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venerdì 1 dicembre 2017

#goofy6

Dilettissimi fratelli (coltelli) e sorelle (...),

domani ci riuniremo a Montesilvano per festeggiare il sesto anniversario di questo blog. Un flusso tumultuoso, precipitoso, che ci ha travolti tutti, autore e lettori, irrompendo nella palude dell'indifferenza, svellendoci dalla melma della propaganda, e proiettandoci verso un percorso di conoscenza doloroso, come lo sono tutti questi percorsi, perché presuppongono la morte di false certezze, ma fecondo, almeno per alcuni di noi (senz'altro per me, a giudicare dalla lista delle pubblicazioni).

Mi limito qui, nel poco tempo che ho a disposizione, a darvi due semplici ma essenziali consigli affinché questa festa sia e rimanga tale.

1) Indosserete il badge. Chi mi si avvicinerà senza farlo verrà immediatamente neutralizzato dalla security. Siete liberi di verificare se sto scherzando.

2) Il professor Perotti è un mio ospite. Potrà dire cose che non mi piacciono, ma io lo lascerò parlare e così farete voi. Lo stesso potrebbe valere per altri relatori o moderatori. Noi siamo migliori degli altri, e non dobbiamo sprecare occasioni per dimostrarlo. Suggerisco agli esagitati "Pordenone style" (quelli che battibeccavano con il senatore Guerrieri, passando dalla parte del torto, screditandomi e impedendo a me di argomentare) di restare a casa o prendersi dei farmaci (senza esagerare, naturalmente), se proprio la loro nobile indignazione non riescono a contenerla con l'intelligenza, che pure hanno.

Abbiamo avuto fra noi persone che ci hanno provocato (Boldrin), e la prova è stata superata. Se oggi non riuscissimo ad ascoltare con rispetto chi ha scritto questo e questo vorrebbe dire che siamo stati infettati da troll. E il disinfettante sono io. Voi, al bar, fate come vi pare (e poi, naturalmente, venite qui a piagnucolare che "laggente nun ve capischeno"...).

In un mio dibattito lasciate argomentare me e vi godete lo spettacolo (beati voi...).

Ho cercato di organizzare le cose in modo di arrivare non totalmente esaurito al compleanno, e di dedicare a voi il tempo che avrei sempre voluto, e raramente potuto, dedicarvi. Naturalmente si può sempre fare di più: ma ci faremo bastare quello che saremo riusciti a fare, e non sarà stato poco.

So che quanto ho appena scritto è inutile, perché lo sapevate già. Ma mi perdonerete queste poche righe inutili, confrontandole con le molte righe utili che hanno assicurato a questo blog il suo successo e la sua crescita. Se farete così, usciremo contenti da questi due giorni di condivisione. Altrimenti, qualcuno non sarà contento.

Perché sprecare un'opportunità di miglioramento paretiano?

(...a domani...)

lunedì 27 novembre 2017

Emigranti (la sede)



(...la foto non è venuta un gran che bene: quando verrete a trovarmi capirete perché...)


Quelli che vedete sono quattro acquerelli di Lucia Lamberti, un'artista italiana che segue questo blog, come altri, o almeno lo seguiva qualche anno fa. Mi fermò al Goofy2 (domenica 27 ottobre 2013), per offrirmi, con una dedica scritta su un biglietto Eventbrite che ancora conservo, quattro suoi lavori da una serie di dieci, esposta nel giugno 2009 al consolato italiano di Bruxelles. I lavori sono, dall'alto al basso e da sinistra a destra (come normalmente si legge): L'ingegnere, Ultimo a destra, L'antenna, Alta pressione. Raccontano le storie di suo padre, Vincenzo, che da Mercato San Severino andò nel nord Europa a cercare lavoro. Poche foto provenienti da questa esperienza sono servite da traccia per la serie di acquerelli, che raccontano il lavoro, e la sua precarietà. "L'instabilità e la disappartenenza", dice Antonello Tolve nel catalogo dell'esposizione.

Per anni questi acquerelli sono rimasti sul coperchio del pianoforte. Non avevo dove metterli, non avevo il tempo di guardarli, non avevo, in effetti, il tempo di nulla.

Da novembre è diventata operativa la nuova sede di a/simmetrie. Finalmente ho avuto il tempo e il modo di mettere nel giusto risalto questi lavori. Sono di fronte al mio studio e ci passo tutte le mattine. Penso ai nostri emigranti passati e a quelli futuri. Mi ricordo quanto scrivevo nel 1997:


Parole che mi sembravano ovvie, e delle quali certamente non capivo allora tutta la rilevanza. Veramente, allora, non la capiva nessuno: si era ancora ai proclami in favore della mobilità dei fattori vista come bene in sé e per sé. Proclami ideologici e disumani, perché non si trovava, in essi, alcuna considerazione dei costi umani, per chi deve partire, e per chi deve accogliere questa cosa, il lavoro, che non è una cosa: sono esseri umani. Anzi! Chi questi costi li riconosceva, come il compianto (per antonomasia e antifrasi), attribuiva loro una funzione pedagogica! La medicina, si sa, deve essere amara.

Ora, ogni sera, quando chiudo il Pc, come sto per fare, passo davanti a questi quattro lavori, me li guardo, e mentre torno a casa penso se sto facendo abbastanza per difendere il diritto di ogni essere umano di rispettare le proprie radici.

Ci sono voluti quattro anni per dar loro una sistemazione consona. Questo è stato possibile grazie alla vostra generosità, che mi permette di avere una sede decente, e quindi di dare il giusto riscontro al vostro lavoro, a partire da quello degli artisti, come Lucia, per procedere con quello dei tanti altri che condividono con me esperienze o conoscenze di altra natura, ma tutte utili.

Certo, io sono solo, e sono il punto focale di una comunità di parecchie migliaia di persone. Per riuscire ad avere relazioni sia pur minime, essenziali, con voi, e anche per poter aumentare l'efficacia della mia azione, è necessario assumere personale che mi liberi da alcune incombenze, e mi restituisca spazio per dedicarmi alla ricerca, e a voi. Come forse non avrete visto, abbiamo cercato su LinkedIn un professionista che potesse aiutarmi. Il Numero due (aka Emilio Largo) mi ha detto, con grande soddisfazione, che l'annuncio ha avuto un successo spropositato: se non ho capito male (non sono su LinkedIn) hanno risposto in 400, per un profilo professionale dove normalmente le risposte sono poche decine. Ora è stata fatta una shortlist. Gli squali del Numero due sono belli grassi: presto vedrò i pochi candidati superstiti, e ne sceglierò uno. Il nostro sito è fermo, i nostri social sono fermi, le nostre collane sono ferme. Di quello che mi è successo negli ultimi due anni sapete solo una piccola parte, ma ho resistito e ora sono di nuovo efficiente (e qualcuno ha avuto la gentilezza di notarlo). Certo, da solo non riesco a rimettere tutto in moto, ma è proprio ora, mentre il nemico si crogiola nelle sue illusioni che rapidamente si sfaldano, che occorre potenziarsi, per poter essere sufficientemente incisivi al momento opportuno.

Parleremo (anche) del da farsi al #goofy6, con chi ci sarà.

A presto!

domenica 26 novembre 2017

#goofy6

Carissimi,

abbiamo il programma:



Ora, quelli che a scatola chiusa comprano solo Arrigoni hanno tre ore di tempo per fare il biglietto. Poi si chiude il botteghino, e chi non ha fatto in tempo a farmi un favore... me ne avrà fatti due!

Vorrei dirvi tante cose, ma devo anche vivere. La giornata è stata lunga e non ne posso più. Vorrei cercare di non arrivare esploso al convegno, vi dico solo questo. Proviamoci.

Simpatiche comunicazioni su una cosa interessantissima che è successa solo a voi (o a vostro cuggino), o su articoli che avete letto solo voi (ibidem), lettere d'amore, invettive, qualsiasi cosa, cortesemente rimandatele a dopo (se possibile, a dopo la mia morte, quando potrò prestar loro la dovuta attenzione, ma se proprio non resistete, almeno dopo il convegno).

venerdì 17 novembre 2017

Six ans après

(...sperando che non diventino venti...)



Ieri ero un po' impegnato, e non ho quindi potuto farvi notare che correva il sesto anniversario dell’apertura di questo blog: un evento che ha cambiato la mia e le vostre vite, e che festeggeremo insieme il 2 e 3 dicembre prossimi. Prima di parlarvi di questi festeggiamenti, sorvolando l’Europa volevo fare con voi un bilancio di questi sei anni, articolato sulla dimensione della quale grazie a me avete imparato ad apprezzare l’utilità: quella dei fondamentali macroeconomici. Come ricorderete, il blog iniziò (e tuttora inizia) con un articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per il duplice motivo che era il QED di un precedente articolo che lavoce aveva pubblicato, e che per i due punti individuati da questi articoli passava la retta del fallimento di Monti (col quale lavoce.info aveva ed ha un ovvio rapporto organico).

A distanza di sei anni possiamo misurare in cosa si sia tradotto questo fallimento, e per farlo la cosa più semplice è prendere i dati del World Economic Outlook e considerarne la variazione. Qui sotto avete le due tabelle (il link ai dati originali è questo). Segue una breve visita guidata.



Nel 2011 il Pil italiano fu di 1613,77 miliardi di euro ai prezzi del 2010. Nel 2017, se si avvereranno, come sembra plausibile, le rosee previsioni del governo di crescita all’1,5%, dovremmo chiudere a 1592,33 miliardi. Sono 21,44 miliardi in meno di beni e servizi prodotti, e quindi di redditi percepiti dai cittadini. In termini pro capite il Pil, misurato in valuta nazionale ai prezzi del 2010, è diminuito di 710,70 euro a testa all’anno (sarebbero una sessantina di euro al mese), ovvero del 2.64% rispetto al 2011.

Il calo del Pil, ovviamente, è molto più “drammatico” se lo esaminiamo, come fanno i cialtroni, in dollari a prezzi correnti. In questo caso il calo è di 357 miliardi, da 2278 a 1921 miliardi di dollari. Ma questa valutazione, come sapete, è insensata: ci dice solo che è calata del 15.67% la quantità di beni e servizi che possiamo acquistare negli Usa con gli stipendi che percepiamo in Italia. Siccome nessuno di noi va ogni mattina a fare la spesa a Manhattan, questo indicatore non vuol dire assolutamente nulla, come testimonia, del resto, la nullità di chi se ne serve (da Squinzi – un presidente di Confindustria che oggi rimpiangiamo – in giù). Tuttavia, ci tenevo a evidenziarvelo, per sottolineare la prima legge fondamentale dell’uscita dall’euro: tutto quello che uno sciocco vi dice che accadrebbe uscendo dall’euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà restando dentro l’euro. In questo caso, la cosa accaduta è il calo del Pil italiano in dollari nominali (dato che, come anticipato da noi, per tenere i cocci insieme Draghi ha dovuto svalutare l’euro).

Avendo menzionato la svalutazione, viene naturale verificare cosa è successo alla variabile che gli sciocchi le associano: l’inflazione. Con sorpresa degli sciocchi, ma in perfetta coerenza con la letteratura scientifica, la grande svalutazione dell’euro non ci ha minimamente regalato inflazione, anzi! Dal 2011 a oggi anche questo indicatore è peggiorato, passando dal 2.94% all’1.41%: un calo di 1.53 punti percentuali che segnala una situazione di deflazione strisciante in molti settori dell’economia, e che, fra le tante cose, ha una sua importanza nel determinare la situazione di stress delle banche: sappiamo tutti che l’inflazione svantaggia i creditori e avvantaggia i debitori, ma non riflettiamo mai abbastanza sul fatto che la deflazione svantaggia i debitori e svantaggia i creditori, perché i primi sono talmente svantaggiati che i secondi (cioè le banche) fatalmente rischiano di non vedere indietro il becco di un quattrino. Ma questo è il mondo che loro (le banche) si sono costruite a propria immagine e somiglianza: non perderei quindi troppo tempo a compiangerle.

Naturalmente, se il discorso degli sciocchi è incoerente, quello scientifico invece è coerente. Un calo dell’inflazione, in termini scientifici, deve essere accompagnato da un aumento della disoccupazione, che infatti riscontriamo puntualmente nei dati. Berlusconi ci lasciò un’Italia con l’8,39% di disoccupazione (e a noi piace ricordarlo così, piuttosto che per le abominevoli scemenze che sta twittando in questi giorni), mentre Monti ha fatto sì che, quattro anni dopo la sua dipartita, il tasso di disoccupazione è ancora all’11,38%: un aumento di 3 punti (2,99 per i precisazionisti), che è ovviamente coerente con la diminuzione dell’inflazione ed è altrettanto ovviamente un segno di deterioramento delle nostre condizioni: non solo sono diminuiti i redditi pro capite: è diminuito anche il numero di chi li percepisce.

Tutto questo è il risultato di politiche che erano sì sbagliate (come fin dall’inizio abbiamo con molta chiarezza illustrato), ma, obiettivamente, erano anche le uniche che si potessero fare per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti in un contesto di cambi fissi: le politiche di austerità. Non spendo nemmeno una parola sugli sciocchi (o sui furbi) che, ignorando o dimenticando una delle più basilari leggi dell’economia, continuano a non capire che l’austerità c’è perché c’è l’euro. L’impossibilità di aggiustare i prezzi non è una condizione necessaria perché l’aggiustamento avvenga tramite i redditi: ma è una condizione sufficiente. I cretini che obiettano “eh, ma l’austerità c’è stata anche in Podcarpazia, gnè gnè gnè” hanno qualche difficoltà a mettere a fuoco un punto: dove il cambio è flessibile, l’aggiustamento tramite taglio dei redditi e riduzione delle importazioni è una scelta. Dove il cambio è fisso, invece, diventa una necessità (che ovviamente scaturisce dalla scelta politica preliminare di fissare il cambio, cioè dalla decisione che in futuro tutti gli aggiustamenti di bilancia dei pagamenti debbano scaricarsi sui redditi).

L'austerità era la risposta giusta alla domanda sbagliata (la crisi di debito pubblico che non c'era). La risposta però era giusta, perché chi la dava (Monti) sapeva che così avrebbe corretto i conti esteri, anche se forse non si immaginava un simile sfacelo nei conti pubblici (noi sì). Dal 2011 il rapporto debito/Pil è aumentato di 16.51 punti, arrivando al 133%. Non c'è male come risultato per aver fatto tutto quello che ci chiedeva l'Europa! Questo, notate bene, con un aumento delle entrate pubbliche di 1.10 punti di Pil, e una diminuzione della spesa pubblica di 0.39 punti di Pil (alla faccia di quelli che l'austerità non c'è stata: quattro anni dopo siamo ancora così)! Ed ecco il grande mistero che la dottoressa De Romanis (come ricorderete) non sa spiegare: il peggioramento di 16.5 punti del rapporto debito/Pil è avvenuto mentre il rapporto deficit/Pil migliorava di 1.49 punti, passando da -3.71 a -2.23, bene all'interno del parametro di Maastricht. Per noi questo paradosso non è tale, perché la sua semplice logica vi venne spiegata tanto tempo fa.

Naturalmente (e anche questo lo sapete bene), rispetto ai conti esteri la manovra il suo effetto lo ha fatto: il saldo delle partite correnti, ecco, lui sì che è migliorato! Di ben 5.76 punti: da -3.01 a 2.75. Ora... voi sapete che CA = S-I. Quindi torna lecito chiedersi: ma questo miglioramento è dovuto a un aumento del risparmio, o a una diminuzione degli investimenti?

La risposta dovrebbe essere facile, visto quello che ci siamo detti sull'andamento del Pil: in un paese dove si guadagna di meno, è difficile che si risparmi di più. E infatti, coerentemente con il buon senso, i dati statistici ci dicono che il risparmio nazionale lordo è aumentato, ma di soli 2.15 punti, mentre l'investimento nazionale lordo è diminuito di -3.61 punti, scendendo al 16.85% del Pil.

Ecco.

Sei anni dopo l'Italia è così: più povera, più indebitata, più fragile. E sta per arrivare un altro shock, del quale tutti dicono, per mettere le mani avanti, che farà impallidire il precedente.

Si sarebbe potuto evitare? Certo, e abbiamo detto tante volte (non da soli) in che modo. Ma abbiamo anche detto (questo l'ho detto io, ma non è una cosa molto profonda: nella storia dell'umanità altri l'avranno detto, e voi certo li conoscerete) che le colonie non hanno statisti. Noi, certo, statisti in questo momento non ne abbiamo. Il povero Berlu, che si impappina sul cambio irrevocabile, fa anche un po' tenerezza: certo, è un problema, ma soprattutto per se stesso (un po' anche per chi gli sta intorno). I 5 stelle che esultano per una vicepresidenza al Parlamento Europeo, con Di Maio che va a prestare giuramento di fedeltà all'euro negli Usa, sono ormai l'ipostasi del QED. La sinistra inutile nemmeno la menziono.

La domanda successiva, quindi, è scontata: ha ancora senso combattere?

E la risposta la tolgo dalla lettera con cui ho risposto a un giovine di sinistra che, onusto di ottime intenzioni, mi invitava alla solita inutile, liturgica passerella, dalla quale, lo so, tornerò avendo stretto mani che non volevo stringere (se non in una pressa idraulica), e mi sarò infervorato ed estenuato per il solo piacere sterile di sentire con me una platea che il giorno dopo sarà di qualcun altro:

io in effetti non sono antropologicamente "de sinistra": mi riconosco più nella Folgore che nei salotti piddini, il che, in buona sostanza, significa che non ho nessuna difficoltà a continuare a combattere una battaglia persa, sapendo che è persa, e regolandomi di conseguenza, per mero senso dell'onore.

(...Anna Caccia Dominioni si sarà commossa...)

Ecco: mettiamola così. Io con voi un impegno l'ho preso, e lo mantengo. La battaglia persa, del resto, non era quella di tirarci fuori da questa merda: era quella di farlo fare a un partito di sinistra. Quella, di battaglia, è persa e lo sappiamo (ma continuo a combatterla, nei ritagli di tempo). Con la nostra, quella di uscire a qualunque costo dalle regole che ci stritolano, il caso è un po' diverso: sappiamo in effetti che è vinta, perché questo sistema crollerà, ma non sappiamo quanti di noi riusciranno a vedere la vittoria e ad allietarsene.

Torno ora da un paese i cui governanti non si vergognano di parlare di interesse nazionale, e la cui identità è stata calpestata (il territorio smembrato, i popoli dispersi...) per secoli. Città dove la metà della popolazione era ebrea, e conviveva benissimo con l'altra metà, prima di essere spazzata via dal delirio antisemita nazista. A noi dicono che il delirio nel quale viviamo è stato messo su per evitare che certe cose potessero ripetersi. Ma, stranamente, quelli che le hanno subite sono i primi a non essere molto convinti dell'opportunità e dell'efficacia di questo generoso tentativo.

E questo, ne converrete, dovrebbe farci riflettere.

Comunque, prima di lasciarvi, due parole sul nostro convegno.

Siamo già più di 500, fra iscritti e invitati.

Nel primo panel ("Austeri e no") Antonella Stirati presenterà i risultati di un suo lavoro recente sulla persistenza degli shock di domanda (detto così suona male, ma vedrete che vi interessa): seguirà discussione con Roberto Perotti e Giuseppe Travaglini, moderati da James Politi (FT).

Poi mi farò una chiacchierata con Guido Crosetto (voi potete anche andare a prendere un caffè) per farmi raccontare di nuovo di quella volta che lui era a Bruxelles con La Russa, e...

Seguirà "Meglio soli o male accompagnati?": Gianandrea Gaiani, Virgilio Ilari e Marcello Foa, moderati da Lorenzo Totaro (Bloomberg) rifletteranno sul ruolo geopolitico dell'Italia (che di riflessioni da fare, ne sono sicuro, l'intervento di Crosetto ne lascierà).

Con grande dignità, farò quindi finta di aver letto il libro di Vladimiro Giacché, dicendo qualcosa di intelligente (magari non sul libro, così: a screzio - direbbe er Palla).

Con l'occasione, segnalo che per la prima volta è prevista la presenza di SAS Er Palla, autore della maglietta #VLAD (tiratura limitata): perché quest'anno c'è anche il merchandising (o almeno dovrebbe...).

Il giorno dopo, ascolteremo dal nostro amico Panagiotis le ultime notizie dal paese che ci ha preceduto nel baratro.

Poi vi parlerò un po' del cuneo valutario e di come stia spaccando l'Europa.

Isla Binnie (Reuters) quindi modererà una tavola rotonda di imprenditori (Brazzale, Ciccola, Gulli) con il nostro economista industriale preferito (Cesare Pozzi).

Prima di pranzo, Massimo D'Antoni, Piergiorgio Gawronski, e Giorgio La Malfa, moderati da me (sì, lo so che fa ridere) si interrogheranno sul partito che non c'è, e che qualcuno di loro forse vorrebbe fare (non si sa con quali soldi: chiederemo a Putin).

E dopo pranzo?

Dopo pranzo, Claudio Borghi e Gavino Sanna presenteranno l'ultimo libro di Guido Rossi de Vermandois, e poi Vladimiro Giacché e Marcello Foa presenteranno l'ultimo libro del Pedante.

E Scamarcio?

Bè, lui, essendo attore, farà un'entrata teatrale: mica posso dirvi quando e come!

La logica credo vi sia chiara: quest'anno il convegno è il nostro convegno. In ogni panel c'è almeno un membro del nostro comitato scientifico. Giornalisti italiani non ne abbiamo: ci accontentiamo (si fa per dire) di quelli esteri. E non abbiamo ospiti stranieri, a parte Panagiotis, un nostro amico che credo di non essere il solo a voler rivedere. Cercherò di avere più tempo per voi (ovviamente, per quelli col badge). I temi dei quali parleremo, come di consueto, diventeranno attuali fra un paio d'anni. Ci prenderemo il solito lusso di arrivare prima, per arrivare preparati: è importante che si sappia, perché, giunti al dunque, di gente preparata ci sarà un gran bisogno.

Sta a noi segnalare dove può essere trovata.

E ora buona notte: parto domani per località imprecisata con la mia amante per festeggiare il suo compleanno. Se mi incontrate fate finta di non riconoscermi...

martedì 31 ottobre 2017

Convergenza

Un giovane e volenteroso collega mi invita a un dibattito sull'uscita. Io, un po' écoeuré dall'ultimo dibattito cui ho partecipato, declino, e lo invito affettuosamente a pensare alla salute. Per farvi capire cosa intendo, allego disegnino:


Quando pensavo (se mai l'ho pensato) che potesse essere un assalto alla baionetta, alla salute ci badavo meno. Ma dopo aver constatato quanti volenterosi imbecilli remano contro, ho compreso che questa è una guerra di logoramento, e ho modificato le mie abitudini. Se con 82 chili avevo i trigliceridi a 370 e con 77 chili li ho a 170, a quanto devo scendere per rispettare i parametri di Maastricht?

Ci vediamo fra un paio di chili!

(...sarà la prima volta che arrivo al goofy con un fisico minimamente in forma...)

lunedì 2 ottobre 2017

Due eventi eccezionali (#goofy6)

Primo evento
...e finalmente a Uga è toccato l'apparecchio. Cosa c'è di eccezionale? Così fan tutte. La bella di babbo ha ereditato da me solo il carattere mite e remissivo, purtroppo non la dentatura, e così è stato giocoforza metterla nelle mani di un tecnico del settore. Io non sono un dentista, quindi...

E voi direte: "Che c'è di eccezionale?" Ma... fin qui assolutamente nulla!

La settimana scorsa siamo scesi a Prati, lei mi ha accompagnato dall'oculista (perché io non sono un oculista quindi...), e io dal dentista. Mentre lei si divertiva, ho avuto vaghezza di recarmi da un terzo specialista: il macellaio di piazza dell'Unità (quello che ha il box dal lato di via dei Gracchi, direzione Silla). Trasognato come al solito lasciavo lo studio del dentista, ragionando sul fatto che la carne rossa fa male ma... (in questo caso il "quindi" può attendere), e sulla soglia del palazzo una voce: "Buongiorno Bagnai!"

Un amico che vi presenterò (spero) mi raccontava quest'estate di come, in tenera età, si era trovato a dover subire la violenza del pubblico. Naturalmente fa piacere riscontrare l'approvazione e il sostegno di tanti, ma non ci sono free lunch, che poi, detto come lo si è sempre detto da queste parti, significa che ubi commoda ibi et incommoda. Tu vorresti essere un artista, e separarti dalle tue opere, che avvii al pubblico, affinché questo si appropri di esse, lasciando, se possibile, te a te stesso. Ma non funziona così. Siccome le tue opere sono loro, tu sei loro. E siccome loro sono tanti uni (o, come diceva ieri un mio altro amico a proposito di un altro dibattito, nessuni), ognuno pensa di avere un rapporto esclusivo con te, senza pensare che per te la somma di questi rapporti esclusivi è un discreto fardello. Ora, vi ho detto mille volte che quando ho lanciato il mio grido di dolore l'ho fatto anche nella convinzione che nessuno lo avrebbe ascoltato. Non è andata esattamente così, e capisco che devo convivere con questo risultato, accettandone le lusinghe e gli oneri. Tuttavia, se proprio dobbiamo avere un rapporto, se proprio devo lasciarmi cannibalizzare dal vostro

AMMMMMMMOREEEEEEE

(tanto caro a me quanto ingombrante, non solo tipograficamente), mi piacerebbe almeno poterlo ricambiare, mi piacerebbe che, se proprio rapporto deve essere, almeno rapporto fosse. Ora, un rapporto presuppone almeno due (nella maggior parte dei casi tre) soggetti. E come si può avere un rapporto con Nessuno? Vorrei ricordarvi che l'ultima persona alla quale uno si presentò dicendo di essere nessuno non finì benissimo (agli europeisti fornisco la chiave dell'enigma). Da qui una certa mia sollecitudine nel ricordarvi alcune fondamentali regole di buona educazione (prima ancora che di disciplina).

Ma tutto è stato invano, fino alla settimana scorsa.

Uscivo, dicevo, dallo studio del dentista e: "Buongiorno Bagnai!" E io, seccato: "Buongiorno!" E lui: "Sono l'avvocato Tizio, volevo ringraziarla". E io: "Grazie. Di cosa?" E lui: "La seguo ecc.".

La parola chiave è: "Tizio" (che è l'unico dettaglio non vero di questa storia: ma ovviamente devo tutelare l'anonimato). A voi sembrerà poco, ma per me il fatto di incontrare un lettore che, a differenza della stragrande maggioranza di voi, mi si sia presentato come una persona N-O-R-M-A-L-E è stato un dato di eccezionale importanza. Mi ha lasciato sperare che finalmente il messaggio, dopo aver fermentato per mesi nella sentina degli ex-ortotteri, ex-donaldiani, ex-signoraggiai, ex-laqualunque, e altri scappati di casa vari, cominci a diffondersi fra le persone normali, quelle che non ti vengono incontro tremebonde e afasiche come un adolescente pustoloso fradicio di languore sessuale, ma che ti tendono una mano asciutta e ferma, e ti dicono chi sono, perché fanno il loro lavoro (utile) come tu fai il tuo.

Le persone normali, perché la normalità esiste, ed è un valore (tant'è che di questi tempi risulta essere piuttosto rara), ed è quello che io voglio mi sia restituito e per cui mi sto battendo.

Tutto questo solo per dirvi che io naturalmente vi voglio bene, e non vorrei mai chiedervi una violenza che non impongo nemmeno a me, cioè quella di essere diversi da ciò che ritenete di voler essere: però, la prossima volta che mi incontrate, fate almeno finta di essere normali, così come io, spesso, devo far finta di essere diverso da quello squilibrato che sono. So quanto mi costa, e quindi posso immaginare quanto costi a voi: ma proprio per questo mi sento autorizzato a chiedervelo. E l'occasione per mettere in pratica questo precetto potrebbe presentarsi molto presto...

Secondo evento
Ieri abbiamo lanciato la sesta edizione del convegno internazionale Euro, mercati, democrazia (per gli amici, #goofy6). Anche quest'anno, come di consueto, abbiamo scelto una linea editoriale innovativa rispetto alle precedenti. Dopo l'edizione scorsa, totalmente internazionale, con relatori provenienti da Finlandia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna (o meglio: Catalogna), Stati Uniti, Ungheria, con la quale avevamo cercato di appurare se ci fosse vita fuori dall'euro, l'edizione di quest'anno si intitola Più Italia ed è interamente italiana, con due sole eccezioni di cui vi parlerò. Il tema che mi interessa approfondire è se sia vero che l'Europa sia un male necessario, lo scotto da pagare per affrontare la realtà della globalizzazione. Che l'Europa sia un male, se non addirittura il Male, per il modo in cui l'integrazione europea viene gestita (senza strategia, senza solidarietà...), è un'affermazione dalla quale credo che pochi oggi possano ragionevolmente dissentire. Siamo proprio sicuro che l'Italietta tutta sola non potrebbe sopravvivere in un mondo globalizzato nel quale paesi di dimensioni simili o inferiori (dalla Corea del Sud alla Norvegia) prosperano senza sentire il bisogno di cedere sovranità? Vogliamo continuare a dircelo, magari mentre ci inteneriamo per le legittime aspirazioni della Catalognetta o della Scoziuccia?

Come nelle edizioni precedenti, pur consapevoli del fatto che l'economia, cioè l'insopprimibile bisogno di riempire la pancia, regna sulle dinamiche storiche e politiche, rifiuteremo di fossilizzarci in una lettura economicistica della realtà (atteggiamento, questo, che una infinita legione di scalzacani a corto di argomenti ci rimprovera, ma del quale ho difficoltà a trovare traccia nel nostro lavoro). Il tema dei margini di autonomia del nostro paese infatti non ha una rilevanza esclusivamente economica (nel qual caso la risposta alla domanda: "Possiamo starcene per i fatti nostri?" sarebbe un deciso, convinto e irrefutabile: "Sì!", data l'eccellenza della nostra manifattura e la posizione di primato in una serie di altri settori, dall'agroalimentare alla moda), ma coinvolge molti altri aspetti, a partire da quelli di natura geopolitica. Avremo quindi con noi, fra gli altri, esperti di geopolitica e di strategia militare, cui porremo la domanda: "Meglio soli, o male accompagnati?" Perché non so a voi, ma a me non sembra che, dall'aggressione della Libia in giù (o anche risalendo alla vicenda iugoslava), l'Europa sia stata una buona compagnia per il nostro paese. Mi sembra insomma che in politica estera, esattamente come in politica economica, difficilmente avremmo potuto compiere da soli errori peggiori di quelli che siamo stati costretti a compiere o a subire in compagnia.

Tuttavia, io sono solo un tenente in congedo, non sono (visibilmente) uno stratega, quindi... chiederò!

Avremo, naturalmente, anche economisti, ad altissimo livello (per gli amanti delle classifiche, il più alto raggiunto finora), coi quali cercheremo di riflettere sui margini di manovra economica del nostro paese, e imprenditori, cui chiederemo se l'essere italiani li abbia penalizzati, e di converso l'essere "europei" favoriti, nel loro rivolgersi con successo ai mercati internazionali. La risposta in questo caso temo di saperla, altrimenti non avrebbero accettato di farsi vedere in nostra compagnia: ma sarà interessante apprezzarla dalla loro viva voce.

Vi dicevo delle due eccezioni a questa impostazione "patriottica".

Intanto, un ospite estero ci sarà. Dopo quattro anni, tornerà a Montesilvano Panagiotis Grigoriou, un nostro amico al quale è toccato il discutibile privilegio di precederci in quella discesa agli inferi che è l'assimilazione nell'impero germanico, pardon, l'integrazione europea... E poi, a differenza dello scorso anno, in cui non volemmo giornalisti, ritenendoli inutili e quindi dannosi (cosa della quale abbiamo ormai quotidiane conferme), quest'anno avremo con noi alcuni corrispondenti di testate estere. Ci è sembrato interessante aprir loro questa finestra sul mondo dei populistfascioleghistxenofobantieuro (voi): potrebbero avere delle sorprese (loro), e starà poi a loro decidere se e come riferirle ai loro lettori.

Proprio in questi giorni, osservando il dibattito su Twitter, constatavo come questo appuntamento, che è, naturalmente, la "nostra" festa, la festa di questa comunità, una lieta occasione di incontro, abbia anche offerto, nel corso degli anni, una chiave di lettura anticipatrice di molte tendenze oggi in atto, e ci abbia permesso di inserirci nel dibattito avendo una marcia in più: quella di chi è arrivato con anticipo alle conclusioni che tanti hanno raggiunto a fatica, in ritardo, sorpresi e sospinti dalla violenza dei fatti.

Vi faccio solo tre esempi.

Nell'invitare uno degli esperti di geopolitica, un collega che lo scorso anno aveva tentato di coinvolgermi in un suo interessante progetto sul concetto di guerra economica (e io, molto a malincuore data l'amabilità della persona e l'interesse del tema, non avevo potuto aderire per raggiunti limiti fisici, e per le tante preoccupazioni che quell'anno da cancellare dal calendario aveva portato con sé), questi mi diceva: "Perché sai, è uscito un libro interessantissimo, di una studiosa americana, Kelly Greenhill, che parla delle migrazioni sotto una prospettiva molto interessante...". Gli ho fatto notare che se il libro di Kelly è uscito in italiano, è proprio perché io ne ero venuto a conoscenza grazie a una di voi (Barbara) e avevo invitato Kelly a partecipare al #goofy5 (quello del 2016):


dal che lei aveva intuito le potenzialità del suo lavoro per il nostro pubblico. Peraltro, il fatto che una persona così attenta a certi temi, come quella che conoscerete quest'anno, non fosse venuta a conoscenza di questo incontro mi ha fatto capire quanto dobbiamo ancora fare come associazione per valorizzare il nostro lavoro. Ma su questo stiamo lavorando e ne parleremo con calma.

Altro esempio: in questi giorni, Heiner Flassbeck imperversa su Twitter con affermazioni abbastanza sconclusionate, chiedendo, in un allucinato guazzabuglio di reductiones ad Hitlerum e aneliti pieuropeisti, che l'Europa venga riformata:





(se vi interessa rovistare nei detriti, potete farlo qui).

Considerando che siamo nel 2017, a sentire uno che chiede di riformare Leuropa ci si potrebbe anche legittimamente chiedere se c'è o ci fa. Ma chi è stato ai "goofy" non può avere dubbio, perché ha visto coi suoi occhi lo stesso Flassbeck spiegarci apertis verbis, con la vis oratoria e la competenza che gli sono proprie e per le quali lo ammiriamo, che a causa della testardaggine tedesca l'Europa non è riformabile se non minacciando la Germania con la pistola sul tavolo (qui, al minuto 40:00):




Ora, mi sembra abbastanza chiaro che nessuna persona di buon senso può ritenere politicamente stabile un'alleanza la cui coesione si basi sulla continua minaccia del più debole al più forte. Quindi Heiner ci fa: la mia fiducia verso l'umanità (e verso le sue capacità professionali) mi portano a concludere che lui stesso non creda alle sue liturgiche invocazioni di salvifiche riforme (delle quali non sa dare dettagli). Quello che si intuisce è che le sue sparate contro l'atteggiamento della Germania erano in realtà motivate dal suo personale dissenso politico verso l'élite tedesca allora (e tuttora) dominante: in sintesi, verso la Merkel. Ma se quello che sta facendo la Merkel lo facesse la Linke (e non ci sono motivi per i quali non dovrebbe farlo), sono fermamente convinto che a lui starebbe bene, e non troverebbe nulla da ridire sull'atteggiamento mercantilistico del proprio paese, perché non puoi essere sinceramente contrario al mercantilismo tedesco se non sei sinceramente contrario all'euro (e Heiner non lo è). Nessuna riforma sensata dell'eurozona può prescindere da due caposaldi: smantellamento dell'euro e rifiuto assoluto del principio di indipendenza della banca centrale. Sono cose che voi sapete, perché vi sono state dette tanti anni fa:


Fa un po' tenerezza vedere quanto il dibattito estero sia ancora indietro, e questo deve essere per noi motivo di orgoglio ma anche di preoccupazione: se quelli che contano più di noi stanno conciati così, la strada, se non lunga, sarà comunque difficile. Più in generale, da questo breve resoconto, dovreste intuire quanto sia difficile fare politica "europea", perché agire a livello "europeo" significa, per forza di cose, trasporre a casa d'altri le proprie legittime aspirazioni, ma anche le proprie umane frustrazioni, riferite al quadro politico del proprio paese. Non è detto che quello che auspichiamo e forse funzionerebbe a casa nostra, necessariamente sarebbe auspicabile e funzionerebbe a casa d'altri, così come non è detto che capire molto in casa propria serva a capire qualcosa in casa altrui: le storie, i lessici, le grammatiche politiche differiscono da nazione a nazione, ed è esattamente questo che condanna ogni afflato internazionalista a tradursi nel migliore dei casi su un autoassolutorio cosmopolitismo borghese, nel peggiore in un più esplicito (e quindi forse anche più onesto) imperialismo.

Lo stiamo vedendo, del resto, con la triste storia della Catalogna, dove tutti hanno ragione, tutti hanno perso, e tutti sono diventati esperti di storia e politica spagnola.

E arrivo così al terzo esempio di come i #goofy abbiano permesso a chi ha partecipato non solo di divertirsi, ma anche di avere una marcia in più. Oggi mi ha strappato un indulgente sorriso di umana solidarietà l'affermazione stratosfericamente ingenua di Giorgio Cremaschi (degna persona, a modo suo) circa la pretesa natura "noeuro" di Podemos! Podemos è la rappresentanza locale, in Spagna, di quel polimorfo esperimento di intercettazione del dissenso che qui da noi si chiama 5 stelle, in Grecia Syriza, ecc. Lo abbiamo analizzato qui, e l'analisi resta valida. Ma al di là di questa evidenza analitica, noi abbiamo avuto, a Montesilvano, il privilegio di assistere in diretta alla castrazione di Podemos. Ricorderete che Montero Soler, che al #goofy2 (nel 2013) aveva pronunciato una appassionata e documentata requisitoria sui danni dell'adesione all'euro per l'economia spagnola:


e probabilmente lo ricorderete tornare al #goofy3 (nel 2014) per dirci che sì, tutto questo era vero, ma per risolvere il problema ai cittadini bisognava tralasciare le vetuste categorie di destra e sinistra, non era necessario parlare di euro, ma bisognava parlare, guarda un po', di un altro concetto tanto utile, che noi italiani (?) avevamo proposto al dibattito: quello di casta! (Qui, al minuto 37):


Ora, noi, qui, sappiamo che il castacriccacoruzzione è il cavallo di battaglia delle riforme neoliberali: ovunque nel mondo il capitalismo finanziario voglia imporre le proprie leggi, procede prima coventrizzando l'opinione pubblica con questa solfa, della quale, peraltro, le origini sono note, e riportano alle istituzioni del Washington Consensus (in particolare, alla Banca Mondiale, che non a caso gestisce questo bel progettino sulle percezioni...). Abbiamo imparato che la litania della corruzione è la liturgia dominante di quella religione di odio verso lo Stato (per il tramite dell'odio e dell'invidia verso la politica) che qui da noi è il grillismo, in Spagna Podemos, ecc., e in tutto il mondo è il neoliberismo. A me le scaglie caddero dagli occhi quell'8 novembre 2014, e mi fu quindi facile, a valle di quella disclosure, prevedere con tanta accuratezza le vicende greche, e fotografare come vi ho sopra ricordato il ruolo dei partiti "de sinistra" nella gestione della crisi. Posso quindi sorridere di affermazioni un po' affrettate come questa:



Nei prossimi giorni vi fornirò altri dettagli: ma già da ora posso garantirvi che anche il #goofy6, come i suoi predecessori, sarà un evento eccezionale, che ci farà compiere il consueto balzo nel futuro del dibattito: un privilegio che di per sé vale il prezzo del biglietto, soprattutto se congiunto al piacere ineffabile di dare un volto a tante persone che qui avete conosciuto solo tramite la parola scritta.




(... credo di non essere il solo a pensarla così, considerando che in meno di un giorno sono già andati sessanta biglietti e senza che ve ne parlassi qui: comunque tranquilli, c'è posto, ma dopo il 15 novembre - o dopo i primi 400 biglietti venduti - saremo costretti ad aumentare il biglietto a 45 euro. Chi ha tempo non aspetti tempo...)

martedì 26 settembre 2017

Brexit e ripresa in una figura

Si è parlato molto nei post precedenti del ruolo delle "figure" nella formazione degli individui. Questa mattina, prendendo lo zaino di Uga, uno dei vantaggi della comunicazione "visuale" mi è immediatamente balzato agli occhi, o meglio ai bicipiti: le figure prendono spazio, ed esigono carta di una certa qualità. Ne beneficiano ortopedici e, naturalmente, editori, cui non pare vero di poter diluire in macigni da un chilo l'uno quello che un tempo poteva essere contenuto in manuali più snelli, anche se, in effetti, meno sgargianti.

Questa non vuole essere una critica radicale e senza appello: naturalmente le figure spesso servono, e questo potrebbe essere un buon esempio. Incrociando i dati sui tassi di crescita di Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, Lorenzo Totaro di Bloomberg nota che, nonostante tutto il terrorismo sulla Brexit, l'Inghilterra continua ad accogliere molte persone in provenienza dai paesi dove la crescita in pratica non c'è (o almeno noi non la vediamo: ma è dei fenomeni il manifestarsi...).

Resta da chiedersi quale crescita sia quella che invece vediamo negli altri paesi. Sulla Spagna ci siamo dati delle risposte piuttosto univoche. Resta da fare lo stesso lavoro per il Portogallo, dove, corre voce, dei compagni tanto bravi e tanto cheinesiani stanno facendo cose egregie (così mi si dice). Ma lo facciamo un'altra volta: mi resta da scrivere una lettera di invito per il #goofy6 (coming soon)...

lunedì 14 agosto 2017

Disoccupazione, sottocupazione, e scoraggiati: graduatorie

Nei post precedenti abbiamo discusso il dato evidenziato dal Financial Times secondo cui, se si prendessero in considerazione oltre ai disoccupati (persone prive di occupazione che hanno cercato un lavoro nelle quattro settimane precedenti) anche i sottoccupati (persone che lavorano meno ore di quanto vorrebbero lavorare) e gli scoraggiati (persone che non lavorano, vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro e quindi non contano come disoccupati), l'Italia sarebbe in testa alla classifica.

Il tasso di disoccupazione corretto per scoraggiati e sottoccupati nel 2016 sarebbe arrivato qui da noi al 39%, sopra Grecia e Spagna (col 33%).

Sò soddisfazzioni, dicono a Roma.

Oggi spacchetto il dato del 2016 per componente: disoccupati, scoraggiati e sottoccupati, e vi presento le graduatorie. Tre specialità diverse dello stesso campionato: la lotta per la sopravvivenza. Sarete contenti (no) e stupiti (no) di sapere che in due su tre di queste specialità noi siamo leader, e di gran lunga. Solo la disoccupazione "ufficiale" non ci vede nemmeno sul podio: arriviamo quinti, dopo Grecia, Spagna, Croazia e Cipro (tutti paesi dei quali qui si è parlato). Ma sulle altre due patologie del mercato del lavoro, quelle più insidiose perché meno evidenti e del tutto ignorate dai media, non ci batte nessuno!

Ecco i grafici:




Noterete che per quanto riguarda gli scoraggiati noi siamo decisamente fuori scala: il secondo paese con più scoraggiati, che è il Lussemburgo (anche i ricchi si scoraggiano... perché possono permetterselo!), ha il 9.5% di lavoratori scoraggiati, contro il nostro 16.1% (in percentuale delle forze di lavoro). Se siamo in testa alla graduatoria del tasso di disoccupazione corretto è essenzialmente per "merito" dell'ammontare del tutto anomalo di lavoratori scoraggiati. La media dei lavoratori scoraggiati negli altri paesi (esclusa l'Italia) è intorno al 5.82% della forza lavoro, con uno scarto quadratico medio di 2.26. Noi siamo a oltre quattro scarti quadratici medi dalla media (chi ha studiato sa di cosa parlo: e se ha studiato tanto gli segnalo che tolti noi, la distribuzione è normale con asimmetria 0.1 e curtosi 1.9, mentre aggiungendo l'Italia la distribuzione diventa non normale - il test JB schizza oltre 15, con un'asimmetria - ovviamente positiva - a 1.3 e una curtosi a 5.5): una anomalia statistica pazzesca!

Sarei veramente interessato a sapere se i criteri di rilevazione degli scoraggiati sono effettivamente uniformi nei diversi paesi coperti dall'Eurostat, perché se così fosse ci sarebbe molto da pensare. Mi leggero qualche peiper...

Noterete anche che il fenomeno dello "scoraggiamento" (cioè dei lavoratori inattivi che desidererebbero rientrare in corsa) è diffuso a macchia di leopardo: in particolare, fra i primi dieci paesi con più scoraggiati, quattro sono fuori dall'Eurozona (e nei primi dieci con meno scoraggiati solo due sono fuori dall'Eurozona).

Viceversa, disoccupazione e sottoccupazione sono molto più chiaramente connesse all'appertenenza all'Eurozona. Fra i primi dieci paesi con più disoccupati e sottoccupati solo uno non è membro dell'Eurozona (rispettivamente la Croazia e la Svezia), mentre fra i primi dieci paesi con meno disoccupati cinque sono fuori dall'euro, e lo stesso vale per i primi dieci paesi con meno sottoccupati.

Noterete, infine, che la Repubblica Ceca arriva ultima (cioè prima) in tutte le graduatorie: ha meno disoccupati, meno sottoccupati, e quindi meno scoraggiati. Chi è stato al nostro convegno annuale lo scorso anno ricorderà perché.

Con l'occasione, annuncio urbi et orbi la data del prossimo convegno annuale, il #goofy6: sarà il 2 e 3 dicembre 2017.

Torniamo all'antico: anche il #goofy1 (chi c'era se lo ricorderà) si svolse all'inizio di dicembre (era il 2012). Vi potrete iscrivere da inizio ottobre, e, naturalmente, prima che vi iscriviate avremo ampio modo di ragionare sul programma del convegno, del quale, però, posso fin da ora anticiparvi il titolo: "Più Italia".

Credo ce ne sia bisogno.

E voi?