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mercoledì 16 marzo 2016

Grecia Terra Incognita

Panagiotis, che tutti ricordiamo per il suo intervento a Pescara, dove ci disse che per lui viaggiare in Italia era come prendere la macchina del tempo, mi segnala e vi segnala questa sua iniziativa: l'organizzazione di crociere in barca a vela, con la possibilità di essere accompagnati dal nostro antropologo/skipper preferito (lui). Credo sia una opportunità unica per comprendere cosa sta succedendo lì, per frequentare (e sostenere) una persona dalla quale abbiamo imparato molto, e, naturalmente, per godersi una vacanza in uno dei mari più belli del mondo, ma andando un pochino oltre la superficie. In questo altro sito Panagiotis spiega il significato dell'iniziativa, vi spiega a chi andrà il vostro aiuto, vi dice come potete sostenere i suoi progetti nel caso non abbiate tempo o voglia o possibilità di fare una crociera, e vi dice cosa avrete in cambio della vostra attenzione.

Suggerirei di farci un pensierino prima che arrivino i colonnelli: perché ormai lì la gente ha capito. Ma comunque i colonnelli, con i turisti, sarebbero più gentili della Troika. Per lo meno, loro non verrebbero a casa nostra a toglierci i soldi (cosa che la Troika farà), capendo che altrimenti non potremmo spenderli a casa loro.

Ah, sì, poi c'è l'eterna storia dei diritti civili, che sono quella cosa della quale ci ricordiamo l'esistenza quando vengono violati in paesi che ci minacciano economicamente... Bè, sapete: se l'unico diritto che le istituzioni europee ti riconoscono è quello di morire di fame, o di prostituirti per sopravvivere, bisognerà anche laicamente prendere in considerazione l'idea che l'istinto di sopravvivenza prevalga.

Ma questo, mi rendo conto, è populismo.

20 commenti:

  1. L'ultimo aspetto dell'articolo che dovrebbe essere banale purtroppo non lo è nei dibattiti.Non viene concepito da nessuno che queste situazioni sono prioritarie e che se la politica non li risolve le stesse si risolveranno da sole (come possiamo immaginare).Ma Tsipras non doveva far cambiare veeeeeerso all'Europa? Non lo sento più in televisione.Evidentemente la Grecia non esiste più o i problemi si sono risolti.....

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    1. L'Europa cambia spesso verso. Normalmente raglia, ogni tanto bela, talora frinisce.

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    2. Precisa analisi linguistica che testimonia la convergenza verso una lingua unica, uno dei presupposti per l'edificazione dei vagheggiati Stati Uniti d'Europa. Economista, musicista e ora anche linguista. Attenzione a provocare Martinet. La battuta per allontanare la tristezza per lo sgretolamento di un mondo di valori nei quali abbiamo creduto.

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  2. Sii preciso, Alberto: populismo fascistoide tendelzialmente razzista e antisemita.

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  3. L'istinto di sopravvivenza non è detto che prevalga:

    <>

    Storia e Utopia, Cioran.

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    1. Per esempio il mondo è pieno di gente che muore perché si ostina a usare le parentesi angolari, che non sono né i doppi apici di derivazione anglosassone né le virgolette usate nei paesi "latini" (i "caporali"), mentre hanno un significato ben peculiare in html, per cui, alla fine, il perfezionismo non manca di rivelarsi una volta di più come controproducente.

      Solo un esempio, eh!

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    2. Fregnanì..e se non era già morto prima...

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    3. "Perdoniamo agli altri le loro ricchezze se, in cambio, ci lasciano la libertà di morire di fame A MODO NOSTRO"

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    4. @aquilano

      Saprai come in fondo, per il nostro amico, non vale la pena uccidersi, dato che ci si uccide sempre troppo tardi.

      Non c'è niente da fare, Cioran mi scorre nelle vene, lo leggo da quando ho 18 anni e non ho smesso più. Devo principalmente a lui il non aver creduto alla principale utopia del nostro tempo, quella eurista. Certo, se perseverassi nel solco dell'autodistruzione giovanile oggi non sarei qui, e sono qui anche perché vedo la storia un po' diversamente da come la vedeva lui. Ma d'altronde, se per Cioran la storia è l'antidoto contro le utopie, criticarne la visione della storia è il modo migliore per omaggiarlo.

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  4. ci provo! la Grecia è una terra meravigliosa nonostante lo sfascio perpetrato in tutti questi anni... E mi piace l'idea di offrire ai pargoli una vacanza, si, ma anche fargli toccare con mano quello che sta accadendo intorno a loro e quello che troveranno nel loro futuro... ormai siamo ad un punto tale che nessuno cascherà in piedi...ci sarà solo chi si farà più male e chi un pò meno...

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  5. L'istinto di sopravvivenza inizia a prevalere anche qui in Italia. Non in modo violento (per ora) ma non pagando quello che non si riesce a pagare. Provate a chiedere a qualche commercialista quanti autonomi in arretrato con l'Inps ci sono e sentite cosa vi risponde. Se poi ci aggiungete tutti quelli che sono in ritardo con il bollo auto e con tasse varie (spazzatura, tasi , ecc ) i numeri incominciano secondo me a diventare interessanti. I ns governanti non ne parlano (loro devono diffondere solo good news è poi non possono dire che tanti non pagano altrimenti il fenomeno aumenterebbe) ma credo che la situazione sia molto grave. Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con l'evasione sistematica di grosse società (vedi banche o simili) o di milionari che risultano essere nullatenenti. Comunque finirà' molto male.

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    1. A Bergamo il trend dei fallimenti aziendali dei primi 2 mesi del 2016 è esattamente quello del 2015.

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  6. Vedi, Albè? Poi sono io che li avverto! Scusa ma nn potevo esimermi. Naturalmant ho Condiviso, come sempre. Vado avanti con il R&R.

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  7. Stiamo vivendo una situazione kafkiana: non si accetta che il nostro sta diventando un paese povero, cioè di poveri.

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  8. Ah, sì, poi c'è l'eterna storia della 'cittadinanza europea', che è quella cosa della quale con disappunto ci ricordiamo l'esistenza quando un certo imprevedibile scompiglio momentaneo sembra deviare il corso della Storia dalla sua via maestra…

    Ma è proprio così difficile capire? Possibile che, al punto in cui siamo, da dietro ogni angolo continui compulsivamente a spuntare lo Smith di turno che proprio non ce la fa?

    Smith-Fernando, che a quanto dicono (confesso di conoscerti poco) hai dedicato la tua vita e la tua opera a dimostrare che “la moralità è autonomia, capacità di non sottomettersi, amore di sé nel senso migliore del termine”: ma non ti viene proprio mai il sospetto che almeno all’evidenza logica ed empirica non sarebbe poi così disdicevole ogni tanto ‘sottomettersi’?

    Dunque, caro Smith-Fernando, visto che tanto ti crucci del fatto che “nelle grandi alleanze internazionali la parte più difficilmente assimilabile è la prospettiva di essere almeno in parte governati da stranieri” (che voi fa’, semo tutti un po’ provinciali) e che tanto glorifichi il “porsi in contrasto con quella che è la visione elementare in questo campo” (che voi fa’, semo tutti un po’ de coccio), il problema mi piacerebbe provare a spiegartelo a modo mio, molto terra terra: da “preventivamente identificato come ‘catalano’ o ‘basco’” (o, nella fattispecie, romano der Tuscolano) a preventivamente identificato come cittadino europeo (e naturalmente, in prospettiva: del Mondo, del Sistema Solare, della Via Lattea, del Gruppo Locale, dell’Ammasso della Vergine, del Superammasso Leniakea, dell’Universo, dei multiversi di tipo 1, 2, 3, 4, giusto per limitarsi a quelli attualmente teorizzati).

    Poniamo che io sto a casa mia e tu stai a casa tua. Facciamo per il momento astrazione dai nostri eventuali rapporti/interdipendenze ‘transdomestici’. Diciamo quindi che a casa sua ognuno, per quanto attiene a rapporti e questioni interne, si regola a suo modo. Ad esempio, a casa mia c’è un capofamiglia piuttosto autoritario, mentre a casa tua regnano dialogo e collegialità (o viceversa). A casa mia certe questioni/situazioni (composizione di contrasti, bilanciamento di esigenze, gestione e distribuzione di risorse, etc…) le trattiamo tipicamente così, voi invece le trattate cosà. Può darsi che in qualche caso il nostro modo di trattarle sia ‘oggettivamente migliore’ del vostro, o viceversa. Può darsi che uno stesso ipotetico ‘trattamento’, date le rispettive diverse ‘condizioni al contorno’, funzioni bene/meglio a casa nostra e male/peggio a casa vostra, o viceversa. A seconda dei casi, potremo essere d’accordo o meno su quale sia il trattamento ‘oggettivamente’ migliore. Probabilmente, se siamo abbastanza ‘pluralisti’, almeno su alcune questioni potremo riconoscere che non esiste un trattamento migliore o peggiore in assoluto, mostrandoci in tal caso addirittura disponibili alla sperimentazione di soluzioni alternative.

    [continua]

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  9. [segue]

    Poniamo che a un certo punto, volenti o nolenti (uno o entrambi), le ‘circostanze’ (la Storia!) ci spingano progressivamente a condividere e uniformare, eventualmente rinnovandoli o adattandoli, una serie crescente di ‘trattamenti-di-questioni’, in vista della costruzione di una ‘casa comune’ caratterizzata da piena uniformità di adozione e applicazione degli stessi. Facciamo anche astrazione dal fatto che l’aumento di ‘massa critica’ (il ‘pennello grande’) implicato dall’integrazione possa o meno costituire un elemento intrinsecamente positivo, ovvero di per se potenzialmente ‘abilitante’ a un ‘miglioramento generalizzato’, e altrimenti non conseguibile, dei suddetti trattamenti e della loro efficacia riconosciuta. Date queste semplici ma ragionevoli premesse, quale sarebbe, idealmente, il modo più ‘giusto’ di procedere nel percorso di integrazione?

    Mi sembra banalmente chiaro che, in linea di principio, sarebbe auspicabile:

    1) selezionare ed estendere a) i trattamenti ‘migliori’ b) secondo l’ordine e la tempistica ‘migliore’ c) eventualmente adattandoli nel modo ‘migliore’;
    2) cassare i trattamenti ‘peggiori’;
    3) in fase attuativa, applicare il più uniformemente e radicalmente possibile i trattamenti migliori e disapplicare il più uniformemente e radicalmente possibile i trattamenti peggiori.

    Detto in poche ma essenziali parole: estendere il ‘bene’ (la civiltà, la libertà, la giustizia, etc.) e circoscrivere il ‘male’ (l’arretratezza, l’oppressione, la discriminazione, etc.). Perfetto. Tutto chiaro. Allora procediamo? Certo, magari però facendo attenzione a quelli che, a lume di logica, sono gli evidenti rischi intrinseci che, alla prova dei fatti, possono inficiare questa a priori ragionevolissima euristica (mi si passi lo scabroso termine). Quali rischi? Beh, caro Smith-Fernando, forse per te quello che sto per dire è troppo banale, ma vorrei segnalarti (intanto) una non troppo simpatica cosa che a priori a) non si può escludere che accada e b) sarebbe altamente auspicabile evitare. Mi riferisco alla eventualità di estendere ‘inavvertitamente’ i trattamenti ‘peggiori’ (qualunque cosa essi siano) a scapito di quelli ‘migliori’. O peggio ancora: promuovere e sancire al rango ‘transfamiliare’ trattamenti sostanzialmente discriminatori (ovvero, ‘migliori’ o ‘peggiori’ a seconda del destinatario), mascherandoli formalmente da trattamenti erga omnes (tralasciamo, per amor di rozzezza analitica, il caso delle possibili discriminazioni in fase applicativa). Pensaci un attimo: a chi potrebbero chedere asilo, in tal caso, i poveri malcapitati che si trovano loro malgrado… dalla parte sbagliata della Storia?

    Ora, caro Smith-Fernando, se a una qualche minima consapevolezza di questo non proprio incomprensibile rischio astratto riuscissi ad aggiungere una qualche minima consapevolezza a) della difficoltà/complessità di determinazione razionale di ciò che è oggettivamente e generalmente ‘migliore’ o ‘peggiore’, e, soprattutto b) della dipendenza di tale determinazione dai precostituiti rapporti di forza tra le componenti (anche trasversali) che partecipano al processo decisionale sopra schematizzato (con conseguente slittamento della ‘determinazione razionale’ in ‘imposizione autoritaria’), forse riusciresti a trattenerti dall’esternare tanto a cuor leggero, e con una visione tanto acritica e unilaterale del tema, considerazioni come questa:

    “Il progetto europeo nasce, come a suo tempo la stessa democrazia, da uno sradicamento: non si è europei per la purezza del ceppo ma per le leggi condivise. Peraltro, tutti gli Stati moderni sono nati da un movimento analogo, che ha radunato diverse etnie, tribù, lingue e usanze popolari sotto una comune amministrazione, destinata a rendere gli individui uguali per diritti e doveri, liberandoli dalle strettoie collettive delle rispettive origini locali. Essi rappresentano quindi il primo passo verso il successivo cosmopolitismo post-nazionale”.

    [continua]

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  10. [segue]

    Che dire? Da brivido! Tralasciando, sempre per amor di rozzezza analitica, la questione un tantino delicata del “movimento” da cui sono nati “tutti gli Stati moderni”: come si può assimilare con tanta faciloneria (per non dire faccia tosta) la nascita del “progetto europeo” a quella della “democrazia” (tout court!), quando è proprio la totale assenza di democraticità, nel caso particolare dell’integrazione europea, ad aver caratterizzato il sempre e comunque problematico processo decisionale di ‘fusione delle identità’? Come si può parlare con tanto sussiegoso disdegno dell’”insuccesso del referendum sulla Costituzione europea” esaltando al contempo quel “Trattato di Lisbona che tentò, per quanto possibile, di salvare [il progetto europeo] dal naufragio”, quando quel cosiddetto ‘salvataggio’ è coinciso con la più esemplare operazione di aggiramento antidemocratico dell’esito di una consultazione popolare su un tema di importanza capitale? Come si può, anche solo metaforicamente, utilizzare con tanta leggerezza, e proprio nel momento in cui la tragedia quotidiana dei cosiddetti ‘migranti’ interroga in modo così drammatico le nostre coscienze di cosiddetti ‘cittadini europei’, espressioni così intrinsecamente autoritarie e violente (direi oggettivamente fasciste) come “sradicamento” e “deterritorializzare la cittadinanza separandola dai luoghi d’origine”?

    Ma… siamo poi sicuri che il discorso sia solo metaforico? Poveri ingenui, certo che no! In questo come ormai in troppi casi, se un pregio c’è nelle inquietanti esternazioni di certi illuminati rappresentanti delle élite intellettuali, è quello del non riuscire a trattenersi dal parlar chiaro:

    “Come bene ha detto George Steiner, noi non abbiamo radici, ma gambe che ci consentono di muoverci qua e là e recarci dove ci conviene”!

    Ok. Chiaro. Messaggio ricevuto. La rotta verso le magnifiche sorti e progressive del “cosmopolitismo post-nazionale” è segnata, e la barra delle “aspirazioni ragionevolmente rivoluzionarie” (!) sara tenuta dritta a ogni costo. Tutto il resto non è altro che sotto-ciarpame ideol-antropologico da untermenschen: “purezza del ’ceppo’ di provenienza”, “comunità genealogica che ci tiene ancorati al passato”, “strettoie collettive delle rispettive origini locali”, “sovranità […] ristretta in base a determinazioni pre-democratiche e persino pre-politiche”… e chi più ne ha più ne metta.

    È il pluralismo (democratico e popolare) del terzo millennio, bellezza.

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  11. "Ma questo, mi rendo conto, è populismo". Prof, stiamo diventando un po tutti populisti. Noto nei miei amici di sinistra, piddini dichiarati e non piddini ma pseudo sinistra, che i loro sentimenti si stanno polarizzando in direzione opposta: chi diventa super renzino, w l'europa, + europa da una parte. Dall'altra qualcuno inizia a dire che questa Europa non gli sta più bene per niente, io provo ad affondare il colpo introducendo l'euro come argomento. Qualcosa fa breccia.
    Se però difendere i propri diritti sul lavoro, il diritto ad avere una vita dignitosa, con istruzione e sanità per tutti e non solo per chi può permetterselo, diritto a poter avere dei risparmi (che alla fine spesso autoalimentano il sistema) è voler essere populisti: beh, molti lo sono e sempre più lo diventeranno.
    Le sue profezie Prof sono sempre autoavverranti: per cortesia, ci dica almeno l'anno che usciremo dall'euro. O almeno l'anno in cui il primo paese - se noi non fossimo - che lo farà.

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  12. "leggi condivise". Mi pare che a suo tempo, dopo la seconda guerra mondiale, il Popolo Italiano, cioè quella comunità di esseri umani accomunati da storia e identità culturale, si siano riunite in assemblea per scrivere la loro legge fondamentale condivisa. Questo forse non include un principio etnico che definisce ciò che è italiano e ciò che non lo è, ma sicuramente (o si spera) a definire la base delle "leggi condivise" furono proprio i membri di quella comunità (gli Italiani) attraverso i loro rappresentanti nell'Assemblea Costituente. Ora, nascondersi dietro le "leggi condivise" per ignorare l'imposizione di queste leggi, provenienti dall'alto più che dai nostri vicini, è quantomeno discutibile. E credo che in questo il nazionalismo in senso stretto c'entri poco, quanto più la difesa del popolo italiano, nel senso di esseri umani facenti parte di una comunità, e della democrazia. E poi, scusatemi l'osservazione banale: se io vado in Iran, mi piace stare li perché sono in Iran tra Iraniani (di qualsiasi etnia siano), non perché sia un estimatore del loro ordinamento giuridico. Perché al contrario mi pare che si voglia affermare un principio di cittadinanza alquanto disumanizzato.

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