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martedì 31 marzo 2015

Bruxelles, Europe



Spettacolo! Ci pensate ai marxisti dell'Illinois? "Bagnai libbberistaaaaaa....". Ma stradaje a ride! Vorrei far presente che alla convention che ha preso il nome dal mio libro io non avrei avuto nessuna difficoltà a parlare, se mi fosse stato chiesto di farlo, e avrei saputo cosa dire, e come dirlo, come sempre. In realtà mi era stato chiesto di tenermi libero, poi ha parlato Vladimiro, e bene così, che io ho da lavorare sul Grexit (peraltro, l'Italia può farcela, ma loro, i convenzionati, mica tanto...).

Io vado da chi mi chiama, il che rende sia il fatto che io parli, che quello che io non parli, in un determinato posto, un problema di chi mi ha invitato, o non mi ha invitato, ma in ogni caso non un problema mio.

Sono un europeo che gira l'Europa parlando in europeo con gli europei.

Any problems?

Se vedemo a Bràssels...




Post scriptum (ac post coenam...): tralascio il pedigree dell'Angus, sul quale Vinicio ci ha intrattenuto diffusamente (con mio grande piacere: dopo un seminario sull'euro del quale forse vi parlerò, finalmente qualcosa di serio...). Volevo solo dirvi che quando abbiamo organizzato INFER2014 ho conosciuto Carsten Holz, non esattamente uno di passaggio (era a Stanford quando ha iniziato la ricerca che abbiamo pubblicato nei nostri wp), e con un bel caratterino. Allora, siccome oggi c'è la Ciiiiiiina, ma io e lui ce ne eravamo accorti ieri, insieme a pochi altri occidentali, mi era capitato di citarlo nel mio libro:


e forse anche lui aveva visto qualcosa di mio in giro.

Parlando, mi chiedeva: "Ma tu ti occupi più di Cina?" E io: "Ma, veramente ho smesso, purtroppo ho sufficienti problemi di cui occuparmi qui". E lui: "Eppure è una cosa così semplice! Io ho studiato a Tubinga con Starbatty, e lui ce lo diceva a fine anni '80 che l'Europa non avrebbe mai potuto permettersi una moneta unica. È talmente ovvio...".

Appunto.

Io, siccome dopo Tigellone sono diventato un po' malfidato, sono andato a controllare. In effetti, lui negli anni '80 era a Tubinga, e c'era pure Starbatty, che sono molto curioso di conoscere a Bràssels.

Und jetzt, ich muss mich üben. Jorg, wo bist Du? Es wäre unangebracht mit Herrn Starbatty aus English zu sprechen (obwohl "die die verdammten Krieg gewonnen haben", wie dein Vater in aller Gelassenheit - sozusagen - zugegeben hatte).

sabato 28 marzo 2015

București (Europa)











































Un'Italia sferzata dall'inflazione? Due ricordi di Tarantelli.




In evidenza, con un pallino rosso, l'anno nel quale fu ucciso Tarantelli.

Non si capisce molto bene l'uso del termine "sferzata", a meno che il giornalista non intenda farci capire subliminalmente (e non sarebbe la prima volta) che l'inflazione provoca il terrorismo (o viceversa). Questo modus operandi dell'informazione di regime è in re ipsa terrorismo, perché il suo scopo, ormai palese, è quello di ostacolare un sereno e informato dibattito democratico. Lo si vede ogni volta che se ne confrontino le squinternate esternazioni con i fatti, come qui abbiamo fatto più volte. Nel 1985, quando Tarantelli fu ucciso per motivi che non saranno mai completamente chiari (perché non sarà, credo, mai completamente chiaro cosa siano state le Brigate Rosse) l'inflazione in Italia era in caduta libera, e per di più l'Italia non si stava comportando peggio di altri paesi del Sistema Monetario Europeo:


(e notate che ho tenuto fuori la Grecia per carità di patria...).

Sferzata?

Nel 1974, nel 1981, certo... ma nel 1985 sferzata de che?

Quanto alla figura di Tarantelli, alla quale io, come tutti quelli che hanno studiato lì in quegli anni, sono particolarmente affezionato per motivi emotivi prima che intellettuali (non è esattamente facile accettare che una persona che incontravi quasi quotidianamente, se pure con la distanza che separa un docente da uno studente, venga fatta fuori in quel modo), suggerirei a tutti (tranne a chi non può capirlo perché è pagato per non capirlo, cioè a qualsiasi giornalista) il ricordo che ne ha scritto un altro suo (e mio) amico, Mario Nuti. Entrare nel merito di quel dibattito è importante, ma lo farò con più dettaglio in un'altra sede (e del resto l'ho fatto nel mio ultimo libro). Qui mi limito a chiedere un po' di rispetto per i morti e per la verità, quel minimo rispetto che consiste nel non fare un uso strumentale di tragedie disumane (ad esempio trasformando in "santini" figure di intellettuali la cui eredità merita e necessita di essere interpretata e discussa: trent'anni e molti studi dopo, l'impostazione di Tarantelli appare ancora corretta?), e nel non distorcere la verità fattuale fornendone una visione artefatta ad usum piddini.

È chiedere troppo?

Faccio un esempio. Trent'anni dopo sappiamo che Alesina aveva ragione:


perché ce lo dicono (come lo dicevano ad Alesina, ma non a Tarantelli, che non poteva ancora vederli e che purtroppo non poté vederli) i dati, questi amici dell'uomo, e questi nemici del giornalista:


Eh già... La disinflazione non è stata particolarmente più rapida nello SME, rispetto agli altri paesi industrializzati esterni allo SME e membri dell'OCSE (qui prendo Australia, Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Stati Uniti). E allora se la visione di Tarantelli era che bisognasse adeguare i salari a un obiettivo di inflazione, anziché all'inflazione effettiva (come ricorda Nuti), perché questa era una precondizione per domare l'inflazione e aderire alla moneta unica, ci sarebbe da riflettere su due problemini, uno a monte e l'altro a valle. Quello a monte è che lo smantellamento della scala mobile col Decreto di S. Valentino del 1984 interviene in Italia quando metà del processo di disinflazione era già stato compiuto: c'è quindi da chiedersi quanto l'indicizzazione dei salari fosse effettivamente causa del processo inflattivo (e di questo parla Nuti). Quello a valle è che dobbiamo chiederci quanto l'obiettivo di integrazione monetaria fosse meritevole di attenzione: come Alesina ci faceva notare già nel 1997, ad esempio, non ci sono evidenze che l'integrazione monetaria favorisca la stabilizzazione nominale dei paesi (mentre fa correre loro il rischio di deflazione, cioè di instabilità dei prezzi e salari verso il basso, a danno dei salari, e questo lo aveva detto Krugman negli stessi anni). Quindi, se lo scopo del gioco è difendere il proletario dall'inflazione brutta e cattiva che gli erode il potere di acquisto, forse trent'anni dopo capiamo che il mezzo più corretto per raggiungerlo è una sana indicizzazione, piuttosto che una malsana unione monetaria. La malsana unione monetaria conduce fatalmente, come ho spiegato ne L'Italia può farcela, a una crescita guidata dal debito, mentre oggi si comincia a capire che le economie avanzate, se vogliono restare tali in termini sociali ed economici, dovrebbero tornare a un modello di crescita guidata dai salari, cioè da una corretta distribuzione del reddito, come spiego sempre nel mio libro, non citando (perché non l'avevo ancora letto) questo lavoro di Lavoie e Stockhammer che vi consiglio caldamente.

Tarantelli era una persona onesta, ed è una gravissima perdita il fatto che non possa essere con noi, trent'anni dopo, a commentare queste evidenze con la sua competenza e onestà intellettuale, quella che a tanti altri ahimè evidentemente difetta. Nel 1984 certe dinamiche forse non erano chiare: ora lo sono, e sarebbe bello, ad esempio, poter chiedere a lui "professorechennepenZa" di Lavoie e Stockhammer (ma anche di Alesina, 1997).

Ma questo non è possibile, e su questa tragedia c'è chi specula. Basta confrontare il ricordo di Tarantelli da parte di un suo amico con quello che ci rifilano i giornalisti.

Sì, mi rendo conto: dire i giornalisti suona come razzismo.

Ma perché sia possibile condannare questo uso di un nome collettivo, occorrerebbe che all'interno della categoria ci fosse una qualche voce di dissenso. Intendiamoci: non "dissenso" verso l'esterno, verso il sistema, verso le multinazzzzionali cattive, verso la finanzaspeculativabrutto. Questo dissenso generico ed esornativo, questo dissenso funzionale a veicolare una visione favolistica della realtà, una visione dove la "colpa" è di un ipotetico "cattivo" e dove non si riflette mai sui dati o sulle regole, questo dissenso il sistema, ai suoi cagnolini da guardia, lo lascia abbaiare. Serve anzi a far dire ai fessi: "vedete, c'è democrazia: la stampa è libera" (di recitare il copione scritto dal potere, ma questo sfugge)...

Io parlo di dissenso verso l'interno della categoria stessa, e verso la meschinità di certi modus operandi.

Come questo blog o l'articolo di Mario dimostrano, fra gli economisti c'è dialogo e dissenso: non tutti la pensiamo nello stesso modo e ce lo diciamo. Ora, io non ho mai visto un giornalista mordere un giornalista. Fuor di metafor canina, voi trovatemi un giornalista che condanni il modo squallido di insinuare messaggi subliminali distorti, appoggiandosi a informazioni fattualmente errate, proprio dei nostri informatori, e io smetterò di dire "i giornalisti".

Loro, naturalmente, non smetteranno di dire "gli economisti": mostrare una professione economica compatta (nell'errore) è il primo strumento del quale certi personaggi si servono per distorcere la realtà e imporre al dibattito politico del nostro paese una deriva antidemocratica funzionale agli interessi di chi paga. Loro non possono certo permettersi di dire la verità, cioè che la professione economica aveva ampiamente previsto, perché altrimenti gli verrebbe chiesto di rispondere alla domanda alla quale chi paga non vuole che si risponda: chi ci ha guadagnato da questa catastrofe?

E allora la domanda diventa un'altra, più sintetica e classica: quousque tandem?


(grazie a @nastasimarco per la segnalazione...)


Addendum del 29/3/2015: Scusate, alcuni parlano di onestà e di commozione di questo post. Vorrei darvi un paio di spunti per interpretarlo correttamente.

Spunto numero uno: Tarantelli non è stato il mio insegnante di macro, anche se ho assistito a qualche sua lezione (l'ultima pochi giorni del fattaccio). Macro l'ho studiata per conto mio sul testo di Gordon, e ho dato l'esame con Saltari (mitico il dialogo al momento del voto: "Ventisei". Io: "Perché?" Lui: "Perché vedo che ha preso questo voto con Tenebaum, un collega del cui giudizio mi fido". Io: "Certo. Tenebaum mi ha messo 26 a micro, che non ho studiato perché non me ne importa nulla, mentre la macroeconomia l'ho studiata, mi interessa, e gradirei un'altra domanda". "Ventotto").

Allo stesso modo, non sono stato allievo diretto di Caffè, ma ho studiato sul suo libro e dato l'esame con lui.

Caffè e Tarantelli, che non la pensavano allo stesso modo, come credo sappiate, erano però persone che incontravo sia pure di sfuggita tutti i giorni. Chiarisco allora il concetto: se si schiantano per colpa di un pazzo 150 persone che non hai mai visto in faccia è una cosa terribile, ma un po' diversa da quando due pazzi imbottiscono di piombo una persona che vedi spesso in faccia. Il terribile ha le sue sfumature. Questo lo dedico ai piazzaleloretisti, ricordando loro che io sparo meglio di loro, ma solo ai dischi di terracotta.

Spunto numero due: che la lotta all'inflazzzzzzzzzzzzzzione fosse il presupposto per una svolta in senso antidemocratico (via indipendenza della banca centrale) e sostanzialmente classista (via vincolo esterno e quindi necessità di un abbattimento dei salari) oggi, col senno di poi, ci è chiaro. Che oggi un giornalista dica che l'Italia nel 1985 era "sferzata" dall'inflazione è semplicemente ridicolo. Altrettanto ridicolo sarebbe dipingere Tarantelli come un servo sciocco del capitale finanziario. Non abbiamo (o per lo meno: non ho) elementi per valutare se lui fosse un artefice consapevole del progetto di deflazione salariale e annesso restringimento delle libertà democratiche che ci ha condotto dove siamo. Sappiamo che quel progetto era consapevolo (ne erano consapevoli di comunisti, come ci ha spiegato Palombi, e poi l'analisi di autori come Featherstone o Castaldi, ampiamente citati qui e in IPF - googlate e vi sarà dato - lascia pochi margini di dubbio rispetto alle motivazioni di tutte le forze politiche di tutti gli altri paesi nel sostenere il progetto di integrazione monetaria cum indipendenza della banca centrale). Quanto fosse consapevole lui, Tarantelli, di queste implicazioni, non lo so, e credo che nessuno lo saprà mai (anche se molto si potrebbe ricavare da uno studio attento dei suoi scritti, che non ho mai avuto modo né tempo di fare). Dobbiamo però riflettere sul fatto che la prospettiva che abbiamo nel 2015 è diversa da quella che si poteva avere nel 1985. Nel 1985 la flessione dei salari reali (che si vedeva, se la si voleva vedere), forse poteva anche essere concepita come un necessario aggiustamento transitorio, un costo di ingresso verso un sistema "più stabile", "che ci avrebbe protetto", ecc.

Vedete quanto è stupido parlare di "buona fede"? Vedete perché considero un cretino chi ragiona in termini di "buona fede"?

Ad esempio, Tarantelli lo era quasi certamente (in senso probabilistico), ed altrettanto quasi certamente, però, oggi sarebbe dalla parte di chi ci vuol tener dentro a un progetto che trent'anni dopo ha fallito, per il semplice motivo che è stato costruito per risolvere problemi di trent'anni or sono. Questo, lo chiarisco ai piazzaleloretisti, non rende meno tragico ed esecrando il modo in cui degli squinternati pagati non si sa da chi hanno posto fine ai suoi giorni.

Spero che adesso il significato del mio post sia più chiaro.

Ribadisco infine che il problema con il "giornalismo" non è un problema "di prodotto", ma "di processo". Quello che stigmatizzo, e che finirà per distruggere questa professione (cosa salutare nella misura in cui diventa in cancro per la democrazia) non è il fatto che non dica "la verità" (che andrebbe comunque definita in qualche modo), quanto il fatto che non isoli i personaggi che platealmente  "processano" (nel senso di "trattano", "confezionano") i fatti in modo da influenzare subliminalmente le dinamiche democratiche. Può sembrare una distinzione futile, o difficile da stabilire, o irrilevante.

Non è così.

Chi non lo ha capito, lo capirà.

A un livello più elevato di generalità, mi sono strarotto il cazzo delle persone che mi fanno tanti complimenti (possibilmente in privato), salvo poi liquefarsi al momento del bisogno. Io ho bisogno che chi è dalla mia parte mi aiuti, e mi aiuti come dico io, quando lo dico io, e se lo dico io.

Non si può avere?

Pace.

Sto tanto bene da solo.

Sono stato un personaggio "privato" per 49 anni, posso esserlo per altri 60. Non sono io ad aver bisogno di voi, cari "amici" politici e informatori. Cacciatevelo in testa (prima che essa finisca in cima a una picca, cosa che non auspico, come tutto questo post ribadisce e dimostra, ma che la vostra ottusità rende inevitabile). La priorità, oggi, è diffondere un messaggio di solidarietà e di riscossa nazionale. Questo messaggio esiste. Se voi vi aspettate che io mi chieda perché lo diffonde chi lo diffonde, vuol dire che non avete capito quali dovrebbero essere lo vostre priorità, e vuol dire quindi che fra due anni verrete con voce querula a dirci che "sì, effettivamente è stato un errore politico...".

Se semo capiti, o faccio il disegnino?

venerdì 27 marzo 2015

Sostiene Wagenknecht...



(...però la bella Sara con l'acca òiro non lo dice, e se non dice òiro si vede che la sua intelligenza, pur vivida, resta un passo indietro al suo carisma...)

Sostiene Fassina...


(vabbè, sò cose che noi sappiamo, e sappiamo anche il perché e il per come...)

martedì 24 marzo 2015

Grecia e Bulgaria

Su Bruegel.org Guntram Wolff si chiede: "Ma perché due paesi in fondo abbastanza simili come la Grecia e la Bulgaria hanno reagito alla crisi in modo tanto diverso?", e fa tutto un discorsetto il cui senso è che la Grecia è stata penalizzata dall'imprudenza fiscale del proprio governo. Avrebbero dovuto risparmiare di più, nel tempo delle vacche grasse, ecc.

Questo è certamente vero, non lo si discute. Indubbiamente, il fatto di avere un debito già alto, anche se stabile, ha sottratto "spazio fiscale" al governo greco. Ma è tutto lì?

Intanto, a me la Bulgaria più che la Grecia ricorda la Spagna. Se andiamo a osservare l'evoluzione degli stock di debito pubblico, privato, e estero, la somiglianza c'è...

Comunque, in tutti questi paesi "fragili" si assiste al solito percorso di aumento del debito privato (spesso accompagnato da una diminuzione di quello pubblico). Ormai son cose che sappiamo. Proprio per questo, vale la pena di entrare in dettaglio.

In Bulgaria e in Grecia il debito privato è aumentato in misura tutto sommato comparabile. La figura qua sopra considera la definizione di debito privato della Macroeconomic Imbalances Procedure. Questa definizione non è scomponibile fra settori. Se però ci soffermiamo sui soli prestiti bancari, vediamo che la loro evoluzione fra i due paesi, simile nel totale, differisce nella composizione:




Si vede distintamente come in Bulgaria l'evoluzione dei prestiti privati sia guidata da quella dei prestiti alle imprese non finanziarie, mentre in Grecia è guidata dalla progressione dei prestiti alle famiglie. Le famiglie, coi soldi presi in prestito, o ci comprano casa, o beni di consumo (eventualmente durevoli). Sono spese utili, ma non sempre produttive. Osserviamo la distribuzione della quota di prestiti alle famiglie sul totale dei prestiti:

Si vede abbastanza chiaramente come i paesi in crisi si addensino fra quelli con il rapporto più alto (e di altri paesi "virtuosi" come Olanda e Austria sappiamo quanto siano in realtà fragili le finanze private). La procedure di sorveglianza di Bruxelles non tengono in conto questo indicatore, ma forse dovrebbero.

Del resto, anche in tema di debito estero Bulgaria e Grecia differiscono.

Più in generale, in tutti i PECO è molto forte la componente azionaria delle passività estere (lorde), il che significa, in buona sostanza, che i PECO, a differenza dei PIGS, non si indebitano vendendo titoli (di Stato o privati), ma azioni:


Tutto bene, naturalmente. I PECO, relativamente meno avanzati, hanno relativamente più bisogno di capitali, e quindi, come dire, è anche normale che nel loro portafoglio di passività gli investimenti diretti esteri (acquisto di pacchetti azionari da parte di imprenditori esteri) giochino un ruolo importante. Per un'economia matura come la nostra non avrebbe molto senso, ma per loro può averne, purché si ricordi una cosa: che non ci sono free lunch. L'esposizione eccessiva in termini di investimenti diretti ovviamente si riflette in un peso rilevante dei relativi redditi passivi in bilancia dei pagamenti. Nella media (media dei paesi delle medie fra 1994 e 2013 dei rapporti fra le rispettive variabili e il PIL) è una cosa così:

PIGS e PECO (CEEC, Central and Eastern European Countries) hanno entrambi un deficit nel saldo merci (azzurro) e un surplus nei saldi servizi (grigio) e trasfermenti (violetto). Poi cominciano le differenze. I PECO pagano all'estero molti profitti (rettangolo rosso), i PIGS molti interessi. Ovviamente, i profitti li pagano le imprese, gli interessi imprese e famiglie (vedi sopra).

Se volete qualche caso specifico (sempre medie dei rapporti al PIL, 1994-2013), eccovi serviti:



Vedete che in paesi come la Repubblica Ceca, l'Ungheria o la Slovacchia il rettangolino rosso (saldo redditi da investimenti diretti) domina sulle altre componenti negative. Notate anche il rettangolo violetto che spicca in Romania: sono trasferimenti correnti, qualcuno immagina perché?

Bene.

Se si vogliono fare previsioni di sostenibilità del debito estero, bisogna anche prevedere quanto costa quello esistente. Nel valutare la sostenibilità del debito estero dei PECO, Lane e Milesi Ferretti fanno l'ipotesi convenzionale che la sua remunerazione sia pari al tasso di crescita dell'economia, più uno spread di 100 punti base. Questa ipotesi, verificata sui dati di bilancia dei pagamenti, appare un po' troppo ottimistica:


Il tasso di rendimento reale corrisposto sugli investimenti diretti dall'estero è generalmente molto più alto del tasso di crescita dell'economia (sono sempre medie 1994-2013; il tasso di rendimento degli IDE è calcolato come rapporto del flusso di reddito passivo su IDE al rispettivo stock, e deflazionato con il tasso di inflazione). Una valutazione prudenziale deve considerare uno spread di almeno 300 punti base. Dato che col tempo la penetrazione degli IDE è aumentata, la differenza non è irrilevante.

Ad esempio, allo stato attuale si può calcolare che con le ipotesi di Lane e Milesi Ferretti la stabilizzazione delle passività nette sull'estero richiederebbe un aggiustamento del saldo delle partite correnti di questa entità (espressa in punti di PIL):



ma se lo spread fra tasso di crescita reale prevista e rendimento degli IDE è posto pari a 300 punti base (un valore più prossimo all'esperienza storica) le cose cambiano:


La Bulgaria è sempre nei guai (e infatti è entrata nella zona di allarme della MIP), ma l'Estonia si trova proiettata dalla quarta alla seconda posizione, e anche la posizione dell'Ungheria peggiora rispetto a quella della Lituania. Dipende dalla composizione dei rispettivi portafogli di titoli esteri, che potrete studiare in dettaglio qui.

Io ora dormo, che domani prendo un Airbus 320 per Bucarest...