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mercoledì 28 marzo 2012

Quod erat demonstrandum (8)

Sempre perché naturalmente noi dovevamo fare l'euro per difenderci dalla Cina, ve lo ricordate? Il mondo è grande, loro sono grandi, noi siamo piccoli, uniti si vince, e via luogocomunando, di scemenza in scemenza...

Ora invece, messi come siamo, la Cina può allegramente partecipare alla svendita. Se ne sono accorti anche su Repubblica, ma non so se ne traggano le conclusioni, che poi sono le solite: l'euro evidentemente non ci ha difeso dalle crisi finanziarie (le ha anzi provocate favorendo enormi squilibri finanziari esteri) e non ci ha difeso dai cinesi "cattivi" (li ha anzi favoriti mettendo le economie periferiche dell'Europa in ginocchio, con un crollo dei prezzi dei loro asset e un disperato bisogno di ulteriori finanziamenti esteri). Favoriti, aggiungo, come ha favorito qualsiasi economia in surplus, che ha disponibilità da investire. Fra cui, ovviamente, quella che ha tanto spinto perché le cose si mettessero così, ma che ora comincia a subire le conseguenze della sua strategia fratricida (ammantata di afflato "europeista").

Mi chiedo cosa ne pensino i Giovani Federalisti Europei... Anzi, non me lo chiedo! Penseranno, come chi li ha portati alla nostra attenzione, che la colpa è nostra, anzi: vostra. Che cosa state a fare qui? Perdete tempo a leggere? Andate a lavorare, porci italiani! Se il manufacturing tedesco va a rotoli la colpa è vostra: se non lavorate di più, non guadagnerete mai abbastanza da sostenere le imprese alamanne! Pigri, sleali e porci che siete.

Ha ragione Guerzoni. E io che l'ho anche trattato male! Sono sempre i migliori che se ne vanno... a quel paese!

sabato 24 marzo 2012

Mani Pulite poteva funzionare? Il parere della Banca Mondiale

A complemento dell'intervento precedente, aggiungo una breve riflessione su un problema serio, che va affrontato in modo serio. L'ottimo Robert ci segnalava un articolo della Stampa (18 febbraio 2012) del quale riporto uno stralcio:

La parola giusta per questo ventennale di Mani Pulite è amarezza.
Anche Borrelli, la primavera scorsa, intervenendo alla presentazione di un libro, disse di essersi in fondo «pentito» per quell`inchiesta: «Chiederei scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare all`aria il mondo precedente per cascare in quello attuale». Per D`Ambrosio si tratta di una provocazione:
«Io non sono pentito come Borrelli». In compenso, lei è diventato senatore dei Ds: non trova sia una contraddizione con il ruolo svolto da magistrato? «Io mi sono candidato come tecnico e indipendente convinto che avrei potuto essere utile alle istituzioni grazie al mio bagaglio di esperienze.
E una cosa in cui credo davvero.
Così come credevo veramente, quando cominciarono le indagini su Tangentopoli, che grazie alle nostre inchieste avremmo potuto stroncare una volta per tutte questo fenomeno».

A questa ultima frase giustappongo, senza alcun intento polemico, ma solo per promuovere una riflessione, uno stralcio dalla sintesi del documento Rethinking Governance di Daniel Kaufmann, economista della Banca Mondiale (lo trovate, con altro materiale, sulla pagina dedicata alla governance nel sito della Banca Mondiale):


Further, recent empirical research points to the private sector as influencing  public governance, thereby challenging traditional notions of the functioning of politicians, public policy and the public sector, and on the conventional determinants of the investment climate. We posit that the interplay between the elite’s vested interests and the political dynamics within a country, in turn affecting governance and corruption, has often been under-emphasized in program design. These argue for revisiting conventional approaches to promote institutional reform. In particular, we challenge the notion that passing laws by fiat, creating new public institutions, or embarking on anti-corruption 'campaigns', can be very effective, and question the value of traditional public sector management and conventional legal/judiciary reform approaches for many emerging economies. We argue instead that sharper focus on external accountability is required, focusing on: transparency mechanisms and empirically-based monitoring tools (including e*governance), as well as participatory 'voice' and incentive-driven approaches for prevention.

Che più o meno vuol dire (rockapasso mi correggerà se sbaglio):

Inoltre, recenti ricerche empiriche indicano che il settore privato influenza l'azione pubblica di governo, e chiamano in causa la nozione tradizionale dell'azione dei politici, delle politiche pubbliche e del settore pubblico, e la visione convenzionale su cosa determini il clima di investimento. Affermiamo che l'interazione fra gli interessi costituiti delle elites e le dinamiche politiche interne ai paesi, che a loro volta influenzano l'azione di governo e la corruzione, è stata spesso sottovalutata nel progetto di interventi. Questi elementi spingono a rivisitare gli approcci standard al disegno di riforme istituzionali. In particolare, vogliamo mettere in discussione l'idea che sia efficace legiferare per decreto, creare nuove istituzioni pubbliche, o impegnarsi in "campagne" anti-corruzione, e criticare la validità della tradizionale gestione del settore pubblico e degli approcci convenzionali alle riforme legali/giudiziarie nei paesi emergenti. Sosteniamo invece che è necessaria una maggiore attenzione alla effettiva responsabilità delle istituzioni nei riguardi dei cittadini, da ricercare concentrandosi su meccanismi di trasparenza e strumenti di controllo basati su riscontri empirici (inclusa la e-governance), così come sulla partecipazione dei cittadini, e su strumenti di prevenzione basati su incentivi.

I dettagli su tutte queste belle cose sono in parte nel lavoro, che non è nemmeno molto recente (ma è sempre stato scritto undici anni dopo Mani Pulite).

Col senno di poi, che è quello che (appunto) riempie le fosse, sembra di poter dire che se Mani Pulite in termini di contrasto alla corruzione non ha funzionato, come in effetti non ha funzionato, è perché alla fine non poteva funzionare. Il che nulla toglie alla buona fede di chi l'ha propugnata e messa in opera, e fornisce una spiegazione razionale, o almeno basata su riscontri empirici, alle sue postume perplessità.

Magari noi cerchiamo di avviare una riflessione non postuma, ma precorritrice, visto che il problema della corruzione non solo esiste, cosa di cui tutti siete consapevoli, ma peggiora rapidamente di anno in anno (come potreste utilmente osservare nei dati di Governance Matters che tanto sono piaciuti a Claudio). Ulteriori particolari seguiranno...

Corruzione, Italia, Argentina

A più riprese mi avete segnalato interventi di noti magistrati che rivendicavano alla loro professione  il merito di aver evitato, o almeno ritardato, all’Italia lo scoppio di una crisi debitoria come quella argentina. Secondo questi magistrati, la crisi argentina sarebbe stata una crisi da “debito sovrano” determinata da un eccesso di spesa pubblica, dovuto alla corruzione dei governi in carica negli anni ’90. Tagliando la testa all’idra della corruzione i magistrati del pool Mani Pulite avrebbero scongiurato (o concorso in modo determinante a scongiurare) un esito simile per l’Italia.

A questa opinione ho obiettato da subito che mi sembrava poco informata dei fatti, quanto meno di quelli esteri. Il bilancio pubblico dell’Argentina, nel periodo di gestazione della crisi, era stato in surplus o al più in moderato deficit. L’Italia, al tempo di Mani Pulite, viaggiava su un deficit dell’11% del Pil, mentre l’Argentina negli otto anni prima della crisi è andata da un surplus di 1.5% a un deficit di -2.4%, mantenendosi abbondantemente dentro ai parametri di Maastricht (-3.2% nell’anno della crisi, il 2001, un valore da far invidia perfino alla Germania; i dati vengono da Frenkel e Rapetti).

Ricevo da Roberto Frenkel la segnalazione di un suo lavoro, scritto con Mario Damill e Martin Rapetti, dal titolo “Austerità fiscale in una trappola finanziaria: l’agonia del regime di convertibilità in Argentina”, pubblicato sul sito “Iniziativa per la trasparenza finanziaria”. Ricordo che il regime di convertibilità finanziaria è quello che stabilì il cambio fisso un peso=un marco... pardon, un dollaro! (che sbadato!)


Traduco il riassunto:



Questa comunicazione analizza la politica fiscale nella fase finale del regime di convertibilità argentino, che fu implementato all’inizio del 1992 e crollò con la crisi economica del 2001-02. L’interpretazione più diffusa individua la causa principale e largamente preponderante della crisi nella spesa pubblica. Valutare criticamente questa interpretazione è rilevante sia in termini di analisi storico-economica, sia, cosa più importante,  perché ci aiuta ad avviare un dibattito più ampio sugli effetti dell’austerità fiscale in economie fortemente indebitate e depresse. Questo argomento è diventato cruciale nel dibattito su come promuovere la ripresa dell’eurozona e degli Stati Uniti. Nella nostra interpretazione, le radici del crollo dell’Argentina devono essere individuate in un problema completamente diverso: la combinazione di un tasso di cambio reale sopravvalutato e di livelli elevati di debito estero, in gran parte ereditati dagli anni ‘80.


Come dire: il governo in carica nel 2001 in Argentina sarà anche stato corrotto (lo era senz’altro più di molti altri governi, secondo i dati riportati dal database Governance matters della Banca Mondiale), ma una crisi finanziaria non nasce in un giorno, e i numeri forniscono un’interpretazione più articolata della situazione. Insomma: il pool Mani Pulite difficilmente avrebbe salvato l'Argentina. Nel rispetto, nell'ammirazione e nella sincera e profonda gratitudine per il duro e necessario lavoro da esso svolto, c'è quindi da chiedersi quanto abbia potuto contribuire a salvare l'Italia (se l'Italia si è salvata, cosa che non mi sembra così scontata).

Come nota metodologica aggiungo che forse dovremmo deporre un certo tipo di arroganza che consiste nello spiegare ai paesi emergenti cosa è successo, cosa sta succedendo, o cosa succederà a casa loro. Forse ogni tanto dovremmo farcelo raccontare da loro, anche perché penso che mentre certe nostre analisi siano inutili a noi e a loro, molto di quello che loro hanno da dire sia effettivamente utile per capire cosa sta succedendo a casa nostra. E questo vale anche per la gestione del mercato del lavoro. Mi sembra poco rispettoso dare per scontato che paesi di antica o meno antica, ma comunque sempre profonda e ricca civiltà, non possano gestirsi da soli. Direi anzi che mentre per sbagliare hanno avuto bisogno di molto aiuto, la cosa giusta hanno saputo farla da soli.

E nel rispetto di tutte le competenze e di tutte le opinioni, esprimo la mia consueta nostalgia per un mondo nel quale la gente si decidesse a fare quello che sa fare, e non si mettesse a fare quello che fanno gli altri: un mondo dove gli economisti facessero gli economisti, i giornalisti facessero i giornalisti, i magistrati facessero i magistrati, gli storici facessero gli storici, ecc. Da economista devo credere nei benefici della divisione del lavoro, e quindi nel fatto che se ognuno stesse al posto suo alla fine forse staremmo tutti meglio!

venerdì 23 marzo 2012

Noi si dà quel che ci s’ha, ma si sa quel che si dà

Scusate, mi ridonaldizzo un attimo perché ho ricevuto un documento veramente interessante. Una accorata lettera da parte di Qui (vi risparmio quelle di Quo e di Qua) il quale, dopo una serie di cose che non vale la pena di riportare, termina con questa citazione:



Nella prima versione de "Il più grande crimine"(settembre 2010) nel secondo paragrafo del SOMMARIO a pag . 4,nel "IL METODO DI QUESTO LAVORO", è scritto : " Nell’intento di capirci qualcosa,....... Scartai l’ipotesi di rivolgermi a un accademico italiano, semplicemente perché avrei speso più tempo a capire da quale corrente politica e/o massonica era appoggiato che a intervistarlo. " Non sarà questo il motivo per cui lei lo odia? Il fatto che non sia venuto a chiedere, ciò che voleva sapere, a voi accademici italiani, ad intervistarVi , saltandoVi completamente? E' questo? Temo che lei non mi risponderà, io, comunque non ho informazioni abbastanza profonde tali da poterLa giudicare, tali da poter dire che la massoneria sia una cosa brutta mentre l'azione cattolica o la proloco x siano una cosa buona: per me ,per il momento, è un giudizio difficile. se lei mi dicesse :"appartengo alla tal loggia", per me non sarebbe automaticamente un fatto cattivo. cordiali saluti francesco





Verbum Domini. Ovviamente ho scrupolosamente rispettato l’eterografia. Difficile trovare un liberista che sappia le tabelline, e difficile trovare un piddino che sappia dove mettere gli accenti, ma à tout pêché miséricorde.


Premessa: io non odio niente e nessuno, almeno per il momento. Scambiare il diritto di critica (magari accesa) per odio personale è un ben curioso errore di prospettiva. Non apprezzo molto le persone che non hanno abbastanza cultura e la cui personalità non è sufficientemente strutturata da accettare critiche. Direi anzi che le disprezzo e quindi le ignoro, e aggiungo che se lo meritano. Ma questo non riguarda lei. Proseguo specificando che eventualmente nel suo caso dovrebbe disturbarmi l’ingenuità, quando si spinge oltre certi livelli: ma nemmeno questo mi disturba. Quello che mi disturba, invece, e molto, è chi di questa ingenuità si approfitta. La frase ingiuriosa che lei cita mi rafforza nelle mie convinzioni e mi porta a congratularmi con il mio istinto. Non la conoscevo, glielo assicuro (lei non ci crederà ma ho altro da fare), ma dipinge benissimo, anche se lei evidentemente non se ne rende conto, una situazione dalla quale qualsiasi uomo di buona volontà ha il dovere di tenersi alla larga, come ho specificato a suo tempo. E infatti mi risulta che in Italia gli uomini di buona volontà si stiano tenendo alla larga.

Vede, lei forse è giovane, altrimenti saprebbe che questa cosa del complotto demoplutogiudaicomassonico in Italia se l’era inventata un altro. Non ne faccio una questione di diritti di autore, che, com’è noto, sono scaduti a Piazzale Loreto.


Le faccio però osservare alcune cose.


La prima è che normalmente le generalizzazioni (del tipo: “tutti i docenti universitari sono appoggiati dalla massoneria e/o dai partiti”) sono intrinsecamente razziste e fasciste, e non dovrebbero appartenere al modo di ragionare della sinistra. Un uomo di sinistra, ma direi semplicemente un uomo di buon senso (ormai sono abbastanza vecchio per non considerare nulla l’intersezione fra destra e buon senso) dovrebbe avere neuroni a sufficienza per stabilire delle distinzioni critiche.


La seconda è che nel caso in specie questo argomento (“tutti i docenti ecc.”), nella sua sbrigativa volgarità, denota una profonda ignoranza della realtà italiana, o una profonda cattiva fede, per due motivi.
 
Primo motivo: vorrei sapere se dobbiamo considerare massoni Brancaccio, Cesaratto, Bellofiore, per citare solo alcuni degli economisti italiani che da tempo intervengono con voce critica e competente in questo dibattito. Io credo di no.


Secondo motivo: perché mai una appartenenza politica, ad esempio l’appartenenza di sinistra limpidamente rivendicata dagli illustri colleghi che cito, dovrebbe essere un problema? L’economia è politica, che lo si voglia capire o no. E, attenzione: chi lo capisce e soprattutto chi non vuole farlo capire, chi demonizza la politica in economia, chi va alla ricerca di spiegazioni “neutrali”, tecniche, di “teorie” miracolose, va guardato con grande sospetto, come spero lei si renda conto. D’altra parte, gli illustri colleghi statunitensi proposti in alternativa (devo dire, con nostro grande sollievo) non sono svincolati dall’establishment politico americano: sono inseriti in commissioni del Senato, professano un’appartenenza politica democratica (appartengono cioè allo stesso partito di quel premio Nobel per la pace che subito dopo aver ricevuto il premio ha inviato non so più quante migliaia di soldati di rinforzo in Afghanistan). Questo a lei non dice nulla, credo, ma vuestQQa benissimo così. Certo, per avere i sensi di ragno bisogna essere Spiderman, ma lei credo che non sentirebbe pruriti neanche se la gettassero in un campo di ortica. Beato lei! Direi che ha con l’istamina lo stesso rapporto che ha con l’economia.


Comunque, se preferisce che dell’uscita dall’euro o di una diversa governance della banca centrale le parli un economista di destra si accomodi a cercarlo: non ne troverà molti. Questo passa casa.


Ribadisco: l’offerta locale di economisti era sufficientemente ampia e qualificata. Lei non la conosceva? Mi dispiace. Ma lei è ignorante e onestamente lo ammette, e come dico sempre, povertà non è vergogna. Il dibattito va avanti da anni. Secondo lei, è possibile ammettere una simile ignoranza in uno che pretende di intervenirci, in questo dibattito, e che  magari un giornale ogni tanto dovrebbe leggerlo? O forse legge solo i piatti insulti che scrive? E allora in presenza di una platea di economisti così qualificata a livello nazionale e internazionale, e così moralmente integra (non mi ci metto io, che come sa – perché spero glielo abbiano detto – sono un barone e un essere abietto), l’argomento secondo il quale si è scelto di non interpellare docenti italiani perché sono tutti massoni mi sembra un po’ tirato per i capelli.


A lei no?


Guardi, le chiarisco il problema: ognuno è libero di rivolgersi a chi gli pare. Per esempio, qualcuno potrebbe dire: mi rivolgo agli americani perché sono più bravi. Non si sa come abbia fatto a giudicarlo, ma va bene così: è un’opinione, non un insulto, quindi la si rispetta e si passa avanti. Ma ci faccia caso: questa cosa che "mi rivolgo agli americani perché tutti gli italiani sono massoni", oltre a non essere un’opinione, ma una cazzata e un insulto, somiglia pateticamente alla storia della volpe e dell’uva. Sa che c’è? So che lei può non rendersene conto (o forse non può rendersene conto), ma io credo piuttosto che nessun collega italiano abbia voluto e/o vorrebbe distruggere la propria credibilità scientifica accostando il proprio nome a teorie complottiste che, se possono far breccia su un certo uditorio (che lei esemplifica perfettamente), purtroppo ne escludono un altro più qualificato e determinante (mi perdoni). In effetti, perché mai ricorrere a teorie simili, se non per distruggere la credibilità dei propri argomenti? Consideri che, fra l’altro, queste teorie poco credibili non sono assolutamente necessarie per spiegare quello che sta succedendo, come le analisi di questo blog (o di quello di Cesaratto, o di quello di Brancaccio) credo possano dimostrare. E allora perché usarle?


Guardi, glielo dico in confidenza, visto che, come dicono Quo e Qua, questo blog è letto solo da dieci persone, e quindi posso dire quello che mi pare: fra colleghi seri ci stiamo chiedendo tutti come mai degli studiosi di un certo livello abbiano accettato di prestarsi a questa operazione. Finora siamo stati abbastanza cortesi da non chiederlo direttamente a loro, ma personalmente, se li incontrassi a qualche convegno, una serena domanda in merito gliela farei. E poi si ride.


La sua idea che io possa “odiare” qualcuno (o qualcosa) perché non è venuto a intervistarmi, poi, la trovo esilarante. Guardi, a me chi mi cerca mi fa un piacere, e chi non mi cerca me ne fa due, perché come vede se mi cercano io mi faccio in quattro per soddisfare qualsiasi curiosità. E non è certo una popolarità da stadio quella della quale sento di aver bisogno, che lei ci creda o no. Mi rendo conto che dopo anni di televisione berlusconiana sia difficile per voi capire che l’orizzonte di uno studioso è diverso da quello di un partecipante a X-Factor, ma provi a fare uno sforzo. Sa cosa c’è? Io uso due strumenti: il clavicembalo e il cervello. Ora, con il primo per motivi acustici, e con il secondo per motivi che temo sia inutile spiegarle, è già molto avere un pubblico di 200 persone. Qui ne ho 3000 al giorno. Cosa voglio di più dalla vita?


Comunque, vede, ribadisco il punto, quello che a me dispiace per lei, e glielo dico sinceramente e perché la sento in fondo in buona fede, è che lei non si renda conto della palese cattiva fede e rozzezza (al limite del fascismo) del modo di argomentare che mi cita con lodevole scrupolo filologico. Una rozzezza che si basa sui soliti luoghi comuni tafazziani, i quali, mi rendo conto, hanno il pregio innegabile di essere argomenti semplici per anime semplici: i docenti universitari sono tutti baroni, le toghe sono tutte rosse, gli statali sono tutti fannulloni, le donne sono tutte puttane (tranne mia sorella, ma solo perché ho due fratelli)... E si potrebbe andare avanti! I campi di concentramento li abbiamo riempiti cominciando a ragionare così, e arrivando poi a dire che gli zingari sono tutti ladri, gli ebrei sono tutti usurai, ecc.


Ma a lei piace questo modo di ragionare? Le sembra costruttivo?


Contento lei! Guardi, io se mi chiedessero di trovare un bar dove ancora si ragiona così avrei grosse difficoltà, glielo confesso. La vostra tragedia è che ormai nessuno ragiona più così, perché l’entità dei problemi che dobbiamo affrontare ha fatto maturare quasi tutti gli sconsiderati. Rimanete in pochi.


Del resto, le faccio notare (e chiudo) che l’attacco indiscriminato alla professione accademica e alla sua autonomia è da sempre una componente essenziale di qualsiasi tentativo di svolta autoritaria (così come l’autonomia della professione universitaria è una componente di progresso fin dal Medio Evo). Anche qui non mancano illustri precedenti: lei saprà perché Enrico Fermi e Franco Modigliani, ad esempio, sono finiti a insegnare in America. Guardi, sa quando smisi di guardare la trasmissione televisiva dalla quale proviene quello screanzato? Quando quella trasmissione dette, qualche anno fa, un’informazione che potevo verificare. Nel quadro di un servizio il cui senso molto esplicito era: “i docenti italiani sono strapagati e non fanno un accidente dalla mattina alla sera”, la giornalista “coraggiosa” di turno riportò il dato di quello che secondo lei era il mio stipendio (cioè di quello che lei voleva far credere agli spettatori fosse lo stipendio di un ricercatore italiano). Feci lo sforzo di scaricare la busta paga dal sito dell’Università, poi andai sul sito dell’Economist a confrontare con le paghe dei miei pari grado stranieri, e poi cambiai canale. Il gioco era chiaro, ma non mi interessava.



La mela non cade mai lontano dall’albero.



Ah, dimenticavo, certo, anch’io appartengo a una loggia, questa. Sa com’è, ci sono nato e vissuto vicino, e mi sento un po’ di appartenerle. Credo sia anche per questa immeritata fortuna che starnazzo poco e penso molto (ecco, sì, sono un abietto razzista anch’io: ma tanto a lei i razzisti piacciono). Certo, ognuno si sceglie i propri fornitori. Non avrei mai consigliato a mia nonna dove comprare una fiorentina (non squadra: bistecca) e così non mi permetto di consigliare a lei dove comprare slogan. Ecco, magari non li cerchi qui, perché qui non ce ne sono. Com’era scritto su una bottega di fronte alla quale passavo spesso da citto (essendo io stato un cittino, non un pupo): “noi si dà quel che ci s’ha, ma si sa quel che si dà”.



Non so come si dica in italoamericano.

E lei temeva che non le rispondessi! E perché mi sarei dovuto privare di questo piacere? Vede: a distanza di pochi giorni dal grande evento, non vi ricordate più niente, e forse non è nemmeno un male, perché quelli che si ricordano qualcosa sparano delle eresie che sarebbero state guardate con compatimento nel 1850. Io, invece, quando giro per Internet, scopro che un numero sempre crescente di persone riesce a tenere testa ai soliti troll liberali con argomenti strutturati, argomenti che possono aver acquisito solo in questo blog. E sono contento di aver dato a tante persone le armi per difendersi dialetticamente e civilmente da una ingiustizia della quale non potevano non intuire i contorni, ma che non sapevano come scalfire. Certo, molto di questo lavoro si può anche pensare che sia inutile, perché chi è in cattiva fede è in cattiva fede, e non si convince con il ragionamento. Ma molti di questi ragionamenti non sono inutili, perché risvegliano altre coscienze. Qualcuno dice: “Be’, ma le coscienze si possono risvegliare anche con la spettacolarizzazione, con l’insulto, anzi, è meglio così, perché il popolo vuole questo”. Lei si sente popolo? E allora si merita che qualcuno pensi questo di lei! E poi, mi tolga una curiosità: qual è la sua definizione di attivista? Cosa fa un attivista? Così, per sapere...

mercoledì 21 marzo 2012

Pausa

Informazione di servizio.



Voi non avete la più lontana idea di quante me ne fa passare 'sto blog. Mi sono messo in un gioco più grande di me...



Sono reduce da una tenzone con un docente di fisica teorica che mi ha fracassato le ossa sul test di Granger causality per poi concludere: "Sebbene pensassi che la Germania fosse meglio di noi, guardando i dati mi sono convinto che tu abbia ragione, però voglio toccare con mano" (adesso Marco Basilisco mi si ingelosisce, lui non sopporta che io frequenti altri fisici, figurati poi se vogliono toccarmi con mano...).


Cioè, vi rendete conto? Uno che ha la fortuna di sapere perché i nostri piedi sono incollati al suolo (o almeno di sapere perché non possiamo saperlo), e che dedica del tempo a studiare la distribuzione di probabilità di un fottuto coefficiente di autoregressione? Ma è come usare un kalashnikov per schiacciare una zanzara... Troppo onore...


Comunque, alla fine aveva ragione Goofy (meno male). Solo che mi sono preso una tale paura che ho deciso di andare in Portogallo a studiare il bootstrap. Passa da Coimbra Peter Pedroni, uno bravo sul serio (non come Goofy), e ho deciso di approfittarne, anche per vedere gli amici coi quali sto organizzando il convegno sull'euro. Quindi non sarò molto reattivo, e nemmeno molto produttivo, almeno fino a domenica. Ma ho veramente bisogno di studiare, perché, come dire, con voi posso anche parlare schietto, ma sapete, sulle riviste un po' di latinorum econometrico bisogna metterlo. E io ormai mi ricordo solo rosa rosae... Prima o poi se ne accorgono...


Così almeno i prossimi sette articoli, che rockapasso ha molto opportunamente chiamato "Die Sieben Worte" (specificando: non quelle di Haydn, perché io sarò anche settario, ma sempre un dilettante in confronto a lei... ma che t'ha fatto Haydn, l'inventore del lavoro motivico? Non ti piace Haydn? E allora prova questo: lo senti il walking bass? Da chi è stato a scuola? Uno strano miscuglio di Pergolesi e Mendelssohn, ma un suo perché ce l'ha, su, apriti alla musica post-bachiana e pre-caposseliana: non lasciare questo iato beante nel tessuto organico della Musikgeschichte...), va be', dicevo, i prossimi articoli saranno... a prova di fisico!


Sicuramente il k.u.k. Robert si sta chiedendo come sia possibile stare con una donna che non ama Haydn. Ma il fatto è che io avevo provato (molto tempo fa) a non starci, solo che poi mi hanno chiamato per sostituire un organista (o hanno chiamato lei per sostituire un soprano?) e l'ho sentita cantare quest'aria. Io, che non viaggio mai senza tappi di cera (ho imparato da Ulisse), purtroppo in concerto non posso usarli (ogni tanto forse sarebbe meglio), e così accadde il fattaccio.


Scusate se vi racconto questo fatto personale, ma è per dimostrare la mia tesi: come la metti la metti, è sempre colpa dei tedeschi (nella fattispecie, di Telemann).


Buon ascolto e buona notte.



Robert, su, fai pace con i romantici. Vedi, nun merk ich erst wie mude ich bin da ich zur Ruh mich lege... (a proposito di Rast). Che poi sarebbe lo Streben, anche se penso sia una cosa più prussiana che austriaca... Che malelingue! Dicono che sono polemico: ma se cerco di mettere pace fra tutti! Fra Robert e Schubert, fra rockapasso e Haydn! Haydn e Schubert resteranno, mica come l'euro. Quindi... fateci pace!

Cosa sapete della slealtà?

Il post precedente ha avuto molto successo: si sono complimentati lettori (in pubblico) e colleghi (in privato) e non s’è vista nemmeno l’ombra di un troll (ormai non mi nominano più nemmeno quando sono in fondo alle loro tane, hanno troppa paura di farmi pubblicità. Fabio, Fabiuccio! Stava nascendo un’amicizia! Ma dove sei scomparso? Te l'hanno detto i tuoi amichetti: "non ti ci appiccicare a Bagnai, che quello fa vedere i dati, e poi siamo rovinati!").

Questo successo però, dal mio punto di vista, è solo parziale, perché mi rendo conto di non essere riuscito a far capire a molti una cosa importante.


Permettetemi, da fiorentino, e quindi, vi piaccia o no, da persona etnicamente autorizzata a farlo, di aggiungere una piccola chiosa al vostro vocabolario della lingua italiana, che non è il mio. E no che non lo è, perché nel vostro dizionario esiste una parola che nel mio non esiste: “svalutazionecompetitiva”. Io sfoglio il mio vocabolario, e trovo: “competitivo, agg. 1) che consente di competere; 2) che è animato da spirito di competizione”. Poi vado pazientemente un po’ più giù, e trovo: “svalutazione, s.f., diminuzione del valore o del prezzo di qualcosa”. A questo punto, per cercare di capire quale sia quella che voi vi ostinate a chiamare la “vostra” idea, ma che non è vostra neanche un po’, seguendo l’ordine alfabetico, scendo lungo la pagina, aspettando di trovare subito dopo “svalutazionecompetitiva”. Ma... mistero! Questa parola nei miei dizionari non la trovo. Errore del tipografo? Dopo aver visto tante bibliografie di tesi cominciare dalla lettera Z (quella di Zorro, ovviamente, non quella di Zamagni) per finire con la lettera H (avete presente un’estrazione bernoulliana?), penso: “magari il tipografo è un laureato triennale, quindi potrebbe non avere molta più relazione con l’ordine alfabetico di quanta Webern ne abbia con la tonalità. Fammi dare un’occhiata in giro...”. E allora risalgo, verso “scemenza”... poi riscendo, verso “svilire”... niente... questa parola, che è l’unica che alcuni lettori sanno di economia, “svalutazionecompetitiva”, insomma, sul dizionario non c’è. Più facile far abboccare un salmerino che trovare questa parola che a voi dice molto, direi quasi tutto, e a me, invece, non dice proprio niente.

Come la mettiamo?

Vi faccio una domanda.


Cosa sapete voi della slealtà?

La Fig. 1 mostra la variazione del debito pubblico nei paesi dell’Eurozona dal 2000 al 2005. E visto che vengo esortato al buonismo, ve lo commenterò non con il mio solito empito omerico (nel senso, beninteso, di Homer Simpson), ma mi “flanderizzerò” (conoscerete Ned Flanders, no? Non ditemi che state tutto il giorno a leggere i Vangeli gnostici in edizione anastatica con apparato critico in tedesco, come Marco Basilisco). Così il buonismo è assicurato.



“Sorpresa sorpresina! Cosa succede? Vuoi forse dirmi che dal 2000 al 2005 i paesi virtuosi, quelli dell’asse (di equilibrio) franco-tedesco hanno aumentato il loro debito pubblico, mentre i porci porcellini lo stavano diminuendo? Cosa? Il Portogallo? Ma amico, guarda la tabella tabellina che segue, tesoro caro.”


"Vedi, il Portogallo sì, ha avuto una performance non ottima, ha aumentato il suo debito debitino di 14 punti di Pil, ma lui all’inizio era ben dentro i parametri di Maastricht: il suo debito debitino era al 48.5% all’inizio del periodo, per trovarsi poi al 62.8% nel 2005, cioè quasi sei punti sotto i primi primini della classe, i nostri amici diversamente europei”.

Alla televisione francese, che è molto interessante, ho visto come si preparano le meduse per farci l’insalata (in Tailandia pare vada molto). E ho pensato: guarda un po’, è esattamente quello che hanno fatto col cervello di certi italiani.

Ma io ci riprovo. Lo volete capire sì o no quello che è successo? Guardate, a titolo di esempio, il tracciato del debito italiano e tedesco nel periodo in questione:



Cosa vedete? Ditelo con parole vostre. No, anzi, meglio non fidarsi di persone dal vocabolario così strano. Ve lo dico io con le parole dei dati. Mentre il debito pubblico italiano è avviato su una traiettoria di risanamento (debole, imperfetta, non vigorosa, quello che volete, ma di risanamento, e c'era Belzebù al governo), il debito alamanno cosa fa? Prima staziona, poi decolla dal 2003. E cosa è successo nel 2003? Le famose riforme del mercato del lavoro, o sbaglio? Sapete, io non me ne intendo, non sono un economista del lavoro, sono solo un umile macroeconomista (come dico ai miei colleghi francesi, un “maquereau économiste”, e chi ha orecchie per intendere intenda. Del resto, ci pagano poco...).

E allora non ditemi di andare a leggere l’infinita aneddotica di queste belle riforme, i perché e i percome, quante ore, quanti soldi, quanti contratti. Quello lo fanno gli economisti del lavoro o i giuslavoristi. Io, da macroeconomista, registro solo:

1)      che l’aumento del debito è il risultato di un aumento del deficit pubblico tedesco di quasi 5 punti di Pil nel periodo in questione (da un surplus di 1.3 nel 2000 a un deficit di -3.4 nel 2005), partendo da una situazione nella quale la Germania era già sul filo del parametro di Maastricht in termini di debito pubblico (60.2%);

2)      che questo aumento è dovuto a maggiori spese (da 923 a 1043 miliardi di euro), non a minori entrate (passate da 946 a 969 miliardi);

3)      che queste maggiori spese per circa 120 miliardi sono spiegate per più di due terzi da sostegno all’economia attraverso sussidi alle imprese e politiche “attive” del mercato del lavoro (per circa 90 miliardi complessivi), mentre, ad esempio, le spese per l’istruzione sono aumentate di 8 miliardi e quelle per l’edilizia popolare di 3 miliardi.

E allora? E allora secondo me, e credo anche secondo i dati (ma aspetto riverente le smentite degli esperti) è successo questo: che la Germania, mentre predicava il rigore fiscale agli altri, praticava una svalutazione reale attraverso un massiccio programma di sussidi diretti e indiretti al proprio sistema produttivo, via una riforma del lavoro che, come dire, se da un lato “flessibilizzava”, dall’altro doveva “sicurizzare” i poveracci che perdevano il post (sì, la famosa flexicurity, sapete, quella cosa tanto moderna...). In pratica, lo Stato tedesco ha sussidiato l'abbassamento dei costi di produzione del sistema produttivo nazionale, facendosi carico delle varie "mancette" da elargire alle vittime delle riforme Hartz.


Del resto, lo avevamo visto che nell'età dell'euro l'economia tedesca era sostenuta dai consumi collettivi, mentre quelli privati e gli investimenti calavano, e il tutto era evidentemente funzionale a uno sbilanciamento della crescita verso la domanda estera, le esportazioni. Capite? E questo è stato fatto mentre si impediva agli altri di fare altrettanto, abbaiando ogni volta che qualcuno sforava quei parametri in termini di deficit (3% del Pil) che il governo tedesco è stato il primo a sforare.

Certo che poi, dopo il 2005, le finanze tedesche sono migliorate! Ci mancherebbe! Una volta che con sussidi slealmente competitivi hai messo la tua economia su un sentiero di crescita export led (guidato dalle esportazioni) vedi che poi le cose vanno (forse) a posto. Lo diceva Domar: il problema del debito pubblico è un problema di crescita del reddito nazionale. Piccolo inconveniente: quando tutto stava andando a posto (per lei) sulle finanze della Germania, fragilizzate da questa strategia spregiudicata e sleale, si è abbattuta la crisi finanziaria, e quindi, come abbiamo ricordato, son sorte delle piccole spesucce extra per salvare qualche banca banchina...

E ora come la mettiamo? Male per lei, e male per noi. Ma voi volete ora cancellare la parola svalutazionecompetitiva dal vostro vocabolario, e volete capire che la competizione sleale non si annida nel mercato valutario, che è quello che avete in mente quando pronunciate questa inesistente parola, ma in meccanismi ben altrimenti efficaci? Volete capirlo che la famosa “svalutazione della liretta”, finché era possibile, era un semplice meccanismo difensivo contro aggressioni di questa natura? Si fa presto ad estasiarsi per il meraviglioso Stato sociale del Nord. Quando poi si va a vedere chi paga, si scopre che magari paghiamo noi. Certo, non è tutto qui. Ci sono le differenze culturali, sociali, antropologiche. Bene: se siamo così diversi, forse meglio che ognuno stia a casa sua, no? Io a casa mia ci sto ma di molto bene...

In testa non vi ci entra proprio, vero? Be’, ricordatevi del trotzkista... (che è appena passato a salutarmi: è molto fiero di essere parte di questa bella comunità).


Va bene, lo ammetto: l'ultima frase Ned Flanders non l'avrebbe detta. Ma se mio figlio è Bart, io non posso essere Ned: devo essere Homer. Chi non ci sta clicca qui.

lunedì 19 marzo 2012

Cosa sapete della produttività?

Scusate, mi rendo conto che vi sto trascurando, ma è il mio ultimo mese prima di rientrare in Italia e devo ancora chiudere cinque dei sette lavori che volevo fare. Però non sta bene interrompere il discorso iniziato, per quanto inutile esso sia. Inutile certo non per la qualità degli interlocutori, ma per la qualità dei tempi che stiamo vivendo. Comunque, visto che ieri ho tritato i miei globi oculari sul commercio bilaterale di India e Vietnam, oggi starò in vostra compagnia.


Volevo ripartire da un’osservazione di contessaelvira: “grazie alle lezioni di Goofy ora è estremamente chiaro il modo in cui la competitività del mercato tedesco, che è forse il più importante per noi, sia stata esiziale per l'Italia.” Elvira è gentile e posso solo sperare che abbia ragione. Spero cioè di essere riuscito a far capire quanto centrale sia la dinamica dell’inflazione nella spiegazione di quello che ci sta succedendo. Dell’inflazione non si parlava da un decennio, convinti come si era che il problema fosse risolto, visto che finalmente l’inflazione era bassa, e quindi la convergenza “nominale” si fosse realizzata. Sì, molti erano convinti che moneta unica significasse di per sé inflazione unica. Una convinzione totalmente idiota, fondata su una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una. E allora perché in Italia, dove la moneta è una da 150 anni ancora non c’è ancora stata piena convergenza dei prezzi?

La “teoria” quantitativa è un parto di Irving Fisher, un economista americano degli anni ’20. Un genio dell’economia, pare, visto che 90 anni dopo ancora dobbiamo spiegare le sue teorie agli studenti. Ma non esattamente un genio della finanza, a giudicare da quello che racconta John Kenneth Galbraith in The Great Crash. Traduco passim la sua descrizione della parabola di Fisher dall’edizione francese (due euro spesi molto bene dal bouquiniste della place du Vieux Marché):


“il 15 ottobre 1929 il professor Irving Fisher di Yale (che era consulente di una importante finanziaria del Michigan) pronunciò il suo giudizio immortale: ‘il prezzo delle azioni ha raggiunto quello che sembra essere un altopiano permanente’ e aggiunse: ‘conto di vedere fra qualche mese il mercato ben più in alto di quanto non sia oggi’. In effetti, la sola cosa inquietante, in quelle giornate d’ottobre, era la discesa abbastanza regolare del mercato.... Prima della fine dell’anno il professore diede prova di sé in un libro, The Stock Market Crashand After. Affermava, e a ragione dati i tempi, che i prezzi delle azioni, per quanto scesi rispetto a prima, erano ancora ai massimi, che la catastrofe era un serio incidente, ma che il mercato era cresciuto ‘soprattutto a causa di solide e giustificate aspettative di guadagno’. Concludeva che ‘almeno per l’avvenire immediato le prospettive sono brillanti’. Questo libro ebbe poco eco. Il problema dei profeti è che quando hanno torto si trovano privi di pubblico, proprio nel momento in cui ne avrebbero il massimo bisogno per potersi giustificare. Irving Fisher era il più originale fra gli economisti americani. Per fortuna ha fatto cose migliori (la sua teoria monetaria), per le quali ci ricorderemo di lui.”



Bello, no? C’è tutto: la hybris, la cecità a fronte dell’evidenza più palmare, la capacità di spiegare perfettamente domani perché quello che si era previsto ieri non si è verificato oggi. Il tutto espresso in una prosa (quella di Galbraith, voglio dire) efficace e piacevole. Mi permetto di aggiungere solo un avverbio in fondo all’ultima frase: “ci ricorderemo di lui, purtroppo”. Perché l’idea formalizzata da Fisher che la moneta “causi” i prezzi è alla base della fallimentare costruzione ideologica dell’eurozona (quindi sarebbe stato meglio dimenticarselo, il geniale Fisher), ed è anche alla base dell’abbaglio ideologico che ha portato a trascurare il fatto che i differenziali di inflazione fra i paesi dell’eurozona non si erano annullati, tutt’altro! E il motivo è che l’inflazione non è “causata” semplicisticamente dalla moneta, ma dipende in modo molto più cogente dalle condizioni del mercato del lavoro, profondamente segmentato fra i paesi dell’eurozona (perché nulla è stato fatto per renderlo omogeneo).

Abbiamo visto in questo post cosa c’è “a valle” dei persistenti differenziali di inflazione della periferia a vantaggio della Germania: squilibri commerciali e indebitamento estero. Abbiamo anche visto quello che non c’è, ma ci dovrebbe normalmente essere: una dinamica dei prezzi che riequilibra naturalmente gli sbilanci. Nel paese i cui beni sono più domandati (il paese esportatore netto, quindi la Germania) i prezzi dovrebbero salire, per ovvi motivi (legge della domanda e dell’offerta), e questo dovrebbe ristabilire un equilibrio. Ma in Germania ciò non accade per un complesso di cause interrelate: una politica di crescita che comprime la domanda interna, una politica dei redditi fortemente punitiva verso i salariati (con buona pace di chi pensa il contrario), e un bel po’ di disoccupazione nascosta. La Germania, come abbiamo più volte mostrato, interferisce così con le leggi del mercato, in un modo che, per quanto lecito (io non sono contro la sovranità nazionale!), è ovviamente non cooperativo rispetto ai propri partner europei. Di questo atteggiamento non cooperativo la Storia le chiederà prima o poi il conto, come ha già fatto due volte nello scorso secolo.

Sed de hoc satis.

Cerchiamo ora, come mi avete chiesto più volte, di risalire la catena delle cause. Cosa c’è “a monte” del differenziale di inflazione?

Be’, in parte l’ho già detto: “a monte” c’è quello che non c’è “a valle”, ovvero il fatto che la dinamica riequilibrante dei prezzi è inibita in vario modo. Basterebbe questo...

Ma nel discorso sullo stato dell’unione (monetaria) tornano, con la tediosa regolarità di una stagione poco amata, due argomenti. Perché vedete, se il problema è che siamo poco competitivi (in termini di competitività di prezzo), allora bisognerà pur trovare delle soluzioni. E le soluzioni delle quali si parla sono essenzialmente due. Oggi ne affronteremo una.

Prima di dirvi quale, però, cioè prima di dire di cosa parleremo, vorrei attirare l’attenzione sul come se ne parla di solito. Una precisazione, vi assicuro, molto importante.

Io mi chiedo: possibile mai che l’intellettuale standard di sinistra (intendo sinistra per bene e decotta), uso ad ostentare una “pastrufaziana latitudine di visuali”, un sovrano disprezzo per ogni retaggio moralistico, in campi disparati che vanno dai comportamenti sessuali, all’espressione artistica, alla bioetica, al colore della pelle, alle scelte religiose, e chi più ne ha più ne metta, quando si arriva a parlare di economia tira fuori una pruderie da far invidia a una pensionata del beghinaggio di Gand nel XVII secolo?


Io vorrei dire a questi amici (vostri): “miei cari, vedete, quando si parla di sesso, di morte, di arte, certo, sono d’accordo, il moralismo è fuori posto, ma chi lo applica ha per lo meno la scusa di avere alle spalle secoli e secoli di condizionamenti religiosi! Ora, possibile mai che voi, mentre  sfottete giustamente chi applica preconcetti moralistici a queste categorie, non vi rendiate conto di far di peggio, cioè di applicarli a categorie dove essi hanno ancor minore diritto di cittadinanza, cioè le fredde categorie economiche?”. Va anche detto che questa contraddizione in realtà è più apparente che reale. L’intellettuale di sinistra ostenta, certo, ma poi, alla prova dei fatti... Come dire: con le figlie degli altri tutti sono sessualmente liberi! La larghezza di vedute di certi personaggi spesso è solo patetica ipocrisia buonista, da dispensare manibus plenis  nelle conversazioni salottiere. Ma quando si passa a parlare di cose serie (cioè di soldi, o della propria famiglia, o dei soldi della propria famiglia) questa vernice politicamente corretta si scrosta subito, e riaffiora il più gretto, miope, unilaterale moralismo borghese ottocentesco.


E quindi, siccome la domanda crea l'offerta, nei media è molto ma molto difficile sentir parlare in termini limpidamente fattuali di svalutazione e di produttività. Scatta subito il giudizio di valore. La svalutazione? È immorale! La produttività? È virtuosa. Il tutto condito con dati di fantasia. E naturalmente, in virtù di questa antinomia morale, l’amico intellettuale della sinistra per bene e decotta (sto cercando di non usare una certa parola, altrimenti Marco Basilisco, rockapasso, Santarelli e togarossa mi mettono giustamente in croce), il nostro amico, dicevo, in virtù di questo suo manicheismo, non riesce a vedere alcuna relazione fra un concetto profondamente immorale (svalutazione) e uno profondamente morale (produttività), non più di quanta ne veda fra la sua bambina e la signora che incontra di notte sui viali.


E allora, perdonatemi, dopo questa lunga premessa, per reagire allo sbrodolamento moralistico del quale i media non sono avari, nel resto di questo post sarò piattamente tecnico. Anche qui sarò rimproverato dal quartetto di cui sopra: “se sei troppo te stesso perdi consenso! Se sei troppo tecnico perdi lettori!”.


Giusto (questa è arte, quindi siate di late visuali).


Oggi parliamo di produttività.



Quale produttività?
Intanto vi ricordo che in economia il termine “produttività” ha tante accezioni, e che la produttività della quale si parla nel dibattito corrente è precisamente la produttività media del lavoro, definita come valore aggiunto per addetto, cioè:



L’idea è quella di misurare quale sia il “rendimento” medio, in termini di produzione, dell’input di lavoro, con l’idea di per sé condivisibile che più è e meglio è.

Già qui, vi rendete conto, sorgono problemi di tutti i tipi. Esempio: quale misura utilizzare per l’input di lavoro? Dobbiamo utilizzare le posizioni lavorative (il numero di persone assunte)? Non sarebbe meglio utilizzare le unità di lavoro (i full time equivalent, cioè una misura dell’occupazione costruita in modo che due impiegati che fanno un part-time al 50% figurano come un unico occupato)? E non sarebbe ancora meglio utilizzare direttamente le ore lavorate, che poi in definitiva sono la misura più accurata dell’effettivo input?

Certo, naturalmente. Una caratteristica degli amatori è che sanno sempre cosa è “meglio”. Tutto giusto e tutto vero, solo che il meglio spesso è nemico del bene: il dato più “raffinato” spesso non è disponibile per periodi di tempo sufficientemente lunghi, non è direttamente confrontabile con quello di altri paesi (che magari non lo calcolano), e si basa su indagini campionarie più sofisticate, e quindi, ahimè, potenzialmente più fragili. E allora in quel che segue mi atterrò alla definizione della contabilità nazionale: (valore aggiunto)/(occupati totali). Del resto, questa è la definizione che ci interessa, per il motivo che passo a spiegarvi.


Perché ci interessa la produttività?
La produttività media del lavoro ci interessa perché da essa dipende il famoso “costo del lavoro”. Anche qui bisogna che ci capiamo. Cosa è il “costo del lavoro”? Nel dibattito giornalistico di solito si chiama “costo del lavoro” quello che gli economisti chiamano più correttamente “costo del lavoro per unità di prodotto” (CLUP, in inglese ULC: Unit Labour Cost). Come è costruito? Come rapporto fra i redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto) e la produttività media (il prodotto per addetto):



Se la produttività aumenta, il CLUP a parità di altre condizioni (cioè se il reddito medio da lavoro dipendente rimane fisso) diminuisce: lo stesso costo del lavoro per addetto si ripartisce su un numero più ampio di prodotti. Nelle condizioni di mercato oligopolistico (pochi produttori) oggi prevalenti, il prezzo del prodotto viene determinato come margine sui costi medi variabili (principio del costo pieno). Quindi, in linea di principio, quando la produttività aumenta e il CLUP diminuisce diminuiscono anche i prezzi (alla produzione): l’impresa diventa più competitiva.

Va da sé che questo ragionamento è semplicistico. Ad esempio, esso presuppone che la riduzione del costo del lavoro venga traslata interamente sui prezzi, ma questo potrebbe anche non accadere: semplicemente, il produttore potrebbe lasciare inalterato il prezzo, cioè aumentare il proprio margine di profitto. L’idea che mercati con tre o quattro (o anche dieci o venti) big player mondiali possano funzionare come funziona la concorrenza perfetta nei libri di scuola è un po’ rozza. I produttori possono mettersi d’accordo, e lo fanno (è sui giornali ogni giorno), per cui, come dire, il legame fra aumento della produttività e diminuzione del prezzo finale non è così meccanico. Diciamo però che a grandi linee il meccanismo funziona, e che quindi in effetti la dinamica della produttività si ripercuote nel lungo periodo su quella dei prezzi.

La dinamica
Quello che conta in effetti è la dinamica, come ho cercato di spiegare in questo post. Il problema non è tanto se la produttività è “alta” o “bassa”, quanto se aumenta o diminuisce, esattamente per lo stesso motivo per il quale, quando ragioniamo in termini di prezzi, il problema non è se il paese X ha prezzi bassi o alti, ma se essi calano o crescono rispetto ai prezzi del paese Y.

Ora, normalmente ci aspettiamo che la produttività media di un paese aumenti, e questo per diversi motivi. Il primo è il progresso tecnico: gli stessi occupati con macchine migliori producono di più. Il secondo è il capitale umano: gli stessi occupati con le stesse macchine producono di più quando diventano più esperti o se hanno ricevuto un’istruzione migliore. Il terzo è il cambiamento strutturale. Supponiamo che nell’anno t vada in pensione un agricoltore e venga assunto un informatico: gli occupati sono gli stessi, ma il valore aggiunto è aumentato (un software costa più di una patata), quindi la produttività del paese è aumentata. Vedete che il quadro è lievemente più complesso di quello che potrebbe avere in mente un ingegnere (with all due respect: io apprezzo molto gli ingegneri, soprattutto quando scrivono romanzi).

Poi ci sono i trucchi. Se la produttività è misurata rispetto agli occupati anziché rispetto alle ore, o se le ore di straordinario sono riportate infedelmente (ad esempio perché il precario le fa senza registrarle, in modo del tutto “spintaneo”, perché gli si fa capire che così verrà strutturato), allora per “aumentare” la produttività basta far lavorare più ore (possibilmente con lo stesso stipendio) gli stessi operai: il prodotto aumenta, gli occupati sono (apparentemente) gli stessi, e così si risolvono i problemi.

Va da sé che quest’ultima soluzione è di breve periodo. Il motivo è molto semplice. Mentre il genio umano è illimitato, e ne ha dato prova nel bene e nel male, la rotazione della Terra sul proprio asse (o, per quelli che dicono che svalutare è immorale, la rotazione del Sole intorno alla Terra) avviene sempre in circa 24 ore. Al massimo quindi puoi portare l’orario di lavoro a 168 ore a settimana, poi ti devi fermare. Non è così che siamo passati dal produrre amigdale  al produrre F14 (tanto per ricordare a cosa serve produrre, e soprattutto come si fa a vendere quello che si è prodotto).



La débâcle
La Fig. 1 riporta l’indice della produttività media del lavoro in Italia e Germania dal 1970 a oggi, costruito con base 1970=100.




Si tratta del Labour productivity index del sito OCSE (base 2005=100), ribasato sul 1970 per comodità espositiva. Vorrei chiarire come si interpretano gli indici. Quello che conta, in un indice, è la dinamica, non il valore. Quando pongo uguale a 100 la produttività media di Germania e Italia nel 1970, non sto dicendo che in quell’anno un operaio tedesco e un operaio italiano producevano entrambi 100 chiodi. Quanti chiodi, o quanto valore aggiunto, producessero si può ricavare dalle statistiche, ma non interessa più di tanto. Quello che interessa, e che l’indice ci dice, è come si è sviluppata la produttività nel tempo. Verosimilmente il tedesco già nel 1970 produceva qualche chiodo in più dell’italiano, ma magari i chiodi italiani costavano di meno ecc. Di questo parliamo un’altra volta. Quello che la figura ci dice è che la produttività tedesca è raddoppiata (da 100 a 200) in 23 anni (dal 1970 al 1993), quella italiana in poco di più (dal 1970 al 1997), dopo di che quella tedesca ha continuato a crescere, e quella italiana si è sostanzialmente appiattita.



Il trionfo dell’intelletto (di sinistra)
E qui siamo al trionfo dell’intellettuale di sinistra, il quale può finalmente “dimostrare” i suoi due assiomi:

(1) i tedeschi sono migliori (detto anche "assioma di Tafazzi". Conseguenza: la loro minore inflazione è dovuta a una crescita più rapida della produttività), e

(2) la colpa è di Berlusconi (visto che l’appiattimento della produttività italiana, a spanna, si verifica prima intorno al 1995, e poi manifesta un paio di recrudescenze intorno al 2001, e al 2008).

Ecco, vedi, Bagnai, te lo avevo detto! Ma tu non ci volevi credere, animato come sei da odio ideologico verso l’euro...

Dunque. Intanto vorrei sapere se Craxi era meglio di Berlusconi. Non era lui il demonio, una volta? Lui, il corrotto corruttore, l’uomo che ha zavorrato la nostra economia con il debito pubblico che tuttora uccide la nostra produttività (dicono), ecc. Ma allora perché dal 1983 al 1987 la produttività italiana era esattissimamente allineata a quella tedesca? Erano meno bravi i tedeschi? A parte che questo contraddice l’assioma di Tafazzi (l’italiano è sempre e comunque peggiore degli altri), va anche detto che dal grafico non sembra.

A me pare più probabile che l’argomento Berlusconi, puramente ideologico, da rotocalco, valga meno della carta su cui ci viene propinato. Non sto dicendo che Berlusconi è bravo. Penso anch’io che sia piuttosto cattivo, non lo vorrei per genero e lui non mi vorrebbe per suocero, ma mi pare che il lungo elenco delle sue qualità negative non abbia molta più relazione con la Fig. 1 di quanta ne abbia con lo tsunami di Fukushima o con il terremoto dell’Aquila. Non tutti i cattivi sono responsabili di tutte le catastrofi. Chi vede una relazione fra Berlusconi e la catastrofe della produttività italiana è invitato a dimostrarla, possibilmente non con aneddoti, e ricordando che quella che i grafici mostrano è una tendenza di lungo periodo (un fenomeno che va avanti da quasi venti anni, durante i quali non ha governato solo Belzebù) e riferita all’intera economia. Le favolette sono buone per il popolino. Il popolino vuole un cattivo (vuole anche un buono): basta darglielo, e poi lui fa quello che vuoi tu (esempio: entra nell’euro). Ma fra il fenomeno (arresto della produttività media dell’intera economia) e la favoletta (dove Berlusconi è il cattivo) non c’è un gran legame, e allora dobbiamo andare alla ricerca di altre spiegazioni


I dettagli
Come sempre, sono i dettagli a deliziare l’intenditore. Dal 1970 ad oggi Italia e Germania si sono rincorse. La rincorsa italiana è stata più o meno efficace. Andiamo a vedere nel dettaglio (mettete gli occhiali). Si parte nel 1970.



L’Italia passa in testa (Fig. 2). La recessione del 1975 è pesantissima e la riporta sotto il livello tedesco, ma l’Italia riparte e passa nuovamente in testa nel 1979. Ma a partire da quell’anno il suo slancio si attenua, la produttività si appiattisce una prima volta, fino al 1983, anno in cui la Germania sorpassa nuovamente l’Italia (Fig. 3).




Dal 1984 la corsa della produttività italiana riprende e nel 1989 siamo di nuovo al sorpasso, ma... che succede? L’Italia perde colpi: la produttività si appiattisce di nuovo, per circa 3 anni, e poi dal 1993 la corsa riprende, ma ormai il distacco è visibile. Fra 1995 e 1996 la produttività diminuisce (non succedeva dal 1982), poi si rialza, ma entra in un’altalena di aumenti e diminuzioni, registrando fra 1996 e 2010 una crescita media annua dello 0% (per i precisini, 0.2%). Nello stesso periodo la crescita media della produttività tedesca è stata dell’1.3%.


Per chi non lo sapesse: il Sistema Monetario Europeo (SME) era un accordo di cambio fra paesi europei in virtù del quale questi si impegnavano a mantenere il proprio tasso di cambio fisso rispetto a una valuta di riferimento, l’ECU (European Currency Unit). Il valore dell’ECU era calcolato come media dei valori delle valute dei partecipanti (ponderata con i rispettivi pesi economici). L’impegno era quello di evitare che le valute si scostassero di ±2.5% dalla parità centrale in termini di ECU. Questo significa che se una valuta veniva spinta al limite superiore della banda e un’altra al limite inferiore, di fatto la prima aveva rivalutato del 5% (e la seconda svalutato del 5%). L’Italia aveva negoziato una speciale “banda larga” di ±6%.

13 marzo 1979: l’Italia entra nel SME.

14 giugno 1982: riallineamento dello Sme: la Germania rivaluta del 4.25%, la lira svaluta del 2.75% (totale: 7%).

21 marzo 1983: riallineamento dello Sme: la Germania rivaluta del 5.5%, la lira svaluta del 2.5%, come il franco francese (totale: 8%).

5 gennaio 1990: la lira adotta la banda di oscillazione ristretta del ±2.5%.

17 settembre 1992: la lira abbandona lo SME e comincia a fluttuare liberamente, perdendo circa il 20% in un anno.

24 novembre 1996: l’Italia rientra nello SME.

E il resto lo sapete, o dovreste saperlo. Per inciso, avete letto bene: la Germania, nello SME, poteva rivalutare. Nell’euro no. Capito?


Coincidenze
E ora, però, parliamone. Perché vedete, la cosa divertente nel “dibattito” sulla produttività, è che chi ne sostiene le virtù la propone per lo più come un dato ingegneristico (migliori macchine, migliore organizzazione), sociologico, o addirittura biologico (cioè, diciamolo pure, razziale), ma comunque indipendente dal quadro macroeconomico. Chiaro: il problema dell’ingegnere è quello di costruire macchine più efficienti, che producano di più. A lui questo sembra bene, ed è giusto che sia così: ci mancherebbe altro che le macchine producessero di meno (magari inquinando di più)! Ma l’imprenditore, caro ingegnere, caro sociologo e caro razzista, ha anche un altro problema, che è quello di vendere ciò che produce. Se per qualche motivo i suoi prodotti non hanno mercato, lo stimolo a produrre di più in qualche modo viene a cadere. Dice: be’, però tu puoi fare innovazione, ricerca, sviluppo (mantra su mantra) e così ridiventi competitivo. Certo: ma i soldi per fare tutte queste belle cose chi te li dà? Come compri una macchina migliore o un progetto migliore se sei soffocato da un quadro macroeconomico che ti chiude i mercati di sbocco? Ci state arrivando?

Quello che la cronologia ci dice è una cosa molto semplice: tutte le volte che l’Italia ha, in qualche modo, irrigidito la propria politica valutaria, e quindi compromesso le proprie esportazioni, prima entrando nello SME, poi entrando nella banda di oscillazione ristretta, poi rientrando nello SME, poi entrando nell’euro, la sua produttività si è appiattita. E l’appiattimento è stato irreversibile quando la decisione di “irrigidirsi” lo è stata, ovvero con l’euro.

Odio ideologico
E qui, naturalmente, apriti cielo! “Franti, tu uccidi tua madre!” O, come mi dice l’amico (spero) Nuti: “non capisco il tuo odio ideologico verso l’euro”. Eppure posso spiegarlo in modo molto semplice. Non è odio, è fastidio. Lo stesso fastidio che Gadda provava per la catenella del cesso che si strappa quando la tiri (Alex, aiutami tu a ritrovare la citazione). Il fastidio per le cose mal congegnate e mal eseguite, che procurano inutile disagio.

Certo, qualcuno adesso penserà: “guarda questo Bagnai, accecato dall’odio verso i tedeschi! Se lo stiamo a sentire è in grado di spiegare con l’entrata nell’euro anche Caporetto o il terremoto di Messina! Lasciamo perdere...”. Ecco, bravi: voi lasciate perdere. Tanto quando questa tragica farsa finirà come deve finire, voi tornerete, dicendoci che lo avevate detto. Aspettiamo fiduciosi. Nel frattempo cerco di spiegare agli altri che il ragionamento che sto sviluppando non si fonda su un non meglio identificato “odio” ideologico.


La produttività non è esogena
Osserviamo la Fig. 4, che rappresenta il tasso di crescita di produttività (in blu) e esportazioni (in rosso) in Italia dal 1971 al 2009. La spezzata blu è il tasso di crescita della spezzata verde in Fig.1 (la produttività media del lavoro in Italia).


Si percepisce, credo, che entrambe le serie tendono a decrescere nel tempo: per la produttività lo abbiamo già visto, la sua crescita si arresta più o meno dal 1996, e da allora in effetti il suo tasso di crescita (spezzata blu in Fig. 4) oscilla attorno allo zero (asse orizzontale). Le due serie in effetti decrescono insieme: la loro correlazione, per chi non si accontenta del colpo d’occhio, è 0.67, positiva e significativa. Dice: ma le serie scendono, perché la loro correlazione è positiva? Perché la correlazione è un numero compreso fra -1 e +1 che esprime come si muovono due variabili: è positiva se salgono insieme, positiva se scendono insieme, negativa se una sale e una scende, e nulla se ognuna fa come gli pare. In questo caso è positiva perché sia la crescita della produttività che quella delle esportazioni col tempo diminuiscono.

(Per i sofisticati: l’outlier delle esportazioni, -20% nel 2009, non influenza la correlazione. Se lo eliminiamo la correlazione passa da 0.67 a 0.65).

Bene, direte voi, o forse lo dirà un altro: il quadro è chiaro. Noi italiani, feccia dell’umanità, siamo diventati meno produttivi, quindi il nostro CLUP è cresciuto, quindi i nostri prezzi sono aumentati, quindi siamo diventati meno competitivi, quindi le esportazioni sono diminuite. Che orgia di “quindi”! La parola preferita dall’intellettuale di sinistra... Un economista direbbe che la causazione è unidirezionale: dalla produttività alle esportazioni. Che poi, se volete, ha anche la sua logica: una logica neoclassica: dato che per esportare prima devi produrre, è chiaro (?) che più produci più esporti.

Ma è proprio così chiaro?

È nato prima l’uovo o la gallina? (paragrafo tecnico)
La Fig. 4 ci dice che produttività e esportazioni vanno insieme, ma la storia dell’economia è fatta di centinaia di cose che vanno insieme. Quando insegnavo Econometria alla Sapienza mi divertivo molto a illustrare agli studenti una fantastica equazione che spiegava benissimo i consumi delle famiglie italiane. Poi cominciavo a usarla per fare delle previsioni, e veniva fuori una catastrofe. Tutto quello che avevo spiegato fino a quel giorno non funzionava: le variabili, dentro il campione, erano correlate perfettamente, ma fuori succedeva di tutto. Dov’era l’errore? Semplice: stavo spiegando i consumi italiani con i redditi della Nuova Zelanda. La correlazione dentro il campione c’era: qualsiasi variabile che cresce è correlata con qualsiasi altra variabile che cresce. Ma fuori dal campione qualche problema c’era... Chi l’ha studiata così la cointegrazione rischia anche di averla capita.

Cosa voglio dire? Semplice. La Fig. 4 mostra una correlazione, cioè il fatto che due variabili si muovono insieme. Da qui a stabilire una causazione (cioè il fatto che l’una causi l’altra, e in particolare che sia la produttività a causare le esportazioni) ce ne passa.

Intanto, stabiliamo un principio: non sempre quello che viene prima causa quello che viene dopo: è il famoso sofisma post hoc ergo propter hoc, dal quale sappiamo che occorre diffidare. Tuttavia è abbastanza difficile (e qui ovviamente aspettiamo Schneider) che quello che viene dopo abbia causato quello che viene prima. Questo principio è stato messo in pratica da un premio Nobel recentemente scomparso, Clive Granger, per elaborare un test di non causalità.


Non causalità?


Sì, perché l’idea non è dimostrare che A abbia causato B (compito impegnativo), ma solo quella di escludere che A preceda B, sia un suo antecedente. Se A non precede B, non può averlo causato, e questa è l’ipotesi che il test vuole accertare. Poco, ma meglio di niente.


Lo so, già avete il mal di testa. E il peggio deve venire. Ma volete continuare a sentirvi dire che la colpa è vostra perché non lavorate abbastanza? E allora lavorate!

Intanto, la cosa interessante è che nel periodo dal 1970 al 1995, prima della débâcle, le variazioni delle esportazioni precedono quelle della produttività, e non viceversa  (e lo si vede anche dalla Fig. 4). Insomma, in quel periodo sembra di poter escludere che la produttività causi le esportazioni. Per i non tecnici, guardate ad esempio cosa succede fra 1979 e 1983: il punto di minimo della crescita delle esportazioni (-8% nel 1980) anticipa di due anni il minimo della crescita della produttività (-0.4% nel 1982).

Per i tecnici, questo è il correlogramma incrociato:

dal quale si vede che la produttività è (debolmente) correlata con i valori passati delle esportazioni, ma per niente correlata con quelli futuri, e questo è il test di non causalità di Granger:



dal quale si vede che l’ipotesi che la produttività non causi le esportazioni è accettata, mentre quella che le esportazioni non causino la produttività è respinta (al 10%). Nulla di granitico, ma un indizio questi risultati lo danno. Questo tipo di correlazione evapora se estendiamo l’analisi a tutto il campione. Il fatto è che i dati annuali sono pochi per un’indagine statistica di questo tipo. Se però passiamo ai dati trimestrali, il quadro si fa più chiaro (per i tecnici):


 
Adesso l’ipotesi che le esportazioni non causino la produttività viene respinta recisamente, mentre quella che la produttività non causi le esportazioni viene accettata. In parole povere, i dati ci dicono che sono le esportazioni a causare la produttività, non il contrario.

Non è poi così strano, se torniamo all’inizio del discorso. In fondo la Fig. 1 che storia ci raccontava? Una storia molto semplice: ogni volta che l’Italia ingessava la propria valuta, penalizzando le proprie esportazioni, la produttività cominciava a declinare. Quando i cambi si riallineavano si ripartiva. Che poi è proprio quello che ci dice questa analisi: cambio ingessato, meno esportazioni, meno produttività, e viceversa.

Perché?
Ma è così strano? No. Non è strano per niente. Anzi, è esattamente quello che viene previsto dal modello di crescita post-keynesiano di Kaldor-Thirlwall, un modello che ha ricevuto un discreto supporto empirico (diverse centinaia di verifiche pubblicate nella letteratura scientifica internazionale), e del quale perfino Pierre-Richard Agénor (dottore alla Sorbona, carriera in Banca Mondiale fino alla posizione di lead economist, poi a Yale, ora a Manchester, economista non sospettabile di eterodossia) ha dovuto ammettere la fondatezza.

Gli omodossi (anche detti prekeynesiani) tendono a vedere la crescita economica in un’ottica ingegneristica: ci sono le macchine e i lavoratori, più macchine compri e più lavoratori assumi, più produci. La crescita economica, loro, la spiegano esclusivamente dal lato della produzione, ovvero, come dicono gli economisti, dell’offerta. Loro, gli omodossi, non si preoccupano di sapere chi comprerà quello che viene prodotto, perché partono dal presupposto (detto legge di Say) che l’offerta crei la propria domanda. Un presupposto già dubbio in teoria, e abbastanza screditato in pratica. Se l’offerta crea la propria domanda, perché la Thyssen-Krupp ha dovuto pagare 150 milioni di euro di mazzette per farsi comprare i propri sommergibili dalla Grecia? Il sommergibile basta produrlo, poi lo porti al mercato (in un cestino) e qualcuno lo comprerà, perché siccome per produrlo hai distribuito redditi, e chiunque ha soldi in tasca li spende subito (altra intuizione di quel geniaccio di un Fisher), ecco che tornerai a casa col cestino vuoto e le tasche piene.

O no?

No.

L’esperienza mostra che la domanda può effettivamente porre un vincolo alla crescita economica e la storia economica fornisce decine di conferme: le grandi potenze economiche nella fase del proprio decollo hanno regolarmente praticato politiche mercantilistiche, fondate sull’essere liberiste a casa altrui e protezioniste a casa propria, semplicemente perché per promuovere la crescita del proprio prodotto e quindi della propria produttività era indispensabile dotarsi di mercati di sbocco di taglia adeguata.

Questa intuizione è formalizzata nel modello kaldoriano di crescita, che ha due componenti essenziali: la prima è la cosiddetta “legge di Thirlwall”, che stabilisce che la crescita di un’economia è direttamente proporzionale a quella delle sue esportazioni (da Anthony Thirlwall, 1979, “The balance of payments constraint as an explanation of international growth rate differences”, Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review). La seconda è la “legge di Verdoorn”, che stabilisce che la crescita della produttività è proporzionale alla crescita dell’economia (da Petrus Verdoorn, 1949, “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro”, L’Industria, n. 1). Queste due leggi interagiscono in un meccanismo di causazione circolare e cumulativa di questo tipo: se un paese riesce (ad esempio adottando un tasso di cambio sostenibile) a promuovere le proprie esportazioni, il suo prodotto cresce, il che determina un incremento della produttività, il che determina una riduzione del CLUP, il che determina un aumento della competitività, il che determina un ulteriore aumento delle esportazioni, e si ricomincia (il modello è esposto in dettaglio da Anthony Thirlwall, 2002, The Nature of Economic Growth, Cheltenham: Edward Elgar).


Insomma: il presupposto del “decollo” di un sistema economico è che si riesca ad allentare il vincolo della domanda. Politiche di “vincolo esterno” basate su un cambio sopravvalutato ovviamente vanno nella direzione opposta, e del resto l’imposizione (o la “calda raccomandazione”) di adottare un cambio sopravvalutato alle economie “periferiche” è sempre il primo imprescindibile passo della strategia di conquista messa in pratica dalle potenze mercantiliste (come ampiamente descritto da Roberto Frenkel e Martin Rapetti, 2009, “A developing country view of the current global crisis”, Cambridge Journal of Economics).

Tutti “economisti”.

Sintesi
Non sto dicendo che viale Parioli debba svalutare rispetto a via dei Monti Parioli: sto solo dicendo che il dimensionamento di un’area valutaria deve essere fondato su criteri razionali, e il primo di questi criteri, da Mundell in giù, è l’omogeneità del mercato del lavoro, che è quello dal quale dipende il tasso di inflazione, e quindi la sostenibilità di tutta la baracca (questo è per l’amico del tornese, che ho trovato nello spam. Lui sa chi è, e lo so anch’io. Poi torniamo sul discorso).

Non sto dicendo che gli italiani sono una razza eletta e che in quanto tali non debbano alterare i propri comportamenti e le proprie istituzioni: sto solo dicendo che non sono delle merde come la “loro” attuale leadership vorrebbe far credere loro: se qualche italiano non è d’accordo, lo esorto ad applicare a se stesso le ovvie conseguenze del suo pensiero (sperando che la catenella tenga allo strappo).

Non sto dicendo che i tedeschi sono la feccia dell’umanità e che in quanto tali meritano di essere consegnati alla pattumiera della Storia: sto solo dicendo che il modello non cooperativo praticato dalla loro leadership sta chiaramente mostrando la corda, e che il futuro dell’Europa è nella valorizzazione della sua ricchezza e quindi diversità culturale, non nell’appiattimento di tutti su un modello fallimentare a medio (e forse ormai a breve) termine.

Non sto dicendo che la rivalutazione della Germania risolverebbe tutti i problemi. Certo, essere entrati in un sistema che, a differenza dello SME, la esclude, ha creato degli ovvi problemi accessori, che si sarebbero potuti evitare. Ma è altrettanto certo che in Italia ci sono molte cose da migliorare. Solo che è suicida farlo in un contesto nel quale istituzioni macroeconomiche palesemente fallimentari ci tolgono risorse e prospettive.

Sto dicendo che ragionare esclusivamente in termini di offerta (l’importante è produrre!) è, come dire, lievemente amatoriale. La domanda conta, conta nel breve, e conta anche nel lungo, come sanno tutte le potenze che hanno costruito il proprio futuro aggredendo i propri mercati di sbocco. La produttività dipende certo dai mille e mille fattori di cui si è parlato anche in questo blog, dipende dalla sociologia, dal clima, dalla religione, da quello che vi pare, ma dipende anche e soprattutto dal quadro macroeconomico, come l’esperienza italiana riassunta in questo post dimostra. Non capirlo significa pretendere di andare da Roma a Fiumicino nuotando controcorrente, semplicemente perché nuotare controcorrente è più faticoso, quindi più virtuoso. Peccato che Fiumicino sia a valle di Roma. E comunque alla fine a Fiumicino ci arrivi perché tanto il fiume ti ci porta: ma preferisci arrivarci prima vivo, o dopo morto?

Di questo moralismo da poveracci (si può dire?) forse dovremmo veramente liberarci. Ma dopo svariati decenni di disinformazione mi rendo conto che il compito è superiore alle forze di ognuno di noi.



Per i precisini
I lags del test di Granger sono stati selezionati applicando il test sequenziale del rapporto delle varianze modificato secondo Helmut Lütkepohl (1991), Introduction to multiple time series analysis (New York: Springer), corretto per i gradi di libertà secondo Chris Sims (1980), “Macroeconomics and reality”, Econometrica, così come viene implementato da EViews 5, partendo da un ordine massimo di 20. I dati trimestrali di valore aggiunto, occupati totali e esportazioni provengono dal sito dell’I.Stat, rispettivamente dal 1992, 1980 e 1991. I dati precedenti, fino al 1975, sono stati retropolati con i tassi di variazione delle serie corrispondenti, provenienti dalla release 1996:03 della contabilità nazionale trimestrale, la più recente fra quelle trovate nelle tasche di Eta Beta. Occorre altro?


E così abbiamo sistemato quelli che “l’importante è produrre” e quelli che “la svalutazione è come l’aspirina”. Scusa, caro, se hai il mal di testa cosa fai? Preferisci soffrire? O preferisci amputare? Io una preferenza ce l’ho, ma non la esprimo. L’atteggiamento moralistico secondo il quale meglio la sofferenza della medicina, e se proprio medicina deve essere, almeno intingiamo la pasticca nel fiele, altrimenti non fa bene, ecco, questo atteggiamento non ha alcun fondamento scientifico, direi che non ha alcun fondamento umanistico, anzi, direi che non ha alcun fondamento umano. Capisco che avete avuto un’infanzia difficile, ma non è un buon motivo per avvelenarvi il resto della vostra esistenza, e per avvelenarla a noi.

Vedete? Non ho detto “piddino”, e non ho detto nemmeno una parolaccia (dai, merda non conta, Hugo ci scrive tutto un capitolo nei Miserabili). Si può fare! Adesso, secondo il quartetto di cui sopra, mi telefona subito Floris per invitarmi a Ballarò. Peccato che io sarò sperso nella campagna portoghese a seguito di un sacrosanto (per loro) ma funesto (per me) sciopero generale. Probabilmente non arriverò a Coimbra: dovrò fermarmi a Fatima. E non è detto che sia meno utile. Sicuramente più utile che andare a Ballarò (checché voi ne pensiate). Ave maris stella.

Dai, Ro, lo so che hai ragione tu, come sempre. Ci sto provando...