarda caso – l’economia è entrata in
recessione. In questo contesto, ovviamente, i soldi per tagliare le tasse ai
cittadini comuni non ci sono. Anzi, sono aumentati anche le imposte municipali,
ben oltre il 40% dell’inflazione.
Al di là del
fatto che io possa sbagliarmi su quale delle due opzioni fosse la migliore per
l’Argentina e, soprattutto, nell’analisi di quanto fatto dal governo
precedente, ho capito che – quando la stampa e chi la comanda vogliono – non
riusciamo nemmeno a essere egoisti. Ovvero, a dire: "non mi importa se dicono
che questi sono corrotti, o che il sistema è insostenibile. Io ho la pancia piena, e quindi voglio
continuare cosí".
[emphasis added...]
Il prossimo passo dell’elettorato, magari, è quello di essere citttadini che
votano in modo razionalmente egoistico. Ovvero: per fare i propri interessi.
Cosa che, ad esempio, hanno fatto benissimo le elite che hanno appoggiato la
candidatura del governo attuale.
El verso (lo speech)
La campagna
dell’attuale presidenza argentina è stata realizzata utilizzando il concetto
del “Cambio” (in questo caso, rispetto ai 12 anni di governo
peronista-kirchenerista). Tant’è che la coalizione che ha poi vinto le
presidenziali si chiama “Cambiemos” (congiuntivo esortativo). Mesi dopo, ho
sentito spesso parlare di cambio anche Donald Trump e mesi prima (e poi mesi
dopo, più o meno fino al 4/12) ho sentito parlare di cambio Matteo Renzi. Questo
solo per dirle che, forse, una delle mentite spoglie sotto le quali potrebbe
palesarsi il prossimo movimento neoliberista anche in Italia (o Europa)
potrebbe farsi forte di questo messaggio – basta de todo! Cambiemos! – che pare
avere presa sugli elettore e che, dico magari sbagliando io, pare far parte di
un copione internazionale. È vero che Renzi ha fallito (rispetto alla sua
continuità nel potere), ed era comunque un fautore del “Cambio” (magari sotto
la retorica della rottamazione) ma, umilmente, vorrei dire a Lei – che ha un
orecchio fino – di ascoltare se altre forze
nuove - che dietro hanno le forze di sempre - non vengano fuori con il
discorso del cambio anche dalle vostre parti. Altre cose in comune – e qui ci
voleva poco a prevederle, magari – è che il presidente Macri, dopo un anno di
crisi e aumento della disoccupazione, inizia a dire “Ci vuole più flessibilità”
o “La legge sul lavoro del XX secolo non va bene per il secolo 21” e
cosí via. Oltre ai soliti “lo Stato non è efficiente”, “lo Stato non deve
intervenire”. Ah, dimenticavo il “Nos merecemos vivir mejor” della campagna
elettorale trasformatosi in “tutti dobbiamo sacrifcarci” dopo la vittoria.
In Argentina sono
riusciti a generare un grande odio verso i “lavoratori improduttivi”
dello Stato; a far accettare ai più concetti come “per i servizi dovete
pagare di più” e vere proprie provocazioni come quella del ministro
dell'Energia che dice, dopo un aumento del 30% in 3 mesi, “se il prezzo
della benzina è troppo alto, i consumatori smetterano di
comprarla”.
La classe
media - o ciò che ne resta, recita con soddisfazione, “mi abuelo se
rompia el culo 14 horas por día y no decia nada; y ahora se quejan
porque
tienen que hacer unas horas extras? Son todos unos vagos”; mentre un
politico, appartenente all'aristocrazia argentina, diceva ai giornali
che se, negli anni scorsi, un impiegato della classe media poteva permettersi lussi quali “viaggiare, comprare auto o
televisori” era perché gli “stavano mentendo” riguardo il suo salario. La
colpa, insomma, è nostra.
Sa cosa mi ricorda? Gli articoli del Corriere della sera che, mentre da una parte parlava di disoccupazione giovanile, poi dall’altra faceva apparire sulla pagina web – ogni settimana – la storia di un qualche neo-laureato italiano che “ce l’aveva fatta” e ora era milionario/famoso/di successo.
Me li ricordo bene, “sulla mia
pelle”, quegli articoli che sembravano volermi dire: “vedi che sei un coglione?
Chi è bravo ce la fa ad emergere”.
[emphasis ri-added...]
E
nel frattempo, grazie ai titoloni dei giornali, la classe media
argentina festeggia anche il calo dell'inflazione, ovvero la
certificazione della perdita del proprio potere d'acquisto.
La ringrazio
ancora quindi per avermi dato gli strumenti di lettura per capire meglio queste
cose, per capire che un governo che dice “per far crescere il Paese vogliamo
inflazione zero” mi sta mentendo sapendo di farlo e soprattutto perché sta
portando avanti una battaglia che va ben oltre i confini italiani.
Un ultimo
aneddoto. Quando facevo il liceo, la bravissima professoressa di italiano, mi
fece una bella domanda (ero in terza superiore).
Nel ‘500 si
diceva Homo faber fortunae suae. Nell’ ‘800 Foscolo scriveva “L’uomo è artefice
delle proprie sventure”; nel ‘900 Zeno Cosini afferma “La vita non è né bella
né brutta. È originale”. Quale le sembra la più pessimista di queste
affermazioni?
Optai per la
terza (all’epoca ero comunque più sveglio di adesso) dicendo che, almeno nelle
prime due si aveva l’idea di un uomo che decide, che è reponsabile del proprio
destino, nel bene o anche solo nel male. In quella di Svevo, invece, l’uomo rimaneva
in balia degli eventi, senza alcun potere.
Glielo dico
perché i suoi due primi titoli dei libri – non so perché - mi hanno riportato
alla memoria questo iter. Per un “Tramonto dell’Euro” dove l’Italia potrebbe
essere artefice del proprio destino a un “Italia può farcela” che mi
suggerisce “se non ce la faremo, sarà colpa nostra”. Manca il terzo. Il mio
desiderio e il grande augurio è che non richiami quello di Svevo.
(...qualora lo faccia, la colpa sarà evidentemente vostra: se lo dice il Corriere, che siete inadeguati, deve essere vero, perché tutti sappiamo che il Corriere non pubblica fake news...)
mercoledì 7 gennaio 2015
Democracy and the media
In a
previous post I deprecated the behavior of a colleague, Salvatore Biasco, a
retired professor of international economics at the University of Rome III, previously
engaged in some middle-rank political responsibility as a Democratic Party MP
(and hence supposed to be a “left-wing” intellectual), who had put forth in the
Italian media a completely
absurd euro breakup scenario, talking about Italian airplanes being sequestered
at Berlin airport, the price of gasoline increasing by 100% (which owing to the
structure of Italian excises implies, as simple arithmetic shows, the cost of
dollar to increase by 300% in the new Italian currency), and grossly
misreporting previous cases of currency union breakups, e.g., blabbering about “four
years of output free fall” in Argentina after the 2002 crisis. Just for you to
know, these are the data about Argentinian real GDP in national currency
(billions):
this is Weisbrot
and Ray’s paper (ignored by our “expert”) that correctly reports the main stylized
facts of some previous devaluation episodes, and this is my last paper
on gasoline pricing in Italy (with Christian A. Mongeau Ospina), which I
used to show how miserable the arithmetic of my colleague was. By the way, I am
not endorsing Argentinians governments, nor criticizing them. My point is a
completely different one: if output after 2002 was rising (according to the
IMF), a serious economist should not affirm that it was falling (and a side
argument is that Italian colleagues should really stop making silly comparisons
with countries whose economic and political structure is completely different
from ours: enough of amateurish economics!).
Some backstage
before proceeding: it was really funny taking part at the closed-door workshop
in which this guy presented his bullshit. I sat next to a young Democratic
Party MP (one who risks to have a future), and I showed him on my smartphone the
correct data and the scientific literature about devaluation episodes (basically,
the information reported above), as the guy kept talking (ignoring that the
knowledge of how ridiculous his arguments were was spreading across the
audience).
Technology
and truth can sometimes go hand in hand.
Nevertheless,
in hearing such a huge amount of lies (or amateurish economics, who knows?) I
was really ashamed both as an economist, and as an intellectual. My point is
very simple. We are all keen to show our proudness to live in a western
democracy. But where is democracy, if the intellectuals and the media keep
lying to the voters? How can the latter exert their civil rights, if they are
grossly misled by interested or ignorant media and colleagues? Democracy is not
for free. This is what I have learned at the University of Rome I from Federico
Caffè, who, back in 1981, deprecated how economic information in Italy had
become so conformist that it was not an exaggeration to define it as regime
propaganda. Things have gone worse, since then. An example will follow, but before
amusing ourselves with the incredible sloppiness (or incredible ability to
manipulate information) of Italian journalists, let me state clearly the moral
of the story: democracy is not for free. If we believe in democracy, we have
the duty to engage ourselves in a nonviolent resistance against the violence of
the lies that the media, with the help of some shameless colleagues, diffuse
over and over. As academicians, we have the duty to intervene, to take
explicitly distance from the colleagues who discredit our profession be issuing
analyses and statements that are way below a reasonable professional standard,
and possibly to pillory them. I do not know whether you realize it, but we are
right in the middle of an economic war, where our democracies are at risk,
because the financial and political elites, and their media, indicate as a solution
of our economic evil the evolution towards the dystopian “United States of
Europe”. A solution which ignores a very simple point: there cannot be politics
(I do not say: “democracy”; I say “politics”) without verbal communication, and
there cannot be a truly shared verbal communication without a common language,
which in Europe does not exist. In writing this post I keep checking a
dictionary, and I will make many mistakes, for sure. And I am relatively fluent
(much more in French, actually) and have a lot of time to invest in my
education (I actually chose to become an academician in order to invest in my
education all my life long). It is plainly obvious, therefore, that in the
dystopian USE there will be no democracy, because there will be no politics at
large. The European project in its present form was conceived to empower the
technocrats. This is an acquired result of the political science research, nicely
expressed by Kevin
Featherstone. If you do not want technocracy (basically because you realize
that it is spreading death and misery wherever it arrives, like in Greece), and
prefer democracy, you have the duty to tread on such lying roaches.
An example
follows.
On last January
5th “La Repubblica” (the official organ of the conformist “left-wing”
intelligentsia: think of El Pais or Le Monde, for instance), published this interesting
article on the Spanish miracle. Please have a look at the crucial passage:
The
(anonymous) journalist affirms that “the unemployment rate decreased by 253.627 units, i.e.
by 5.39%, over the last twelve months”. Now, a few background. The unemployment
rate is the ratios of unemployed people to labour force, which in turn is the
sum of the employed and unemployed people. In other words, the unemployment
ratio is the ratio of a part (the unemployed labour force) to a whole (the
labour force), and as such it must (please mind the verb: I did not say it
should, it can, it may, it might, I said it must, because it must) be comprised
between zero (0%) when everybody works, and 1 (100%) when nobody works.
Therefore, in no way can the unemployment rate decrease by 253267 units. If you
do not agree with me, well, you’d better to look for a therapist (or apply for
a job at “La Repubblica”, of course). But there is something better. It is
plainly obvious that the journalist (maliciously?) misled the number of
unemployed with the unemployment rate. In my opinion, he actually did it
maliciously. Why? Because this allows him to say that there was a decrease by
5.39% in the unemployment rate. Be careful! Spanish unemployment rate is
somewhere between 26% and 25%. With an labour force of about 23 million,
back-of-the-envelope calculation quickly show that the unemployed must be
around a quarter of 23 million, i.e., 23/4=23x0.25=5.75 million. Eurostat
provides us the correct figure: in 2013 they were 6 million. Where do the 4.45
million quoted by the anonymous journalist come from? This is something of a
curiosity and of a mystery, but we will set it aside for a while-
My educated
guess is that the journalist is performing a trivial spin
operation, namely, he is trying to induce the reader to mistake a 5.39%
fall in the number of unemployed with a 5.39 percentage points fall in the
unemployment rate. Given the data above, a 5.39 percentage fall in the
unemployment rate would mean a reduction by 0.0539x23=1.4 million in the number
of unemployed person. Now, the (supposed) decrease in this number is 253267
units, i.e., 0.25 million! In other words, the journalist is suggesting to the
reader that “structural reforms” had an impact on Spanish unemployment six
times as large as the actual one.
(Just another detail: for a decrease by
253267 in the number of unemployed to be equal to 5.39%, the starting value of
unemployed people – i.e., the annual data in 2013 – must be 4.7 million. This
falls short of the 6 million reported by Eurostat. Again, I see some Spanish mysteries
and no Spanish miracle...)
Of course,
this only one among dozens of sloppy attempts to hinder democracy by misleading
the Italian constituency with incorrect reports of what is going on in other
countries. The “Repubblica” mantra is that we are like Argentina (which is
supposed to be an insult, and is actually racism), and we should “do the
reforms” like Spain (which is supposed to be an economic analysis, and actually
is a lie). In order to support this view, our journals, and my colleagues,
distort the past, because “He who controls the past controls the future. He who
controls the present controls the past”, as we all read, perhaps without fully
understanding what Orwell meant. Now it is impossible not to understand it. By
misreporting historical evidence the elite and their slaves in the newspapers
are suggesting us that it is pointless for us to manage our economy, our lives,
because when we were able to do that everything went wrong. Therefore, we must
surrender democracy to the USE.
We must
fight.
We must
fight against that for our children.
I am proud
of my victories. I forced “Il Corriere della Sera”, the second largest spin
factory in Italy, to rectify its malicious statement that in 1977 unemployment
in Italy was as high as today (here the data
and here the
whole story in Italian – sorry for differently European readers).
But I am
apparently alone in my country.
Am I alone
in Europe too?
Should the answer
be yes, it would then follow that you (not me) deserve slavery. Please, help us
to recover and defend democracy in our countries.
sabato 24 novembre 2012
Abrazos
(post semi-tecnico dal mio letto di dolore)
Sentite, io sono tornato logoro dalla movida di corso Como (proprio l'ambiente mio!): colpa delle cattive compagnie, e chi sta su Twitter sa di chi parlo (Claudio&Claudio).
Oggi non credo che riuscirò a fare molto di più che vedere "La mia super ex-ragazza" con la mia attuale ragazza (Uga).
Voi, però, che amate tanto l'economia, e ai quali interessa tanto l'Argentina (domanda ricorrente da destra e da sinistra), potreste trovare più istruttiva e piacevole la lettura di questo articolo.
Me l'ha mandato l'amico Roberto Frenkel, e credo contenga due insegnamenti del tutto generali e in linea col lavoro che facciamo qui:
(1) niente è solo buono o solo cattivo. Applicazione: certo lo sganciamento dal peso non poteva, da solo, risolvere tutti i problemi dell'Argentina, e nessuno pensa oggi che uscire dall'euro risolverà tutti i problemi dell'Italia (o, se lo pensa, si illude). Ovviamente però questo non significava e non significa che il cambio fisso fosse o sia una buona idea nel caso di questi due paesi.
(2) un conto è criticare le politiche che ti vengono imposte, e un conto è trovarne di migliori. Corollario: parlar male del FMI è come sparare sulle ambulanze... e il resto lo lascio al vostro apprezzamento. Cosa si potrebbe fare in Italia ce lo siamo detto, è riassunto alla fine del libro, e ne parleremo ancora sul blog.
Vedete un po' cosa pensate del lavoro di Roberto, io me lo leggo con attenzione dopo il convegno...
Sentite, io sono tornato logoro dalla movida di corso Como (proprio l'ambiente mio!): colpa delle cattive compagnie, e chi sta su Twitter sa di chi parlo (Claudio&Claudio).
Oggi non credo che riuscirò a fare molto di più che vedere "La mia super ex-ragazza" con la mia attuale ragazza (Uga).
Voi, però, che amate tanto l'economia, e ai quali interessa tanto l'Argentina (domanda ricorrente da destra e da sinistra), potreste trovare più istruttiva e piacevole la lettura di questo articolo.
Me l'ha mandato l'amico Roberto Frenkel, e credo contenga due insegnamenti del tutto generali e in linea col lavoro che facciamo qui:
(1) niente è solo buono o solo cattivo. Applicazione: certo lo sganciamento dal peso non poteva, da solo, risolvere tutti i problemi dell'Argentina, e nessuno pensa oggi che uscire dall'euro risolverà tutti i problemi dell'Italia (o, se lo pensa, si illude). Ovviamente però questo non significava e non significa che il cambio fisso fosse o sia una buona idea nel caso di questi due paesi.
(2) un conto è criticare le politiche che ti vengono imposte, e un conto è trovarne di migliori. Corollario: parlar male del FMI è come sparare sulle ambulanze... e il resto lo lascio al vostro apprezzamento. Cosa si potrebbe fare in Italia ce lo siamo detto, è riassunto alla fine del libro, e ne parleremo ancora sul blog.
Vedete un po' cosa pensate del lavoro di Roberto, io me lo leggo con attenzione dopo il convegno...
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