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giovedì 31 marzo 2016

EU Youth Guarantee (da Giovinia)

Gentile Professore,

questa settimana purtroppo, a causa del maltempo, la nave postale non ha potuto recapitare alla biblioteca civica di Giovinia (credits: A. Bagnai) la monografia Finanziamenti comunitari. Condizionalità senza frontiere(credits: R. Raponi), che qui vorremmo leggere – pur consapevoli dei rischi per la salute – per verificare se nel lavoro di tutti i giorni vi sia qualche riscontro alle tesi di fondo anche di questo volume. Qui la situazione occupazionale è grave ma non è seria (credits: E. Flaiano), in particolare per le ragazze e i ragazzi tra i 18 e i 30 anni che, secondo il locale ufficio statistica, assommano a oltre 100.000 Choosy & Bamboccioni (credits: E. Fornero, T. Padoa Schioppa); di questi quasi uno su due è disoccupato o inoccupato e ha creduto di poter forse esser aiutato a trovarsi un impiego grazie a una buona Raccomandazione, ossia questa:


http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2013:120:0001:0006:IT:PDF


Noterà che la Raccomandazione nel preambolo rileva gli «elevati costi causati da giovani che non si trovano né in situazione lavorativa, né seguono un percorso scolastico o formativo (NEET) [e che] tali costi ammontano attualmente all'1,2 % del PIL». La condizione di NEET parrebbe essere una costruzione delle scienze sociali, a cui però non sembra corrispondere nel nostro ordinamento uno specifico status giuridico; però per una volta siamo primi in Europa:


http://www.repubblica.it/economia/2015/11/09/news/generazione_neet_niente_studio_ne_lavoro_in_europa_siamo_primi_e_non_e_un_bel_record-126959060/


In sostanza sono un (o una) NEET quando nonstudiononlavoro nonguardolatv nonvadoalcinema nonfacciosport (credits: CCCP Fedeli alla linea / CSI). Solo in tal caso posso rivolgermi al PON IOG, che non è il saggio di una saga fantasy, ma il Programma Operativo Nazionale “Iniziativa Occupazione Giovani” realizzato grazie all’intervento economico del FSE (Fondo Sociale Europeo), noto in particolare grazie alla c.d. “Garanzia Giovani”:


http://www.garanziagiovani.gov.it/ScopriComeFunziona/Pagine/default.aspx


che prevede, fra le misure adottate, anche una rivolta a favorire la “Mobilità professionale transnazionale e territoriale”. Nella tarda primavera del 2014 in una riunione alla sede locale del Ministero delle Camminate Beote (credits: Monty Python) lo EU Youth Guaranteeci fu presentato grosso modo come un sacco di soldi che l’Europa ci regala per risolvere i nostri problemi scuotendo il gioviniese dalla sua colpevole ignavia fatta di Divano & Pleistescion. Il senso comune (e forse una robusta bibliografia) suggerisce però che se la causa più immediata (próphasis, credits Tucidide) dei problemi occupazionali delle ragazze e ragazzi di Giovinia sia stata la crisi iniziata nel 2007-2008, quelle più profonde (aitíai, credits Tucidide) sono da ricercare forse nella feroce deindustrializzazione che ha colpito il suo territorio da circa due decenni e che non è stata accompagnata da alternative credibili in grado di creare posti di lavoro altrettanto stabili (per esempio gli “eventi”, ancorché grandi, per loro natura non possono creare un’occupazione duratura). Non si conosce ancora se “Garanzia Giovani” ha centrato il suo obiettivo, ma in generale i risultati non sembrano incoraggianti:


http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/01/garanzia-giovani-i-pagamenti-bloccati-per-mesi-cosi-siamo-costretti-a-rinunciare/2413537/


però la fiducia nella bontà di fondo del progetto resta alta, se “conclusasi al 31 dicembre 2015 la prima fase del Programma, ne inizia una seconda”, almeno in alcune regioni:


http://www.garanziagiovani.gov.it/EventiNews/News/Pagine/2016/Il-report-e-online-Focus-sulla-Regione-Piemonte.aspx


Forse ci vuole solo più Europa e funziona,

grazie e saluti.



(...i credits per Giovinia vanno al Giovine Baroni. A me quelli per la lapidaria definizione: "Giovinia è un'espressione anagrafica"...)


Il potere

Poi siamo andati alla Rhumerie.

Racconto un po' di cose che non dovete sapere, beviamo (appunto) il rhum (c'era anche quello che piace a me, che mi porta la mia Cristinuccia da Caracas - mi portava, prima che Maduro... Vabbè, questo non è un post tecnico!), e due volenterosi giovini si incaricano del conto, ma (colpo di scena), uno si impapera su un improbabile 39/2=18!

Io me lo guardo, e gli dico quello che disse a me un professore di informatica, quando Rino Olivieri gli sventolò davanti agli occhi il listato di un programma che avevo fatto per calcolare l'ammortamento di un prestito coi vari metodi: "Devi imparare a scomporre un problema complesso in problemi semplici!". Poi, patronizing: "In effetti è 40/2=20. Dopo dividi in due l'euretto che hai aggiunto, e te lo riprendi: lo sa fare anche Uga".

(...santa...)

E uscendo, alla cameriera dalla voce roca (in quel frastuono un nodulo alle corde vocali è il minimo, come alle istruttrici di nuoto), e dalla maglietta molto scollata, come una che portava [e qui mettiamo un omissis, come il governo alle lettere della Vestager], dico:

"Madame, je desire que vous sachiez que le jeune homme auquel vous avez fait oublier l'arithmétique est un doctorant en mathématique à la Sorbonne. Tel est le pouvoir de la beauté! Soyez-en consciente."



(...morale: la bellezza ha certo un grande potere, ma il potere più grande è quando non te ne frega un cazzo. E ora do un euro a Uga: ma questa cosa andava detta così...)

(...Robbè, che tte sei perZo...)

martedì 29 marzo 2016

Più guerra: la Security and Defence Union

"I pilastri di questa unione per la sicurezza e la difesa comune dovrebbero essere un esercito comune, il comune controllo delle frontiere, e un'unica politica estera: il sogno di ogni federalista! Difficile trovarsi in disaccordo con un simile sogno, a prima vista. Tuttavia, un'analisi più attenta suggerisce che questo potrebbe essere l'ennesimo progetto ambizioso costruito su fondamenta deboli, che in quanto tale porterebbe alla disintegrazione, anziché alla federazione.

Nel contesto di una simile architettura, chi coordinerebbe queste forze militari? Può un paese delegare il controllo militare delle sue frontiere a un organo sovranazionale non responsabile politicamente? Resterebbe un paese sovrano? Quando si dovesse decidere di mettere in atto questo controllo in circostanze specifiche [come la crisi dei rifugiati. NdC], chi dovrebbe prendere la decisione? Se l'attuazione implica esternalità negative per un paese o un gruppo di paesi, come verranno gestite? Se dovessero entrare in conflitto interessi nazionali [come quando si decide di chiudere tutte le strade di accesso all'Europa, tranne una. NdC], chi dovrebbe decidere quale interesse far prevalere? Una burocrazia sovranazionale priva di responsabilità politica? O il governo (o governi) più forte? E questo sarebbe accettabile per gli altri? E se gli interessi in politica estera non collimano [come nel caso della Libia. NdC], quale paese alla fine prevarrebbe? E quanto tempo occorrerebbe per prendere decisioni critiche in politica estera? E i paesi "perdenti" come reagirebbero? Quanto è possibile tenere sotto controllo la frustrazione prolungata di un paese su materie riguardanti l'esercito e la difesa?"
 


(...tratto da questo articolo, che spiega in che modo rischiamo di arrivare a quel conflitto che, se da un lato sembra essere l'unica speranza perché la gente apra gli occhi, dall'altro sarebbe effettivamente meglio evitare. Ma hanno deciso che non c'è alternativa: si sa, signora mia, mancano i fondi, se sò magnati tutto, e allora dobbiamo mettere in comune l'esercito. Un manganello unico europeo, nelle mani di non si sa bene chi, ma si sa benissimo per fare cosa: per tenere buoni quelli ai quali con la moneta unica europea, e con lo spazio unico di Schengen, sono stati depressi i salari al limite della sopravvivenza...)

(...aggiungo una considerazione banale: ho speso un'oretta e mezza in un bistrot del 17eme con Sapir che mi raccontava di come negli Stati Uniti la CIA spesso sia in contrasto con la NSA, cosa che ogni tanto viene fuori, e ogni tanto no. Può succedere che la CIA mandi la NSA (cioè gli Stati Uniti, cioè, alla fine noi, perché i cocci sempre su di noi cadono) a schiantarsi per banali, anche se comprensibili, risentimenti. "Quelli della NSA si credono così furbi: adesso se la vedano loro!" Chiunque abbia esperienza di ministeri sa che non sono organismi "unici". Non lo sarebbe neanche il ministero "unico" della difesa europea: nulla garantisce che i dipartimenti di questi ministeri collaborerebbero fra loro più di quanto facciano ora i singoli ministeri nazionali, anzi: forzare funzionari ad adottare modelli organizzativi e percorsi professionali che non sono loro propri rischia di eccitare risentimenti, più che di sopirli: "sono così bravi, se la cavino loro!". Se succede negli Stati Uniti per antonomasia, perché non dovrebbe succedere in questi "Stati Uniti per caso"? L'esercito "unico" europeo non cancellerebbe lo spirito di corpo che esiste anche negli eserciti nazionali - e che in circostanze specifiche ha provocato errori tattici - ma forse lo amplificherebbe, perché molto difficilmente i militari coinvolti parlerebbero "europeo", non credete? C'è anche una possibilità polarmente opposta: che esattamente come qualsiasi merdina, una volta inviata a Bruxelles, si sente cooptata dalle elite che contano, e subisce una mutazione antropologica che lo porta a credersi un eletto, un superuomo, e ne fa in quanto tale un nemico dell'umanità, una persona incapace di provare solidarietà ed empatia verso i comuni mortali (risparmio nomi: ne abbiamo conosciuti tanti), alla fine questo esercito unico diventi qualcosa che gli europei - ma non gli europeisti, per lo più cialtroni farciti di slogan e ignoranti come zappe - hanno già visto nella propria storia. Tuttavia fra lo scenario "Opričniki" e lo scenario "aereo più pazzo del mondo" a me sembra più probabile il secondo, e comunque poco importa: l'esito sarebbe ugualmente catastrofico.

Anche qui, quale sarebbe il frutto possiamo giudicarlo dall'albero: l'albero del TINA, "there is no alternative". La parola d'ordine dei pinochettiani di tutto il mondo. Non è vero che non ci sono i soldi e quindi bisogna unirsi per fare economie di scala (in spregio a qualsiasi teoria razionale dell'organizzazione, che privilegerebbe il decentramento): semplicemente, questi soldi non li si vuole utilizzare come teoria economica, come i manuali del primo anni, dicono che andrebbe fatto. Se i mille miliardi di LTRO fossero stati spesi dai governi nazionali per politiche di investimento, invece di essere dati alle banche private per "salvare" gli stati comprando i loro titoli, ci sarebbe stata abbastanza crescita per risanare comunque il debito, ma nel modo giusto: non con l'ingegneria finanziaria, ma creando il valore necessario per ripagarlo (ovviamente astraggo dal fatto che questa politica espansiva sarebbe stata efficace solo se coordinata o dai governi o dal sistema dei prezzi tramite cambio flessibile). E allora perché non lo si è fatto? Ma è semplice: perché questo avrebbe ridotto la disoccupazione, che è il primo elemento di disciplina dei salari, come vi spiegai a suo tempo. Certo, dopo un po' la gente si stanca. E allora arriva il manganello, pardon, l'esercito unico europeo, che ovviamente sarà manovrato da chi manovra la moneta unica europea, il quale agirà nell'esclusivo interesse dei cittadini europei, no? Del resto, signora mia, se sa, er monno è tanto cattivo, c'è tanta invidia, ce stanno 'e minacce globbali: che vòi fà, vòi sta senza n'esercito globbale? Simili argomenti da portierato ci verranno proposti dagli informatori prezzolati di tutti i colori, dagli intellettuali "organici" a questo bel sistema. Ma se volete capire come andrà a finire con questo esercito, guardate come sta andando a finire con la BCE! Da "whatever it takes!" a "governi ve prego dateme 'na mano!", e questo, naturalmente, senza che la situazione dei subalterni ne abbia tratto un minimo giovamento.

Quando dissi che l'euro non è una moneta ma un metodo di governo era il dicembre 2012, nel primo convegno della nostra associazione. Presentivo i pericoli, ma, vi confesso, una assurdità simile non riuscivo ad immaginarla nemmeno io.

La realtà non sarebbe tale se non superasse l'immaginazione...)

lunedì 28 marzo 2016

Perché esiste l'euro?

Dott. Grande ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Unioni monetarie, aka colonie":

@tafazzi
Non puoi salvare chi non vuole essere salvato, non puoi liberare chi non vuole essere libero. Il grande inquisitore de “I fratelli Karamazov” sosteneva che l'uomo non vuole la libertà, ma desidera autorità, mistero e miracolo. Il noto blogger del primo secolo fu tentato 3 volte: la prima volta fu sfidato a trasformare una pietra in pane, ma egli voleva che gli uomini fossero capaci di procurarsi il pane da soli (non è libero chi dipende da un altro che gli da il pane – o il reddito di cittadinanza – e che all'occorrenza può anche toglierglielo e che mantiene il mistero su come si fa il pane); poi fu sfidato a mostrare la sua potenza librandosi nel vuoto, ma egli voleva che la fede fosse una scelta interiore fondata su una ricerca personale e non che fosse fondata su dei miracoli esteriori; poi gli furono offerti tutti i regni della terra, ma egli non voleva che gli uomini fossero sottomessi ad un'autorità ma li voleva capaci di autodeterminarsi, capaci di scegliere da soli le regole alle quali sottostare. Il noto blogger del primo secolo resistette alle tentazioni poiché voleva fare un dono agli uomini, il dono della libertà: ma per molti la libertà non è un dono ma un fardello insopportabile rispetto al quale preferire autorità, mistero e miracolo. Molti desiderano un'autorità di fronte alla quale inginocchiarsi, che decida per loro e che li deresponsabilizzi. Molti desiderano che l'autorità agisca nel mistero, che non renda di dominio pubblico i meccanismi interni alle proprie decisioni. Molti vogliono che l'autorità li illuda di essere in grado di compiere miracoli. L'euro ha privato i popoli della libertà e della democrazia, dandogli in cambio autorità, mistero e l'illusione del miracolo.

Il miracolo, il grande sogno europeo: l'illusione che l'adesione alla moneta unica, idolatrata custode di poteri miracolosi e semidivini, avrebbe risolto tutti i nostri problemi. L'euro esiste perché c'è chi non vuole essere libero.


(...impeccabile. E ora fate er partito...)

Unioni monetarie e integrazione economica

Facendo seguito al post precedente, che ci ha fornito, grazie alla collaborazione di Massimiliano, un ottimo argomento, vorrei tornare sul concetto di integrazione economica per darvi evidenza palpabile di una cosa che per un economista dovrebbe essere chiara, e infatti è chiara per un economista come Martin Feldstein:

There is of course nothing in economic logic or experience that implies that free trade requires a single currency.

Questa frase è di un'evidenza palmare, come andiamo subito a vedere, e quindi non si capisce come se ne potrebbe negare il fondamento. Eppure c'è chi lo fa, come ad esempio Paolo Savona, che nei suoi discorsi in (legittima, per carità...) difesa dell'euro parte sempre dall'assunto fideistico che per fare un mercato unico ci vuole una moneta unica (naturalmente quando si parte da una premessa sbagliata è difficile che a meno di una massiccia dose di serendipity si arrivi alla conclusione giusta, e infatti...).

Che abbia ragione Feldstein non ce lo dice il suo CV, ma le due cose alle quali ricorre per argomentare: la logica economica, e l'esperienza.

Logica economica: i propagandisti continuano a fornirci un'immagine del commercio internazionale come di una pratica alla quale si dedicano personaggi dotati di disturbi specifici dell'apprendimento, scarsamente a proprio agio con le tabelline, e che quindi sono intrinsecamente incapaci di fare una moltiplicazione o una divisione (per l'opportuno tasso di cambio) prima di confrontare due prezzi. Questa immagine è falsa, ovviamente, e lo dimostra il fatto che sia un'ispezione dei dati che studi econometrici mostrano come il regime di cambio non abbia sostanzialmente influito sul volume del commercio mondiale né, in quanto ci riguarda, su quello europeo (lo diceva Nitsch, e alla fine è stato costretto ad ammetterlo anche Spennacchiotto Rose, chiedendo scusa per le scemenze totalmente ideologiche che aveva detto, riconosciute peraltro per tali fin da subito da studiosi seri).

Chi opera nell'import/export sa usare le tabelline, o alle brutte una calcolatrice, e può coprirsi contro il rischio di cambio sui mercati a termine. Qualche volta gli andrà bene, qualche volta male, ma è un fatto che la volatilità del cambio non ha un impatto significativo sul commercio internazionale (qui uno studio piuttosto esaustivo), cosa che si sapeva anche al momento di entrare nell'euro (e infatti la ricordava Berry "Weathercock" Eichengreen in questo studio, riferendosi in particolare ai risultati di questo studio del nostro altro amico Frankel, secondo cui un raddoppio della volatilità del cambio reale - rapporto fra i prezzi di due paesi espressi nella stessa valuta - porta a una diminuzione del commercio del solo 0.7%).

Spero sia chiaro che fino a qui non ho citato un articolo di fede ("non avrai altra moneta se non quella unica"), ma sei articoli scientifici, quasi tutti su riviste referate.

E veniamo all'altro punto di forza dell'argomentare non fideistico di Feldstein (che non finge, come altri, di essere keynesiano, e dice spesso cose sensate): l'esperienza. A sentire i propagandisti, sembrerebbe che nel resto del mondo non vi sia commercio: la moneta unica essendo essenziale, chi non ce l'ha vive nell'autarchia e nel conflitto, in un mondo così distopico da far sembrare 1997 fuga da New York una puntata dell'Ape Maia. Ovviamente non è così. Il resto del mondo non sta peggio di noi, né in generale, né in particolare per quanto riguarda l'integrazione commerciale.

Breve parentesi economica. In economia per "integrazione" si intende sostanzialmente l'abbattimento dei costi di transazione. Esempio: integrazione finanziaria è l'abbattimento dei costi da sostenere per prestare o prendere in prestito somme da un residente in un altro paese (e quindi: per aprire un conto all'estero; per detenere titoli esteri; per collocare titoli esteri; ecc.). Integrazione commerciale è l'abbattimento dei costi da sostenere per acquistare merci dell'estero, o venderle. Di questi costi, la volatilità del cambio è quello che tutti vedono, ma è anche, come vi ho appena dimostrato con sei articoli scientifici che smentiscono un articolo di fede, il più trascurabile. Ce ne sono altri, che riguardano principalmente le barriere, tariffarie e non, che molti paesi civili per motivi che rientrano nel legittimo esercizio della loro sovranità pongono su certe transazioni commerciali. I motivi sono i più disparati, e vanno dalla protezione delle industrie nascenti, alla protezione della salute dei cittadini. Tutte cose delle quali l'Europa ci chiede di non preoccuparci, perché ci pensa lei, e i risultati poi si vedono, anche se i propagandisti ci danno dentro per nascondere le responsabilità.

L'abbattimento di queste barriere generalmente è un processo graduale, che attraversa alcune fasi ben individuate nella letteratura scientifica.

Zone di scambio preferenziale (preferential trading areas, PTAs)
Accordi bi- o multilaterali di riduzione dei dazi e di abolizione dei contingenti, con l'obiettivo generalmente di transitare a una

Zona di libero scambio (free trade area, FTA)
il cui obiettivo, in teoria, è quello di abbattere del tutto le barriere tariffarie e non tariffarie interne alla zona, conservandole verso l'esterno. Le zone di libero scambio però non sono

Unioni doganali (custom unions, CU)
perché queste ultime hanno anche una politica tariffaria (cioè dazi) comuni verso tutti i paesi terzi. I membri di una FTA invece no. Ad esempio, considerando il NAFTA, il Messico può avere dazi diversi dagli Stati Uniti nei riguardi della Cina, il che crea il problema dell'evasione del dazio, che si risolve con le regole di origine. Questo problema scompare con l'unione doganale. Fino a qui non abbiamo parlato di mobilità dei fattori, ma solo di merci e eventualmente servizi. In un

Mercato unico (common market o single market)
viene garantita la libertà di movimento dei capitali (integrazione finanziaria) e del lavoro (una roba tipo Schengen, per capirci), anche se possono rimanere barriere non tariffarie al movimento delle merci (esempio: la standardizzazione di cose tipo le prese elettriche, o certi requisiti sanitari, può non essere completa...). Quando si rimuovono anche queste barriere, almeno in teoria, almeno come aspirazione, o meglio come Fogno, si ottiene una

Unione economica.

Bene: questi sono i primi cinque stadi dell'integrazione economica. L'ultimo, lo immaginate, è l'Unione Economica e Monetaria, che si ottiene quando alle precedenti buone intenzioni (raramente seguite da buoni risultati) si aggiunge anche l'adozione di una moneta unica.

Ora, se la moneta unica fosse necessaria per l'integrazione economica, ci aspetteremmo che almeno a livello di mercato unico tutti dovrebbero adottarla. Invece le cose non stanno così, come nota ad esempio Majone nel suo libro. Il WTO nel suo database degli accordi commerciali regionali fa una lista di ben 424 accordi di vario tipo fra i circa 200 paesi esistenti al mondo. Molti di questi, va detto, sono accordi bilaterali, di non elevatissima importanza sistemica, mentre altri sono rinnovi o estensioni di accordi già esistenti (ad esempio, l'unione doganale costituita dalla Comunità europea viene contata sette volte: alla sua costituzione, e in ognuno dei sei successivi allargamenti). In particolare, di questi 424 accordi, 17 sono PTA, 238 sono FTA, 28 sono CU (con l'avvertenza di cui sopra!), e 139 sono accordi di integrazione economica (e anche qui ci sono duplicazioni, perché a partire dall'Atto Unico Europeo l'Unione Europea viene contata anche sotto questa categoria).

Volendo andare sul semplice, trascurando le forme di vita inferiori (PTA e FTA, i primi stadi di integrazione), e tenendo conto del fatto che i confini fra le varie forme sono spesso sfumati (in particolare perché intenzioni e Fogni non coincidono praticamente mai coi risultati), una rapida consultazione a Wiki inglese (ricordatevi che quello italiano in ambito economico è ahimè lammerda, totalmente sotto il controllo dei troll UE) ci rivela che al livello più alto, quello dei mercati comuni e delle unioni economiche, troviamo i seguenti esemplari:

1) Unione Economica e Monetaria Europea
2) MERCOSUR
3) ASEAN
4) Unione Economica Eurasiatica
5) CACM
6) CARICOM
7) Gulf Cooperation Council (GCC)

Di questi, notate bene, solo uno è anche un'unione monetaria, e sapete qual è. Apparentemente due vorrebbero diventarlo, almeno così dice Wiki: la CARICOM, e il GCC, che, però, ci informa Wikimm, non è andato avanti col progetto a causa della crisi. Strano, perché a noi hanno sempre ripetuto che la moneta unica protegge dalla crisi...

Per la precisione, siccome sono un professionista, vi segnalo altresì l'esistenza di forme di unione monetaria a stadi più bassi (in alcuni casi nominalmente più alti) di integrazione economica. La lista è qui ed è quella della quale parlavamo nel post precedente. Sono unioni per lo più di fatto, costituite fra ex-colonie francesi (le uniche con una totale integrazione formale), o del Commonwealth, o americane (stati dollarizzati), e spicci vari, fra cui alcuni ex-satelliti dell'impero russo. Nella mia attività professionale, occupandomi di Africa Sub-Sahariana, ho incontrato CEMAC e UEMOA, e anche la SACU, la più antica unione doganale, che è anche una unione monetaria de facto avendo adottato la moneta del più forte, il rand sudafricano (con la S di BRICS, come sapete). Notate anche che i paper come quello di Nitsch ("Have a break"), che parlano di 245 unioni monetarie delle quali 128 si sono dissolte fra il 1948 e il 1997, si riferiscono alle relazioni bilaterali fra paesi che adottano una stessa moneta! Va detto che questo è ovviamente il modo più logico di procedere (per certi versi, è anche l'approccio del paper di Ghosh sulla rilevanza dei cambi flessibili: studiare le relazioni bilaterali fra paesi). Quindi, ad esempio, l'attuale zona euro (non considerata nello studio di Nirsch) conterebbe per 171 (perché?).

Sintesi: una moneta unica non è necessaria per l'integrazione economica. Dei sette casi esistenti di integrazione economica solo uno è anche una unione monetaria formale (l'Unione Europea, alla quale possiamo tranquillamente incorporare i satelliti francesi: CEMAC e UEMOA), mentre, di converso, le unioni monetarie non sono quasi mai unioni economiche ma "dependance" di ex imperi coloniali, coi quali, ovviamente, intrattengono anche qualche forma di accordo di libero scambio, che supponiamo mutualmente vantaggioso (per il più forte).

Del resto, basta leggersi il paper dove Baldwin massacra Rose per constatare che la maggior parte delle unioni monetarie esistenti è del tipo "hub and spoke", e, sì, noi non saremmo l'hub: saremmo uno spoke (della Germania).

La domanda quindi è: volete essere colonizzati? E la risposta credo sia: non prima che il global warming abbia portato almeno le noci di cocco sulle nostre spiagge.

Chiaro?

domenica 27 marzo 2016

Unioni monetarie, aka colonie

Per carità, esiste la buona educazione, la comprensione, se vogliamo spingerci più in là addirittura la compassione, quella di fra Cristoforo per Don Rodrigo. Però bisogna anche che la gente si renda conto. Vi presento:


Intervenendo in un rapido scambio fra me e FlavioB, il buon Massimiliano fa una domanda che è molto da comunicatore (perché è semplice) e poco da avvocato (perché è semplicistica): "E allora che si fa, chiudiamo tutto, Europa e Euro?"

Tralascio di soffermarmi sul fatto che questo linguaggio è lievemente sfuocato ("chiudere" cosa dovrebbe significare, esattamente?) e chiedo al gentile interlocutore, che ostenta ignoranza (le solite tatticucce da social) se mi sa dire quanti paesi, sul paio di centinaia attualmente esistenti, abbiano deciso di costituire unioni monetarie.

Il gentile interlocutore si documenta e mi risponde (noi un'idea ce l'abbiamo, vero?):


La risposta ovviamente è sì, come sapete, e la cosa divertente è che il motivo è esattamente nell'informazione che il gentile, ancorché baldanzoso (al limite della burbanza), interlocutore mi fornisce. Andate, caso mai ve lo foste dimenticato, a vedere quali sono le Unioni monetarie esistenti. Sono cinque, delle quali quattro sono ex colonie (due di queste, le più significative, noi le conosciamo bene), e una è una costituenda colonia, l'Unione Europea (che poi, a dire il vero, colonia lo è già, in quanto provincia dell'impero americano).

Massimiliano, tu comunichi per passione, e in questo ti sono vicino, ma posso chiederti cortesemente di andare a farlo fuori dalla mia timeline? Il mondo è tuo. Io di persone che mi citano a paradigma irrinunciabile di organizzazione economica, quello adottato nel mondo solo da nazioni abitate da persone piuttosto derelitte e dal colore della pelle piuttosto diverso dal nostro (il che ovviamente non è un difetto, ma solo un indicatore del fatto che questo modello gli è stato imposto), sinceramente intorno non ne voglio.

Un consiglio, però, prima di non rivederti, te lo do. Tu sei fiero della tua paternità, come lo sono io. Ti sono vicino anche in questo (guarda quanto siamo simili!).

Allora, per favore: non parlare con argomenti e tecniche dialettiche da bar di una cosa seria, dalla quale dipende il futuro dei tuoi figli. Tu puoi anche non rendertene conto, ma loro sono cinque: che tutti e cinque non capiscano prima o poi cosa sta succedendo è molto difficile. Non esporti al rischio della loro riprovazione per non aver capito in che accidenti di guaio quelli come te, quelli che non vogliono informarsi, quelli che ambiscono solo a uscire vincitori da una schermaglia sui social, quelli che si informano su Wikipedia, quelli che pensano che la crisi riguardi solo gli altri, li hanno messi.

Se vorrai ascoltarmi, un giorno mi ringrazierai. Se non ti riconosci in questo ritratto, non farlo sapere a me. Dimostralo a chi ti sta intorno. Per oggi ho già dato.

Cordialmente.


(...la morale della favola...)

sabato 26 marzo 2016

Stendhal vs. Renzi: democrazia, privatizzazioni e corruzione

(...i grandi classici...)

(...per quello che vuole portarmi sul delta: oggi ho fatto la lunga, ma sono sceso a 6,6, dai 6,8 dell'altra volta. Lì come va? Tutto bene? Tieniti leggero a Pasqua...)

"Je m'ennuierais en Amérique, au milieu d'hommes parfaitement justes et raisonnables, si l'on  veut, mais grossier, mais ne songeant qu'au dollar [...] Faire la cour aux hommes du peuple, comme il est de nécessité en Amérique, est au-dessus de mes forces. Il me faut les moeurs élégantes, fruit du gouvernement corrompu de Louis XV..."



Viva la sincerità! Stendhal era un progressista, come forse saprete, quindi fottutamente aristocratico, come capita spesso agli amici dell'umanità (amici sì, purché stia a casa sua...), ma almeno si rendeva conto delle sue contraddizioni e non si nascondeva dietro a un dito. Cosa della quale oggi ci sarebbe tanto bisogno.

Mi tornavano in mente ieri queste parole, e anche delle altre, che ora non riesco a trovare (ma voi che sapete tutto sono sicuro che mi aiuterete): quando dice che in fondo fra monarchia e democrazia la seconda offre una certezza: quella di essere comunque il governo dei bottegai. La monarchia, viceversa, soggiace al caso: un re può nascere bischero (da noi in effetti è andata sempre così), oppure no, nel qual caso, magari, le cose vanno meglio con una monarchia costituzionale (la carta del 1830) che con una democrazia ammeregana (la Merika essendo allora il termine di paragone, la democrazia realizzata di inizio XIX secolo...).

Ci pensavo un po' perché, come sapete, a Giovinia c'è del fermento: i giovini vogliono darsi un governo, e io li incoraggiavo a scegliere un regime democratico. Ma, come avrete visto, loro sono piuttosto intenzionati ad estrarre a sorte i propri governanti. Una proposta, faceva notare Silvia, non molto originale, ma comunque con fondamenti nelle scienze politiche (ad esempio ne parlano Del Savio e Mameli in un articolo contro il Parlamento Europeo che vi ho indicato tempo addietro, e che sviluppa il loro concetto di democrazia antirappresentativa come antidoto alla cattura dei politici da parte delle oligarchie), e anche nella letteratura: in fondo, Stendhal preferisce la monarchia (costituzionale) proprio perché gli consente di affidarsi al caso, alla lotteria della genetica.

Ci pensavo anche perché a Parigi, in trasmissione (una trasmissione che dovrebbe andare in onda ai primi di aprile, mi hanno detto), parlavo a Jacques Sapir della crisi bancaria italiana, e facevo questa riflessione che qui molti di voi hanno fatto prima e meglio di me: abbiamo privatizzato il sistema bancario a metà anni '90 per moralizzarlo sottraendolo alla politica, e invece, alla fine, gli intrecci con la politica sono diventati ancora più perversi (non dico incestuosi altrimenti mi querelano: mi riferirei eventualmente al fatto che la politica è figlia dell'economia...). Partendo da questa riflessione, gli spiegavo il paradosso di avere un capo del governo che comincia a difendere gli interessi del paese nel momento in cui una crisi finanziaria privata, nella quale è coinvolto per relazioni in qualche modo legate al suo percorso politico, lo tocca personalmente, costringendolo ad alzare i toni per consolidare il consenso interno (parlare a Merkel perché piddino intenda).

Si conferma così che l'antinomia "pubblico-corrotto"/"privato-incorrotto" non funziona proprio, e l'abbiamo visto (esempio preclaro, in altre settore e altre paese: il caso VW). Un pezzo del problema è che con le "privatizzazioni" la politica cacciata dalla porta rientra dalla finestra, diventando più evanescente, più sottratta ai normali meccanismi di controllo giurisdizionale preventivo e politico successivo (qualcuno ha capito cosa sono le fondazioni bancarie?). Poi direi che anche qui si applica la lotteria di Stendhal: se la genetica aiuta, può anche darsi che un politico, per altruismo, per narcisismo, devii ogni tanto dal porco comodo suo e faccia magari per sbaglio l'interesse collettivo. Ma un privato ci offre sempre e solo un'unica certezza: quella che, se gli si lasciano le briglie sul collo, si farà sempre e comunque prima i fatti suoi, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo - purché sostenuto dagli altri!

E, se ci pensate, questo spiega tanti problemi "sistemici". In termini aulici lo chiamiamo fallimento del mercato...



(...e si conferma anche la legge di Bagnai: nei grandi classici è meglio entrare dalla porta di servizio. Spesso gli autori sono più veri dove sono più umani, cioè meno grandi...)

venerdì 25 marzo 2016

Radio Sputnik

Alle 16, con Jacques Sapir.

Non so né se siamo in diretta (credo di sì), né se c'è uno streaming (il sito è questo: https://fr.sputniknews.com). È l'ultima settimana di lavoro qui, cominciano ad arrivarmi parecchi paper su temi europei da "referare", e già questo, oltre che il contenuto (ovviamente top secret) fa capire che il vento sta cambiando, e io ho tantissimo da fare. 

In Francia oggi devono gestire il seguito delle manifestazioni di ieri. Alcuni studenti hanno tirato pietre su un paio di commissariati a Parigi (dove sto appunto andando...), alcuni genitori hanno denunciato, o intendono denunciare, i poliziotti per insulti razziali, ecc. Rimane il fatto che nessuno, ma veramente nessuno, evoca né l'euro né l'Europa come il fine che richiede il mezzo della deflazione salariale. Ci proviamo con Jacques, appunto. Ma non credo sia cosa semplice.

L'atmosfera che si respira qui è per certi versi più chiusa e settaria che da noi. I loro CEPRioti più feroci dei nostri Bocconi boys, i loro "fognatori", fra i quali l'ineffabile Mélenchon, più ottusi e autolesionisti dei nostri.

Assisto anche allo strano paradosso di una Repubblica presidenziale che somiglia sempre più a una Repubblica parlamentare. Un percorso per certi versi opposto al nostro, dove ormai il premier aspira a (e ritiene di avere) una investitura e poteri di indirizzo e rappresentanza pari a quelli di un presidente francese o americano. 

Nel caso francese questa dinamica me la spiego con l'economia (mi scusino i costituzionalisti). Se oggi Hollande si nasconde sistematicamente dietro Valls (e le liti di quest'ultimo con Macron), mentre ci son stati decenni in cui il nome del primo ministro francese nemmeno veniva pronunciato sui media, è perché allora cresceva il Pil, e oggi cresce la disoccupazione (circa 30000 in più a febbraio). Siccome è uso che il presidente uscente si ricandidi, capirete che in questa débâcle Hollande ha interesse a obbedire ad Epicuro: vivi nascosto. 

Epicuro non aggiungeva "e trombati le attricette", ma come sapete non è buon allievo ecc., e quindi il nostro François nun s'è fatto mancà ggnente (per gli ignari: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Julie_Gayet). Era l'unica cosa che potesse fare per recuperare qualche voto... Naturalmente, perdendo quello della moglie!

A dopo (astenersi diversamente europei)!



mercoledì 23 marzo 2016

Da Zaventem

(...siamo così tanti, e così europei, che non poteva non esserci uno di noi lì. Per fortuna era dalla parte giusta, oltre i controlli. E a proposito del nostro essere veri europei, e non spregevoli europeisti, notiamo che forse oltre alle vittime c'è qualcun altro che merita rispetto: i belgi, e in particolare le loro forze di sicurezza. Anche qui in Francia hanno provato a sparlarne, ma si son presi delle belle rispostine, perché non è che Molenbeek sia l'unica qasba in Europa. Per capirci, io quando vado a Parigi abito spesso dalle parti di Barbès. E allora piantiamola con questa storia che i belgi sono inetti. Capisco fare l'Europa col terrore: cose così si son sempre viste. Ma farla insultando gli europei, veramente, mi sembra che passi il segno!...)




Caro Alberto,

io c'ero, a Zaventem, stamattina.

E se avessi preso il treno un quarto d'ora dopo probabilmente mi sarei trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Invece ho preso il diretto, ed ero già oltre i controlli di sicurezza.

Ti scrivo perché ho letto le riflessioni del post "Potevamo esserci noi", che condivido, e ho i conati di vomito dopo aver letto questo.

Niente di sorprendente, dirai. Tutto previsto. Chi te lo fa fare di leggere. Vero. E' stato il titolo a attirarmi.

E posso testimoniare che la polizia di questo stato "fallito" stamattina ha fatto un lavoro eccellente.
Che nell'enormità di quel che è successo, a Zaventem, la situazione è stata gestita bene. Che i mezzi d'informazione drammatizzano il racconto. Che le persone sono state curate, guidate e assistite. E hanno reagito senza isterie (sempre nell'enormità di quel che è successo).

E ti garantisco che mi stavo rendendo conto perfettamente di quel che accadeva. I minuti passati dall'ordine di evacuazione all'arrivo al punto di raccolta messo in sicurezza e coperto da tiratori non sono stati brevi. Perché, più che a quel che è stato, pensavo a Fiumicino 1985. O a due cose combinate. Mi sono trovato a camminare scrutando potenziali minacce e possibili ripari, come mi è stato insegnato tanti anni fa e come non mi sarei sinceramente mai immaginato di trovarmi a fare realmente: ovvero con quello stato vigile che non lascia spazio ai pensieri e non fa sentire il freddo, il caldo o la sete.

Poi, si cerca di fare quel che si deve, di aiutare chi si può e di tornare a casa. Verso sera.
Posso testimoniare anche che in questo stato "fallito" ci sono linee di pensiero diverse. Un'anima francese, quella che a Parigi ha reagito come in un film d'azione americano mettendo a ferro e fuoco un quartiere, rischiando di ferire civili e portando a casa solo morti talmente dilaniati che han dovuto identificarli con la prova del dna, dimenticando che i morti diventano eroi, ma non danno informazioni e non collaborano. Un risultato raggiunto facendo tutto, ma proprio tutto il contrario di quello che, sempre tanti anni fa e a un livello senz'altro di infarinatura superficiale, mi è stato insegnato si deve fare in questi casi. Un'anima che finora non si è affermata, salvo in alcune azioni dimostrative (come la chiusura della metropolitana). E un'anima più riflessiva, che con un lavoro paziente (e qualche contrattempo) è riuscita a individuare e arrestare (senza ucciderlo) chi può tornare utile a costruire conoscenza. Ecco, forse non è un caso che le due cose siano collegate. Perché la radicalizzazione dello scontro fa comodo a chi vuol creare scompiglio o ottenere facile consenso. Non a chi vuol risolvere problemi.

A margine, per quanto può servire e in ordine sparso, noto: credo poco alla tesi (espressa anche da alcuni media belgi) che chi sapeva non ha parlato. Va bene tutto, anche la vocazione al martirio. Ma nel momento in cui ti arrestano e sai che sta per succedere qualcosa che accadrà quando tu sei loro e che dopo che sarà accaduto ci sono buone probabilità che prevalga l'anima francese, be', meglio il cianuro; stamattina l'aeroporto era sorvegliato, c'erano diverse pattuglie armate. Più che la settimana scorsa e più o meno come a novembre, durante i giorni caldi. Non è servito, naturalmente. Perché può servire solo per ridurre i danni di una situazione tipo Fiumicino 1985. Contro quel che è successo oggi l'unico rimedio è obbligare a viaggiare senza bagaglio. E magari a torso nudo e scalzi. O i check point all'israeliana, poco adatti però a una situazione in cui non c'è una divisione netta; la storia del divieto di perquisizioni notturne. Vero. Certo. Ma, mi facevano notare (e io concordo) che non è che il divieto impone di presentarsi solo dopo l'alba. Si può essere lì da prima. Si può aspettare, seguire i movimenti. Insomma, sembra un po' un pretesto per far polemica; le schede telefoniche (pochi ne hanno parlato), quelle sì sono (o sono state) un problema: quando ho preso la mia, nessuno mi ha chiesto niente, se non quindici euro. Ora chiedono la carta d'identità elettronica. Se sei residente in Belgio. E se non lo sei?

L'ultima, a scanso equivoci. Non l'ho ancora letta, non l'ho sentita, ma la prevengo: è successo al banco dell'AA.  Un obiettivo simbolico. Una dichiarazione di guerra all'occidente. No: semplicemente il più facile da raggiungere appena usciti dagli ascensori e/o dalle scale mobili. Perché io credo a molto, non a tutto. E tra le cose cui faccio fatica a credere è che nella testa di chi ha deciso di fare una cosa del genere a sè stesso e agli altri ci sia anche spazio per riflettere su come andarsi a mettere nel miglior modo possibile. Anche se nessuno può saperlo.

Un caro saluto e grazie. Il sonno stanotte non arriva. Ma mi sento meno solo.

G.

(...bene. Domani parliamo di qualcos'altro...)

(...altro grande classico: i morti di serie A, e quelli di serie B. Uno dei loro genitori si indignava in televisione, e così mi sono reso conto che anch'io me li ero dimenticati. Sarà anche che ormai ci si abitua in fretta a tutto...)

L'attualità di Hugo

(...visto che siete tutti allenatori, allora vi informo che oggi ho fatto la corsa breve sotto i 6, per la precisione a 5,6. Mi sono tenuto rasente al limite del mal di fegato, per regolarmi. Escluderei di poter tenere un ritmo simile per un'intera ora, ma naturalmente serà quel che il fegato vorrà...)

Ieri sera si è aperta l'ottava stagione del 22. Cos'è il 22? C'è quel mio amico, Erick, quello dal quale ho incontrato l'enarca del quale qualcuno si ricorderà (a proposito [di grandi scuole]: la settimana prossima mi hanno invitato a fare lezione alla scuola dove si è diplomato Eiffel... Vedete la Nemesi? Mi tocca spiegare la globalizzazione a degli ingengngnieri, e mica degli ingengngnieri qualsiasi! Sono sicuro che sarà una bellissima esperianza...), dicevo: Erick abita al 22 di una certa strada, e così dalla primavera all'autunno (escluso quindi l'inverno) ha deciso di invitare ogni 22 del mese gli amici a casa. Ognuno porta qualcosa (io molto vino) e si passa la serata in compagnia. Immaginate che io le stagioni me le sono fatte quasi tutte. Ho perso le prime tre, in effetti, ma dal 2011, e con l'esclusione del 2015 (perché A. aveva l'agrég), ho assistito ad almeno un 22 all'anno, ovviamente come guest star: l'étranger.

(Aujourd'hui maman est morte...).

Quest'anno Erick ha impostato il 22 come un reality: nella prima puntata ci ha presentato i nuovi personaggi, ecc. Non mi è chiaro come faccia a sapere il funzionamento di un reality (televisioni non ne ha), ma insomma la serata è riuscita abbastanza bene. A me, poi, in particolare, ha dato una grandissima soddisfazione, perché verso la quarta bottiglia mi si è avvicinato Vincent, che insegna filosofia, e mi ha detto che doveva ringraziarmi. Io non lo vedevo da due anni, quindi ho esternato perplessità. E lui: "Sì, perché mi hai fatto scoprire Hugo. Quando ho visto con quanta passione ne parlavi, io, che avevo di lui quell'immagine un po' polverosa, ho voluto leggere i Miserabili, e ho capito cosa mi ero perso".

Sossoddisfazzioni, per un economista italiano introdurre alla letteratura francese un filosofo francese incontrato a casa di un professore di letteratura francese. Abbiamo subito organizzato una fronda hugoliana a casa del céliniano Erick.

Comunque, voi mettetela come vi pare, ma non si può dire che Hugo non sia attuale, e, come mi ha fatto notare Rockapasso, se ne sono accorti perfino i francesi:



(...a farglielo capire è bastata la "loi travail", alla quale sarebbero arrivati preparati se avessero letto che "La Francia... dovrà praticare la cosiddetta svalutazione interna". E ora addominali!...)

(...P.S.: se avete qualcosa di intelligente da suggerirmi sulla fusione delle banche popolari e simili feel free, che alle 21 ho un'intervista al GR - che voi ascolterete domani...)

martedì 22 marzo 2016

Potevamo esserci noi

(...ricevo da un amico che tutte le mattine prende la metro a Maelbeek - vedi alla voce: siamo ovunque... Sta cercando di capire perché è ancora vivo, cosa della quale mi sono premurato di accertarmi immediatamente - ho un cuore anch'io - ma una cosa, intanto, l'ha già capita, e vorrebbe condividerla con voi. Visto che il fatto è successo a Bruxelles, l'opinione di un abitante di Bruxelles mi sembra rilevante...)



Potevamo esserci noi

Non sappiamo ancora chi è morto, chi è rimasto ferito, negli attentati di questa mattina a Bruxelles.

È probabile che ci siano nostri amici o conoscenti; potevamo benissimo esserci noi.

Ci chiediamo come sarebbe stata usata la nostra morte, se fosse toccato a noi oggi.

Speriamo che nessuno strumentalizzi quanto accaduto, né per fomentare odio, né per far passare subdolamente alcun messaggio politico.

In occasione degli attentati di qualche mese fa a Parigi, ne approfittarono tutti:

coloro i quali volevano giustificare la caccia all'immigrato;
coloro i quali volevano invece giustificare le loro "politiche di integrazione";
coloro i quali volevano una spinta di odio contro i musulmani;
coloro i quali volevano criticare l'emarginazione dei musulmani;
coloro i quali volevano in fin dei conti giustificare l'intolleranza verso i più poveri;
coloro i quali volevano far credere che i poveri sono solo "gli altri", gli stranieri;
coloro i quali usarono quei morti per criticare il processo di integrazione europea;
coloro i quali usarono quei morti per zittire le obiezioni al processo di integrazione europea;
coloro i quali cercavano un pretesto per limitare le libertà di espressione dei cittadini;
coloro i quali in buona sostanza non ebbero scrupoli.

Se fosse toccato a noi morire oggi, avremmo voluto evitare di essere strumenti inconsapevoli nella battaglia politica.

Anonimo bruxellois



(...inutile dire che questo pio auspicio non verrà rispettato. Il progetto europeo nasce dalla paura e di paura si nutre, come uno dei suoi massimi artefici ci ricordò per tempo, senza che noi ci rendessimo conto di cosa stava dicendo: "Un altro fenomeno che viene percepito come minaccia esterna, e che sta spingendo l'Europa verso una maggiore integrazione, è la minaccia immigrazione". Naturalmente non sto dicendo che la bomba a Maelbeek l'abbia messa lui! Sto solo dicendo che da parte di un blocco di potere che ha teorizzato la paura come strumento lecito di integrazione (il fine giustifica i mezzi) non ci si farà alcuno scrupolo di strumentalizzare questo eccidio, come, del resto, è stato strumentalizzato l'incidente accaduto in Spagna, a un tal punto da spingere alcuni giornalisti a violare l'omertà. Se non altro, dovrebbe essere questa mancanza di scrupoli a farci capire che siamo in guerra. E non mi riferisco - solo - ai terroristi, che sono oggettivamente un problema e le cui motivazioni, lo confesso, a me sfuggono nella loro complessità, quanto - soprattutto - all'uso che del loro prodotto, il terrore, viene fatto dai nostri governi, le cui motivazioni invece mi sono fin troppo chiare. Forse noi, che siamo italiani, abbiamo un ulteriore vantaggio comparato nell'analisi dell'integrazione europea: oltre a essere cittadini di un'unione monetaria che non è un'area valutaria ottimale, oltre ad avere avuto governanti che ci hanno detto in faccia a cosa serviva la moneta unica, oltre a essere concittadini dei sommi sacerdoti dell'austerità espansiva, abbiamo anche vissuto, almeno quelli della mia generazione, la strategia della tensione, e siamo quindi in grado di riflettere con maggiore accortezza su certe dinamiche...)

lunedì 21 marzo 2016

Più Europa: asimmetrie asimmetriche




(...ieri sera, dopo un ultimo round di revisioni che aveva suscitato il mio contenuto ma partecipe entusiasmo, esortavo Christian a inviare il paper all'editor purché io non ne sapessi più gnente. Oggi mi scrive che l'editor ha accettato. Spinto dall'entusiasmo per questa bella notizia, mi sono fatto gli 11 km di cui sopra in 75 minuti, che quindi fa 75/11=6,8 minuti al chilometro. Insomma: ho aggiunto più Europa al solito percorso. Intorno a me erano tutti poco sopra i 6, a occhio, ma non ho cercato di tenere il loro passo perché temevo il referaggio del menisco destro. Il paper è Asymmetric asymmetries in Eurozone markets gasoline pricing, e il giornale che lo ha accettato è - avete indovinato - il Journal of Economic Asymmetries - rivista Scopus, in fascia D nella VQR. Si tratta della prosecuzione di un progetto di ricerca nato in uno studio televisivo, come spiego nelle slides con le quali lo ho presentato al LEO di Orléans:




Dal letame può nascere un fiore, e da una lieve imprecisione sono già nati due paper, uno dei quali addirittura in fascia A, come ricorderete. D'altra parte, se ci chiamiamo a/simmetrie bisognerà pure che ci occupiamo di quella roba lì, no?

La ricerca nasce dal desiderio di verificare se anche negli altri mercati dell'Eurozona accade quanto abbiamo riscontrato in Italia, ovvero che:

1) la risposta a variazioni del cambio è positivamente asimmetrica (nel senso che gli aumenti/svalutazioni vengono trasferiti sul prezzo della benzina più delle diminuzioni/rivalutazioni);

2) la risposta a variazioni del prezzo del barile in dollari è negativamente asimmetrica (nel senso che gli aumenti vengono trasferiti sul prezzo della benzina meno delle diminuzioni)

La risposta è sì, e quindi la domanda successiva è: perché? Ci possono essere diverse spiegazioni, inclusa la più banale: magari il modello statistico che usiamo è sbagliato (un motivo potrebbe essere che non tiene conto della volatilità dei prezzi). Ma ce ne sono anche di meno banali.

In effetti, nella letteratura sulla determinazione dei prezzi in regime di oligopolio (cioè nel mondo reale, non in quello delle fiabe dove vive gente così) è stato notato il cosiddetto adjustment size puzzle: in presenza di inflazione moderata (cioè da vent'anni a questa parte) le diminuzioni di prezzo sono meno frequenti, ma più grandi degli aumenti. Che c'entra l'inflazione? C'entra. Perché dovete pensare che cambiare i prezzi, per l'impresa, comporta costi, che tecnicamente si chiamano menu costs. L'esistenza di questi costi farà sì che se l'impresa può evitare di cambiare - in una direzione o nell'altra - il prezzo, lo farà. Ora pensate un attimo a cosa comporta l'inflazione. L'inflazione è di per sé un aumento generalizzato del livello dei prezzi. Ci potranno essere distorsioni nei prezzi relativi (cioè: un prezzo potrà aumentare in percentuale più di un altro), ma se l'inflazione è a due cifre, per dire, sicuramente tutta la struttura dei prezzi traslerà verso l'alto. Ci sarà cioè un drift, una deriva dell'intera struttura di prezzi verso l'alto. Immaginatevi un produttore che in un determinato mercato fronteggia uno shock negativo sui costi (ad esempio, su quelli delle materie prime): significa che i suoi costi diminuiscono. In teoria, a questo punto, data la struttura oligopolistica del mercato, il produttore ha due scelte estreme - più tutte quelle intermedie: o lascia fisso il prezzo, e quindi il suo margine di profitto si amplia, o trasferisce la diminuzione dei costi sul prezzo, e quindi sostiene un menu cost e riduce il margine di profitto. Nel secondo caso - quello di trasferimento ovvero pass-through della variazione dei costi sui prezzi, al ribasso, il produttore ci perde due volte: ha il danno emergente del menu cost, e il lucro cessante del mancato aumento del margine di profitto. Perché dovrebbe farlo? Ma è semplice: perché il mercato è oligopolistico, per cui può darsi che se non abbassa il prezzo lui, lo abbassi un concorrente, e gli soffi una quota di mercato - facendo volumi più elevati con un margine più ridotto, cosa che potrebbe convenirgli, anche perché poi il cliente si fidelizza, ecc. Ma se l'inflazione è elevata, tutti i prezzi tenderanno comunque a slittare verso l'alto! Quindi il produttore che in presenza di inflazione elevata fronteggia uno shock idiosincratico negativo dei suoi costi - che diminuiscono - non ha particolare interesse ad abbassare i prezzi per non perdere la quota di mercato: può anche stare dov'è, senza incorrere in menu cost, perché tanto il suo concorrente che, ipoteticamente, volesse fare una politica predatoria e abbassare il prezzo, in tempi rapidi sarebbe sospinto dal drift dell'inflazione al punto di partenza.

Se invece l'inflazione è bassa, le cose non vanno così, ovviamente: in quel caso, se c'è uno shock negativo sui costi, conviene adattare i prezzi abbastanza rapidamente e energicamente, perché se il concorrente fa una politica predatoria, non ci possiamo aspettare che il drift riporti rapidamente il suo prezzo al punto di partenza. La minore velocità della crescita dei prezzi implica che chi si adatta gode di un vantaggio competitivo più a lungo e quindi soffia una quota di mercato consistente a chi non si è voluto adattare.

Questo è il motivo per il quale si osservano asimmetrie negative nel pricing. Non succede mica solo a noi! Le hanno trovate anche altri. Il punto interessante del nostro lavoro è che le asimmetrie nel mercato della benzina sono asimmetriche: quella rispetto al prezzo dei dollari (cambio) è positiva, mentre quella rispetto al prezzo del petrolio è negativa. L'idea che avanziamo è che questo dipende dal fatto che siccome ci hanno gonfiato il cranio con la storia che l'euro era stabile, le sue variazioni, a differenza di quelle del prezzo del barile, non segnalano un cambiamento del contesto inflazionistico. Insomma: quando il barile scende, tutti se ne accorgono, si aspettano rallentamento dell'inflazione, e prendono misure come se l'inflazione fosse bassa - cioè adattano energicamente i prezzi al ribasso. Quando il cambio si apprezza invece no, perché né il consumatore né il produttore vedono alcuna relazione fra cambio e inflazione. "Si sa, l'euro ci ha dato stabilità, signora mia!"

Ecco, solo per dirvi che nel frattempo mi occupo anche di cose così, che poi servono a far capire la differenza fra un economista e un influencer minore - o un economista che si occupa di altre cose, diversamente utili.

Naturalmente il merito di questo piccolo allungamento di CV - mio e di Christian - è soprattutto vostro e del sostegno che date ad a/simmetrie (se lo date. Se non lo date, ma volete darlo, cliccate qui). Senza di esso non ci sarebbe possibile portare avanti questa e altre ricerche, delle quali presto vi parlerò, e che sono un po' più vicine al nostro core business - come direbbe un manager del CONAD!).