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mercoledì 29 febbraio 2012

Draghi! Portece n’antro ltro...

(dal terminal Sud di Orly)



Nei commenti al post precedente un paio di lettori mi hanno chiesto cosa ne pensassi del prossimo ltro e dell’uso che ne sarebbe stato fatto. Sono sempre stupito, direi quasi commosso, quando vedo che c’è qualcuno che si interessa tanto a due cose che a me interessano così poco: l’economia, e la mia opinione. E per farvi capire quanto mi sopravvalutate, devo dirvi che sulle prime avevo pensato a un errore di battitura. “Avrà voluto dire litro...” pensavo “ma litro di che? Forse di birra?”

Poi, siccome Google non costa nulla, ho provato a digitare “ltro”. Non si sa mai, magari nel frattempo l’ortografia è cambiata... Ah, ecco: voi volevate dire “long term refinancing operation”! Cioè quell’operazione tramite la quale la Bce di fatto adempie al suo ruolo di prestatore di ultima istanza (nihil sub sole novum) prestando fondi alle banche a un tasso piuttosto vantaggioso. Che poi sarebbe quella cosa che tutti gli ingenuotti (non voi, almeno spero) hanno domandato a gran voce a Draghi di fare: “comportati come la Fed (la banca centrale americana, n.d.a)! Non essere di braccino corto! Dai soldi alle banche! Elargisci! Così salverai l’euro(pa)”.

Ma amici cari... allora veramente parlaimmo e nce capaimmo! Cosa devo pensare di un altro ltro? Che non servirà a un gran che. Ma repetita juvant, e quindi ripetiamo, magari aggiungendo qualche figura colorata, che può essere utile a capire la questione.

Ho detto e ripetuto decine e decine di volte che l’unica Bce buona è quella morta (metaforicamente, non fisicamente, il Signore ce ne scampi, non son più quelli i tempi, spero...) e questo per due ordini di motivi (correlati):

1)      gli squilibri cui siamo di fronte sono di carattere regionale, nel senso che il termine ha in economia internazionale: squilibri fra paesi di un’area (che poi stanno a quest’area come le regioni amministrative stanno a uno Stato); e:

2)      il vero problema è un immenso ed occulto problema di debito privato, le cui dimensioni non sono facilmente stimabili perché, come dire, sta alle banche svelare quanto “soffrono”, e dire la verità di questi tempi può non essere una buona idea.

Ditemi, toglietemela ‘sta curiosità: cosa volete che possa fare una politica monetaria centralizzata, sovranazionale, per risolvere squilibri regionali, fra paesi? Qualche ingenuotto alla terza ha addirittura profferito (non su questo blog, che è frequentato da gente per bene) frasi del tipo: “con una politica monetaria sufficientemente accomodante Draghi può annullare gli spread e così ripristinare condizioni ordinate sui mercati...”.

Ma scusate! Certo, sappiamo benissimo, è evidente, che la Bce può governare gli spread e lo fa in funzione degli obiettivi politici della Confindustria tedesca: se questa vuole che noi abroghiamo l’art. 18, state tranquilli che di spread si continuerà a parlare finché il governo italiano non avrà eseguito gli ordini. Chiaro: lo spread è uno strumento di ricatto molto efficace verso il governo di un paese con un rapporto debito pubblico/Pil come il nostro.

Draghi quindi può agire sugli spread e lo fa, nessuno lo contesta. Ma supponiamo che lo spread sui tassi nominali (e bisognerebbe vedere quali) venga annullato. Questo cosa significherebbe, amici cari? Molto semplice: come osservava ieri una gentile lettrice, significherebbe che nei paesi con inflazione più alta il denaro costerebbe meno che in quelli con inflazione più bassa. Che poi è esattamente la radice della crisi, come ognuno sa e ognuno vede.

Perché i differenziali di inflazione non hanno solo un significato reale (visto nel post precedente), in quanto provocano una continua svalutazione reale dei paesi con inflazione più bassa. I differenziali di inflazione hanno anche un significato finanziario, perché determinano un minor costo del denaro nei paesi a inflazione più alta. Direte: “ma scusa, se il tasso è ovunque al 3%, perché dici che in Grecia il denaro costa meno?”. E risponderò: “amico caro, non costa meno quando lo prendi: costa meno quando lo restituisci, perché se i prezzi sono aumentati, i soldi che rendi valgono di meno, e se i tuoi redditi nel frattempo si sono almeno in parte adeguati all’inflazione, ecco che, come vedi, rimborsare ti sarà più facile. Si chiama tasso di interesse reale, e si calcola come differenza fra il tasso di interesse nominale (quello che ti fa la banca sul tuo mutuo) e il tasso di inflazione”. Esempio: tasso nominale 2, inflazione 3, tasso reale -1 (2-3=-1. Tremo al pensiero di doverlo spiegare a mia figlia, ma con voi spero andrà meglio).

Ecco perché una politica monetaria centralizzata non può fare assolutamente nulla per risolvere il problema degli squilibri. Può dare ossigeno a qualche governo, e soprattutto a qualche banca. Ma lo può fare solo a patto di innescare di nuovo il meccanismo perverso che ci ha portato fin qui, quello per cui il denaro costa meno... dove si è più indebitati! Un meccanismo circolare e cumulativo, come vedete. Perché se abiti nella periferia, quello che ti rende più conveniente indebitarti (cioè il tasso di inflazione, che riduce il valore della moneta che restituirai) è anche quello che ti rende più conveniente acquistare all’estero (perché la minore inflazione estera rende via via più convenienti i beni esteri, e quindi le importazioni, come abbiamo visto ad abundantiam nel post precedente). Quindi ti indebiterai per acquistare beni all’estero, ma così facendo sottrarrai reddito alla tua economia (i tuoi acquisti pagheranno stipendi fuori dal tuo paese), generando domanda per le economie estere, e al prossimo giro avrai ancora più bisogno di indebitarti...

E siccome questo gioco ha un vincitore e molti perdenti, e la Bce non ha sede ad Atene, capite bene perché tutti, ma veramente tutti, tranne Goofy, vi dicono che il gioco della liquidità è tanto bello, che giocare alla Fed ci salverà. Ve lo dicono da destra e da sinistra, ve lo dice Pierpaolo Benigno e (purtroppo, purtroppissimo, ma non so come riuscire a convincerlo del contrario) Sergio Cesaratto, se glielo chiedete ve lo dirà anche Emiliano Brancaccio, e magari anche Francesco Giavazzi. Ma questa asserzione è ovviamente infondata, come ho chiarito in Crisi finanziaria e governo dell'economia.

Del resto, scusate, amici cari, ma se questa fandonia la dicesse, poniamo, un belga, sarebbe anche scusabile. E non perché i belgi stanno alle barzellette francesi come i carabinieri a quelle italiane: non vorrei mai mancar loro di rispetto (né ai carabinieri, ci mancherebbe). Ma un belga potrebbe credere a una simile fandonia perché il suo paese, pur lacerato da fratture profonde, di ordine etnico, linguistico, culturale, economico, e via dicendo, non ha però sperimentato il devastante dualismo territoriale che in Italia è sotto gli occhi di tutti da 150 anni.

Perché dico 150 anni? Non avrei dovuto dire 1500? 15000? No: 150, perché da 150 anni (giorno più giorno meno, permettetemi di fottermene dei dettagli, ora che ci siamo liberati dei precisini) il nostro splendido e martoriato paese ha una politica monetaria unica, sagacemente e solertemente perseguita dalla Banca d’Italia (una prece). Vi ricordo che durante questi 150 anni la nostra sagace e solerte (rinuncio a usare acronimi) Banca centrale ha praticato, di volta in volta, diversi modelli di gestione della liquidità: abbiamo avuto il Vajont, abbiamo avuto il deserto di Gobi, abbiamo avuto la pioggerellina che allieta oggi il paesaggio di Normandia, abbiamo avuto l’inflazione, l’iperinflazione, la deflazione, di tutto. Ma il Sud Italia è sempre stato in deficit strutturale (prevalentemente con il Nord Italia). E per risolvere questo problema la Banca d’Italia non ha potuto fare niente, perché la leva del tasso di interesse nazionale sugli squilibri regionali non poteva avere presa.

Non ci credete? Per forza: vi bombardano da sei mesi e passa col messaggio contrario. E allora guardiamoci i dati.

La Fig. 1 riporta il saldo delle partite correnti del Sud Italia e il tasso di interesse reale nazionale. Visto che siete di palato fino, trovate in calce la definizione esatta delle variabili.



Dal 1960 al 2007 il saldo “estero” del Sud Italia è stato in media di -17.5 punti di Pil (Pil del Sud Italia, ovviamente), oscillando fra un massimo di -12 nel 1961 e un minimo di -21 nel 1972 (occhio: c’è un meno davanti... lo dico ai miei studenti, naturalmente...): un corridoio di 9 punti. Il tasso di interesse reale nazionale è stato molto più volatile: in media è stato del 2.5%, ma ha oscillato fra un minimo di -10 nel 1974, a un massimo di 8 nel 1992, quando il “governatore in trincea” sagacemente e solertemente difendeva la parità del nostro cambio, regalando ai mercati marchi che il giorno dopo avrebbero comprato il 20% di lire in più.... ma non divaghiamo, anche perché altrimenti mi ci riincazzo e Claudio mi riprende amichevolmente.

Torniamo al punto: la metafora è semplice: il Sud Italia è in deficit, come il Sud Europa, e la politica della Banca d’Italia visibilmente non ha inciso su questa situazione, come la politica della Bce non può incidere sui deficit dei Pigs. Lo vedete il Vajont? Nel 1974 il tasso di interesse reale era al -10%! Si vedono effetti sul deficit del Sud? Sì, pare che si riduca un po’... ma guarda che strano, però: si riduce di più, e più rapidamente, nel 1992, mentre il tasso di interesse reale sale al massimo storico, 8%, il deserto di Gobi della liquidità. Insomma, le due variabili non hanno alcuna relazione: Bankitalia, manovrando la struttura dei tassi nazionali, non ha inciso, perché non poteva incidere, sugli squilibri regionali italiani.

Per i palati fini, la correlazione fra le due variabili è -0.009. E se non siete S&P spero che non mi chiederete di calcolarvene lo scarto quadratico medio. Nemmeno con 1000 osservazioni una correlazione così bassa rischia di essere significativa (capisca chi può).

E allora?

E allora vi stanno propugnando come soluzione dei vostri problemi quella che invece è, ovviamente, la soluzione dei problemi delle banche. Le quali, come dicevo sopra, e come nessuno dice, hanno “in pancia” (so che chi ha coniato questa espressione andrà nella seconda bolgia dell’Inferno, ben coperto dalla materia che sta in pancia), le banche, dicevo, hanno al loro attivo tanti crediti inesigibili, tanto debito privato di privati che stavano alla canna del gas anche prima che le politiche di austerità iniziassero, e quindi figurati adesso! Ma scusate! Vi ricordate come sta messa ad esempio la Grecia? Debito pubblico al 100% del Pil e passività lorde sull’estero al 200% (Fig. 4 di questo post, la riporto per vostra comodità):


Sarebbe debito, per lo più privato (evidentemente) con banche estere. Chiaro, no?

Il debito privato è enorme, ed è in gran parte in sofferenza. Se la Bce non le aiuta, le banche non ce la possono fare. Altro che erogare nuovo credito! Ma non avete visto quello che è successo? Prima bisogna che si lecchino le ferite, e hai voglia a leccare...

Ed è quindi normale che le banche, sedute attorno a un tavolo (piccolo, perché sono poche), intonino a gran voce il noto stornello: “Draghi! Portece n’antro ltro, che noi se lo bevemo, e poi t’arisponnemo: embè? embè? Che c’è?”. Riceveranno i fondi, e poi che ci faranno? Cominceranno con l’alzare i bonus al proprio sagace e solerte (qui l’acronimo ci sta) management, in base al sano principio prima caritas incipit ab ego. Poi tapperanno i buchi dei loro bilanci. E poi... E poi “portece n’antro ltro...”. E gli squilibri? Rimarranno lì. Perché se già hai una gamba più corta dell’altra, non è certo ubriacandoti come una pigna che puoi aspettarti di barcollare di meno.

Ma voi fateglielo dire, ai giovani economisti di belle speranze, o ai vecchi economisti di bella carriera, fateglielo dire ai professionisti dell’appello accorato: “Draghi, fai come la Bce! Portaje n’antro ltro...” Ma il fatto è che la Bce se ne deve andare e basta, cioè che i paesi europei non potranno ricomporre gli squilibri che li dilaniano senza prima recuperare la propria sovranità valutaria.

Va be’, quando volete parlare di qualcosa di serio, sapete dove trovarmi...




Sapete, oggi ho mangiato da Léon de Bruxelles, il fast food belga delle cozze (in senso biologico, non fatemi dire altro che rockapasso ascolta), e nel luogo deputato alla meditazione ho letto questa sentenza, che vi traduco: “se raccontate una barzelletta sui belgi a un francese, riderà tre volte: la prima quanto capisce che è finita, la seconda quando gliela spiegate, e la terza quando la capisce”. Cazzo, in questa Europa di merda perfino i Belgi, i Belgi, capite, quel "non popolo", non si arrende senza combattere! I francesi attaccano, e loro replicano, e come! Solo noi ci siamo dovuti dare mani e piedi legati a chi aveva una paura fottuta delle nostre capacità manifatturiera, della nostra inventiva, della nostra tecnologia. E l’abbiamo chiamata visione.



Definizione delle variabili

1)      CA indica le esportazioni nette, X-M, perché la contabilità regionale non riesce a misurare i trasferimenti di redditi da lavoro e da capitale – o almeno a me non risulta lo faccia). Vi che CA = S – I = X – M + RNE, ovvero: l’accreditamento/indebitamento di un’area (regione, stato), rappresentato da CA, corrisponde alla differenza fra quanto risparmio viene generato (S) e quanto viene utilizzato per finanziare acquisti di capitale fisso (I), e anche alla differenza fra i soldi che entrano attraverso le esportazioni e quelli che escono per finanziare le importazioni; la fonte è la contabilità regionale dell’Istat; i dati dal 1960 al 1995 non sono più disponibili, ma Goofy è del mestiere da 30 anni e non butta mai niente...

2)      r indica il costo medio del debito pubblico italiano cui ho sottratto il tasso di variazione dell’indice dei prezzi al consumo (gli unici tassi disponibili su un periodo così lungo); la fonte sono le International Financial Statistics, serie 13661...ZF... e 13664...ZF...

lunedì 27 febbraio 2012

La Germania e la crisi dell'eurozona

Ah, gli studenti... Che creature meravigliose! Dopo tanti anni non cessano di sorprendermi. Sorprese buone e cattive, naturalmente...

Mi ricorderò sempre di quella volta che a Roma uno studente alto due metri e largo quasi altrettanto, un ottimo pilone della mischia, scoppiò in lacrime esclamando: “Professore, questa domanda è troppo semplice, non riesco a rispondere!”. E naturalmente da allora le mie domande furono sempre più semplici, perché io, che sono uomo di fede, desideravo tanto ripetere il miracolo: quello di far sgorgare l’acqua dal granito. Ma nella loro varietà sterminata, nel groviglio inestricabile delle loro affascinanti personalità in divenire, dei loro percorsi di vita, queste meravigliose creature obbediscono ad alcune leggi fondamentali, leggi ferree, al cui determinismo nessuno riesce a sottrarsi, se non, forse, qualche autentico genio, che credo di non aver mai incontrato, o che magari ho incontrato senza riconoscerlo (ammetto i miei limiti). E la prima di queste leggi ferree è questa: uno studente non ti farà mai una domanda della quale non creda di sapere la risposta. Questo perché lo scopo della domanda, naturalmente, non è cercare di capire, ma mostrare di aver capito. Alcuni, una eletta minoranza, spingono il proprio zelo fino all’estremo limite, che è quello di farti una domanda per dimostrarti a te (a te insegnante) che tu non hai capito.

Studenti di questo genere non erano infrequenti a Roma. Nel dipartimento che fu di Federico Caffè insegnavo econometria, una materia piuttosto tecnica. Nel tentativo (vano) di combattere l’Alzheimer, invece di proiettare tante belle slides di PowerPoint, con santa pazienza mi facevo tutte le dimostrazioni alla lavagna, passo passo. E naturalmente c’era sempre qualcuno che a un certo punto diceva: “ma professore, il segno di sigma non dovrebbe essere negativo (o positivo)?”.

C’è un’altra legge ferrea cui soggiacciono gli studenti: la legge di Murphy. E quindi la domanda maliziosetta, ahimè, risulta sempre infondata. Aggiungevo il passaggio che speravo di poter omettere (contando sulle capacità di astrazione del mio pubblico), per dimostrare, con eleganza, al fesso di turno che aveva torto, e si andava avanti. Il problema è sempre quello: se una cosa passa dall’altra parte dell’uguale, cambia segno. Che poi significa che se tu dai dei soldi a me, io divento più ricco e tu più povero. Passando dall’altra parte, i soldi hanno cambiato segno: meno per te, più per me...

Perché vi racconto questi insulsi aneddoti? Perché voi, per vostra e mia fortuna, non siete studenti. Tutti (tranne uno) fate domande profonde, animate da un reale desiderio di conoscenza. E io non posso sottrarmi al piacere di rispondervi. Perché a me insegnare piace, ed è molto più bello insegnare a dei “non studenti” (nel senso sopra definito).

Nel post precedente affermavo ciò che è, ovvero che (mi cito): “è successo l’esatto contrario di quello che dice Sinn: da quando c’è l’euro i differenziali si sono ridotti (non sono aumentati) e lo hanno fatto perché nei paesi periferici l’inflazione è diminuita (non è aumentata), mentre è aumentata in Germania e Austria”. Al termine di questo post aggiungevo un commento: “il ragionamento svolto qui si presta a una delle tipiche obiezioni del piddino... Attendo fiducioso!”.

E nonostante Antonino, per carità di patria, si fosse “piddinizzato” (immagino una scena del genere) per fare lui la domanda, nel tentativo generoso di evitare al piddino di manifestarsi, ponendo la questione in questi termini: “ma non avevi detto che il differenziale dei prezzi era l'origine del problema? e vedi che con l'adozione dell'euro i differenziali sono diminuiti? lo vedi che l'euro è cosa buona e giusta?”, ecco che l’amico piddino, che chiameremo S&P (per la sua sagacia e la sua propensione a elargire rating errati), non rinuncia... gli prudono le dita... deve fare la domandina maliziosa... deve dimostrare la sua indipendenza di pensiero... che poi, visto che non pensa, è data per definizione... “professore, ma sigma ha segno meno!”... ed ecco il suo capolavoro di malizia studentesca, riportato come commento sotto il post precedente:



16 novembre 2011: "L’indebitamento privato estero ha una causa strutturale nota: i tassi di inflazione dell’eurozona non stanno convergendo. Dal 2000 al 2007 la Germania ha avuto l’inflazione media più bassa (1.6%). All’estremo opposto Irlanda (3.4%), Grecia (3.2%), Spagna (3.1%) e Portogallo (2.9%) hanno avuto l’inflazione più alta [...] La Fig. 2 mostra come nei PIGS l’indebitamento estero si sia mosso in simmetria con lo scarto fra prezzi interni e prezzi tedeschi: a maggior inflazione cumulata corrisponde maggior indebitamento estero".

26 febbraio 2012: "fino alla crisi del 2007 il differenziale di inflazione è sceso (non salito), raggiungendo il minimo storico di 1.4 nel 2007 (parte ombreggiata della Fig. 2). E attenzione! Se i tassi di inflazione si sono venuti incontro, vuol dire che, generalmente, sono calati dove erano più alti, e cresciuti dove erano più bassi".

A novembre i tassi di inflazione dal 2000 al 2007 non convergono, a febbraio invece si vengono incontro.

Secondo me Sinn preferisce l'autunno all'inverno ;-)


Bravo, S&P. Resta in linea: ieri ho pubblicato solo metà dell’articolo: non lo sapevi, ma la risposta era già pronta. Scusami se arriva in ritardo, sai, ogni tanto anche noi docenti universitari dobbiamo lavorare (che ingiustizia!). Non ti invito a leggerla, per due motivi: primo, perché non puoi capirla (tu, ma gli altri lettori sì, e anzi l’hanno già capita); secondo, perché è inutile: tu leggi tutto, ma non capisci niente.





(segue dal post precedente)

Un attimo... sto aspettando il fesso di turno... eccolo: arriva subito, non c’è molto da aspettare... Il piddino dirà: “sei in contraddizione: se l’euro ha contribuito a ridurre i differenziali di inflazione, come può aver avuto effetti così disastrosi sulla competitività? Allineando la crescita dei prezzi l’euro ci ha salvati! Quindi quello che ci hai detto finora non è vero, hai sparato un sacco di balle perché sei devastato dalla tua livida invidia verso i tedeschi, perché non sei bravo come loro, e per convincerci a seguirti su questa china scivolosa hai falsificato la realtà!” Questo dirà il piddino. Questo dice da quindici anni. Con questi “argomenti” mi ha frantumato gli ellissoidi. Quindi io con lui non parlo più, ma parlo con te, caro lettore, affrontando il terzo punto, che ci aiuta a capire che Sinn mente non per incompetenza, ma per furbizia (quella che Cesaratto chiama vittimismo).

Vedete, questa cosa che l’euro sarebbe stato benefico perché ha ridotto l’inflazione e in particolare lo scarto fra i tassi di inflazione dei paesi europei è uno dei cavalli di battaglia degli euroti. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere, ad esempio da Romano Prodi, o, in forma più tecnica, da Paperoga Jonung, quello che nel 2010 ha scritto il panegirico dell’euro, sbagliando genere letterario: una oraison funèbre sarebbe stata più appropriata, come Krugman gli hafatto notare.

Ecco, se vi leggete il working paper di Paperoga, a pag. 28 trovate l’epitome della saggezza piddina: “The euro is well established. The euro has not created political turmoil in Europe. It has fostered integration of financial, labour and commodity markets within the euro area... Inflation differentials within the euro area are presently of the same order of magnitude in the euro area as in the United States.”

Vedete? Anche Paperoga ve lo dice: i differenziali di inflazione si sono ridotti. Quindi Sinn ha torto... e quindi ho torto anch’io?

No, purtroppo, purtroppissimo, io ho ragione. La mancata convergenza dell’inflazione rimane un fatto, e un fatto dirompente per l’eurozona. Del resto, nel post precedente lo dicevo: “anche gli euroti hanno torto (perché la riduzione dei differenziali c’è stata ma non è stata un successo, come se vuoi ti spiegherò)”. Come si spiega questo paradosso? Come è possibile che se gli scarti fra i tassi di inflazione si sono ridotti, non ci sia stata convergenza?

Ma cari, è semplicissimo: la convergenza si compie quando gli scarti diventano in media nulli, il che significa, in buona sostanza, che un paese x ogni tanto ha un po’ più di inflazione del paese di riferimento (la Germania), e ogni tanto un po’ di meno. Scarti positivi e scarti negativi si compensano. La media di +1 e -1 è zero. Questa è convergenza. La media di 0.5 e 0.5 è 0.5. Questa non è convergenza, anche se prima lo scarto era, poniamo, 20. Questo è il motivo per il quale sbagliano sia Sinn (perché i differenziali non si sono allargati con l’euro), sia gli euroti (perché la convergenza non c’è stata, e non c’è stata per il motivo che non faceva comodo al capitalismo dei paesi del nucleo).

Avrete anche notato un’altra perla dell’amico S&P: nel suo intervento mi rimprovera di aver detto a novembre che l’inflazione greca è alta, il che gli sembra in contraddizione con il fatto che ieri ho detto che l’inflazione greca è scesa.

Ma amico caro! Se nel 1993 l’inflazione greca era al 14% e nel 2005 al 3% cosa devo dire, per farti felice? Che è salita? Mi dispiace, non posso. E se nel 2005 l’inflazione tedesca era al 2%, cosa devo dire, che era più alta di quella greca? Mi dispiace, non posso. Il problema è che tu, da buon dilettante, confondi statica (quello che succede in un dato anno) e dinamica (come si sono mosse le variabili nel tempo). Che perla! Anzi, che pirla!

Comunque, per quelli che amano la tecnica, e se la possono permettere (quindi, caro S&P, lascia perdere: non fa per te), la spiegazione della mancata convergenza fra i tassi di inflazione europei, anzi, della convergenza in tre club distinti (ricchi, poveri, e italiani) è nel più volte citato working paper della Bce.

Ma non c’è bisogno di tanta tecnica. Basta un po’ di buon senso, di umiltà (ecco, quella S&P non ce l’ha, ma peggio per lui), e uno sguardo ai dati, che passiamo a dare.



Punto terzo: i differenziali di inflazione, che preesistevano all’euro, sono da sempre a vantaggio della Germania.
Lo si vede abbastanza bene nella Fig. 1 della prima parte del post, ma può essere utile formulare la figura in modo un leggermente diverso, sottraendo alle varie inflazioni nazionali quella tedesca



(vi ricordo che la fonte è sempre il Fondo Monetario Internazionale).

La Fig. 3 quindi non mostra i tassi di inflazione dei paesi europei, ma quanta inflazione in più (o, raramente, in meno) essi hanno avuto rispetto alla Germania, cioè i “differenziali” di inflazione dei partner dell’eurozona rispetto alla Germania. Apro e chiudo una parentesi per dire che il termine giornalistico “differenziale” è quanto mai inappropriato: serve a far sembrare complicata una cosa che in realtà è semplice. La parola corretta, in italiano, sarebbe “scarto”, ovvero la misura di quanto il tasso di inflazione di un paese si scosta da quello di un altro.

Ma torniamo alla Fig. 3. Si vede bene che, a parte una breve parentesi attorno allo sconquasso del 1992-93, solo l’Olanda (più o meno fra 1986 e 1990, spezzata celeste) e la Finlandia (fra 2004 e 2006, spezzata verde) sono riuscite a scostarsi per brevi periodi verso il basso, cioè ad avere inflazione inferiore a quella tedesca. Per chi non ama i grafici (o non si fida: poverini, li capisco: la televisione dice il contrario, non sia mai questo qui, che nessuno sa chi è – in Italia – mi voglia fregare...), ecco i numeri (se vuoi te li do anche tutti, qui ti metto le medie):



In tutti i paesi dell’eurozona l’inflazione è stata in media più alta che in Germania, prima dell’euro, e dopo l’euro. Unica eccezione, evidente nel grafico, l’Olanda nel periodo pre-euro: del resto, si vede bene che i paesi della cosiddetta area del marco (Austria, Olanda, Belgio) hanno differenziali irrisori rispetto alla Germania (ed è appunto per questo che questi paesi costituivano – e costituiscono – l’area del marco). Dal 1999 gli scarti si sono ridotti, lo si vede bene. Quello della Grecia è passato da 13.5 punti a 1.7 punti, quello del Portogallo da quasi 9 a 1, ecc. Ma guarda un po’, sono tutti positivi!

Rimaniamo al dato, per favore, senza moralistiche fughe in avanti di tipo piddino: “ecco, vedi, i tedeschi sono più bravi...”. Questo argomento è ingenuo, come ho detto più volte. Tornerò a dirlo dopo, ma ora vediamo cosa comporta questa persistenza degli scarti.



Le conseguenze della non convergenza per gli squilibri esterni
Naturalmente, visto che l’inflazione è stata sistematicamente più alta nella “periferia”, i prezzi sono cresciuti di meno in Germania che in tutti gli altri paesi, come si vede dalla Fig. 4, che riporta gli indici di prezzo dell’eurozona con base 1999=100.



(i relativi dati sono in questa tabella:



Diciamo che dal 1999 al 2011 i prezzi sono cresciuti, complessivamente, del 21.7% in Germania, del 26.4% in Austria, del 48% in Grecia, e via dicendo.

Cosa c’entra con gli squilibri esterni? C’entra, c’entra...

Come ho spiegato dettagliatamente in questo post, quello che conta ai fini della competitività di prezzo di esportazioni e importazioni non è il livello dei prezzi in un determinato paese, ma l’evoluzione del rapporto fra i prezzi di un paese e quelli del suo partner. Questo rapporto si chiama tasso di cambio reale. Vedete bene che se partendo dai dati della Tabella 1 costruiamo i tassi di cambio reali bilaterali fra Germania e “partner” dell’eurozona, cioè se facciamo i rapporti (prezzi tedeschi)/(prezzi partner), il risultato è quello riportato in Fig. 5:



Cosa dice la Fig. 5? Dice che nonostante i differenziali di inflazione fossero tutto sommato esigui (nell’età dell’euro il più alto era quello della Grecia a 1.7, come abbiamo visto sopra), la loro persistenza (cioè la mancata convergenza) ha consentito alla Germania una svalutazione reale rispetto a tutti i partner dell’eurozona (solo la Finlandia ha tentato di resistere), svalutazione in alcuni casi notevole, attorno al 15% a fine periodo (per Irlanda, Grecia e Spagna). Cosa significa “svalutazione reale”? Significa che in rapporto ai beni dei partner, quelli tedeschi hanno progressivamente ridotto il loro prezzo.

Ovviamente (Goofynomics) se ti poni dal punto di vista dei partner, e quindi calcoli i loro cambi bilaterali rispetto alla Germania, cioè i rapporti (prezzo partner)/(prezzo Germania), assisterai a una rivalutazione (è strano come una svalutazione reale vista dall’estero somigli a una rivalutazione reale):



Cosa significa “rivalutazione reale”? Significa che i beni dei partner sono diventati sempre più cari rispetto a quelli dei beni tedeschi. E le conseguenze sul commercio le abbiamo viste fin dal primo post: un saldo delle transazioni correnti negativo e sempre più ampio, il che indica, come abbiamo chiarito in quest’altro post, che i paesi periferici si stavano indebitando con il centro per pagare i beni del centro.

I dati della Fig. 6 sono quelli che figurano nel primo post di questo blog. E finalmente Marco Palermo smetterà di assillarmi chiedendomi come sono costruiti. E come devono essere costruiti? Sono dei tassi di cambio bilaterali! Marco, ego te absolvo, naturalmente, ma se l’economia ti interessa tanto, prima di Kalecki leggiti questo o il Mankiw, così quando parlaimmo ce capaimmo: un tasso di cambio reale è un tasso di cambio reale. Tautologico, ma pratico. Non mi diventare anche te uno S&P.


Squilibri esterni e vittimismo
Facciamo il punto:

1)      a partire dalla metà degli anni ’80 i differenziali di inflazione fra paesi partner dell’eurozona e Germania si sono ridotti;

2)      questo processo è continuato anche dopo l’entrata nell’euro, che quindi non ha né causato né amplificato i differenziali di inflazione;

3)      al contempo, questi differenziali sono sempre rimasti in media positivi, cioè gli altri paesi hanno continuato ad avere più inflazione della Germania, e quindi non cè stata convergenza fra tutti i partner dell'eurozona;

4)      questo ha determinato una svalutazione reale della Germania rispetto a tutti i partner, se pure in misura variabile (e simmetricamente una rivalutazione reale dei partner rispetto alla Germania);

5)      questa svalutazione reale ha contribuito al grande successo delle esportazioni tedesche, successo che, come abbiamo visto, è molto più marcato rispetto ai partner dell’eurozona che rispetto al resto del mondo. Il che è ovvio, visto che il resto del mondo, per difendersi, ha a disposizione lo strumento della flessibilità del cambio.

Bene.

Ora possiamo capire perché Cesaratto definisce Sinn “vittimista”. Il motivo è semplice: da questi sviluppi dell’inflazione nell’eurozona (sviluppi che Sinn riporta scorrettamente), la Germania ha tratto un enorme beneficio in termini commerciali. Vale forse la pena di riportare il noto grafico sui saldi esteri (transazioni correnti) tedesco e dei partner. Questi saldi, vi ricordo, esprimono l’accreditamento (se positivi) o indebitamento netto dell’intero paese (settore pubblico e privato) nei riguardi dell’estero. Ve li riporto in miliardi di dollari, ricordandovi che i dati riferiti a 2011 e 2012 sono previsioni, cioè pii desideri, del Fondo Monetario Internazionale:


Vedete? Caso mai ci fosse un dubbio su quanto sono importanti i prezzi nel determinare le dinamiche commerciali (altro che innovazione, altro che ricerca e sviluppo!...). La Fig. 7 riflette esattamente la situazione dei differenziali vista sopra. In Europa ci sono due grandi creditori: la Germania e l’Olanda (l’unica che storicamente ha “tenuto botta” rispetto alle deflazioni competitive tedesche). C’è poi un pugno di paesi più o meno in equilibrio esterno (Austria, Belgio, Finlandia, più creditori che debitori, ma per importi netti relativamente contenuti, almeno in assoluto), e poi ci sono i debitori: Spagna, Grecia, Italia, Francia, Portogallo ecc. Attenzione: i dati della Fig. 7 sono assoluti (miliardi di dollari), e quindi l’indebitamento greco (in arancione) sembra più piccolo di quello italiano. Ma ovviamente, se li rapportiamo al Pil dei vari paesi, il quadro apparentemente cambia:



Certo, siccome il Pil di Olanda, Austria, ecc. è molto piccolo, i loro accreditamenti, se espressi in punti di Pil, sono ovviamente più grandi. E siccome il Pil della Grecia è più piccolo di quello dell’Italia, si vede bene che il suo indebitamento estero è molto più grande, in rapporto ai mezzi di cui il paese dispone, del nostro (sappiamo già che era oltre la soglia di guardia fin dal 2000). Ma il quadro, tenuto conto di queste ovvie differenze, non cambia poi così tanto: la Germania entra nell’euro con un indebitamento netto di un paio di punti di Pil all’anno, e ne esce con un accreditamento netto superiore ai 5 punti di Pil. E questi sviluppi sono perfettamente coerenti con la dinamica dei prezzi. Quella della quale Sinn... si lamenta (riportandola in modo scorretto)!



L’origine degli squilibri: il mercantilismo monetario
C’è una cosa che va capita. L’inflazione non è come gli uragani, gli tsunami, non è una forza della natura cieca, incontrollata, al cui percorso ineluttabile gli uomini devono soggiacere. Direi proprio di no. L’inflazione può essere gestita, ad esempio ostacolando il normale funzionamento delle forze di mercato. Mi spiego.

I dati visti finora hanno una lettura molto semplice, quella che abbiamo dato più volte, e che Sergio Cesaratto fornisce in modo molto limpido. Fin dagli anni ’50, e in modo assolutamente esplicito e dichiarato, la Germania ha praticato una strategia di “mercantilismo monetario”. Ricordo che il mercantilismo è l’atteggiamento di politica economica secondo il quale uno stato deve tendere ad arricchirsi sviluppando le proprie esportazioni e proteggendosi dalle importazioni. Questo atteggiamento:

1)                        è intrinsecamente non cooperativo e quindi non confacente a un progetto di Unione Economica, perché se io devo esportare, occorre che qualcuno importi, ma se i miei partner vogliono esportare anche loro, evidentemente si va allo scontro

2)                        ed è anche, come tutti ormai sanno, globalmente incoerente, perché se tutti i paesi del mondo contassero sulle esportazioni per crescere, anziché, poniamo, sulla domanda interna, dovremmo esportare le nostre merci su un altro pianeta, come Krugman ci ricorda.

Ma questo è, da sempre, l’atteggiamento tedesco. Un atteggiamento imperialistico che ha radici storiche profonde: non a caso, la ricerca di mercati di sbocco ha provocato due guerre mondiali (e vi risparmio la storia del Drang nach Osten, o quella del conflitto in Jugoslavia). Una costante storica, che può essere ignorata solo da chi vuole ignorarla.

In un sistema di cambi fissi, come quello di Bretton Woods prima, come lo Sme “credibile” poi, e come l’euro adesso, c’è un modo molto semplice per promuovere le proprie esportazioni: basta imporre ai lavoratori una estrema moderazione salariale. Se lo si fa, si pratica di fatto una svalutazione reale competitiva (quella che abbiamo visto sopra): i prezzi dei beni nazionali crescono meno di quelli esteri, e quindi l’export cresce sempre di più. E attenzione (lo dico agli eventuali piddini): perché questo accada non occorre che i differenziali di inflazione siano grandi. Basta che siano persistenti, cioè che in media non cambino segno. Che è esattamente quello che è successo nell’eurozona, come abbiamo visto sopra.

Quindi Sinn non è solo vittimista, nel suo resoconto distorto dell’inflazione. È anche ipocrita, perché la persistenza dei differenziali di inflazione a vantaggio della Germania è qualcosa che il capitalismo tedesco ha provocato, gestendo come sappiamo il mercato del lavoro, e vantandosene anche: “fate come itedeschi, più produttività e stipendi contenuti”, diceva Berger nel 2011. Solo che la maggiore produttività dai dati non si vede: anche qui, attenzione: la produttività tedesca è più alta di quella italiana (oggi), ma come vedete da questo grafico:


tratto dal sito di Ulrich Fritsche (Università di Amburgo), il suo tasso di crescita è in calo dal 2003, e non è statisticamente distinguibile da zero dal 2007. Quindi, come ci ricorda il collega tedesco, e come è chiarissimo ai tedeschi stessi (vocidallagermania ce lo ricorda sempre): “the fact, that the German economy has a extraordinary export performance and competitiveness was mainly driven by massive wage restraints but is not due to productivity gains”: la competitività tedesca è dovuta a massicci tagli di salari (reali) e non a guadagni di produttività. Certo, il confindustriale di turno (Berger) non può dirlo così. E il Tafazzi di turno (S&P) ovviamente crede a tutto quello che gli dicono (salvo se lo dico io).Ma i dati sono dati.

E di questa situazione che ha creato, ora il capitalismo tedesco non vuole pagare le inevitabili conseguenze. Perché se vuoi essere in surplus per sempre, devi rassegnarti a finanziare i deficit di chi compra i tuoi beni. Questo è quanto fa la Cina con gli Stati Uniti. Ma la Germania non vuole più farlo con la Grecia. Perché? Ma è semplice: perché aggredendola sul mercato finanziario può causarne il crollo e comprarsela. La Grecia ora gli serve più come fabbrica cacciavite per competere con il resto del mondo, che come partner commerciale. E quindi: “privatizzate! Togliete diritti ai lavoratori! Tagliate i salari! Arriviamo noi...”



E i lavoratori tedeschi?
Chiederete (giustamente): ma perché i lavoratori tedeschi accettavano di essere pagati poco? Sostanzialmente per due motivi, sembra di capire. Perché da un lato la continua svalutazione (dei loro salari) consentiva alla Germania di competere vittoriosamente sul piano dell’export e quindi di garantire un minimo di occupazione. La minaccia molto esplicita era: “o prendete meno soldi, o delocalizziamo”. E il tedesco, disciplinato, chinava il capo. Si sa, non è di fronte ai potenti che dà il meglio di sé, povero tedesco...

E poi perché in Germania si è creato un mercato del lavoro “duale”: da un lato gli operai del manifatturiero destinato all’esportazione, che vengono pagati piuttosto bene (ma attenzione: a tenere bassi i costi ci pensa una serie di lavoratori interinali senza particolari coperture); dall’altra un esercito di sottooccupati nel settore dei servizi (che ha una produttività ridicola), cioè di disoccupati nascosti che campano con minijob a 400 euro al mese. La presenza di uno Stato sociale piuttosto attivo e prodigo di mancette a vari livelli (politiche abitative, ecc.) permette a questi sottoproletari di sopravvivere, e sono loro l’esercito industriale di riserva che permette di tener bassi i salari in Germania. Certo, se li si contasse fra i disoccupati (ad esempio facendo riferimento alle unità di lavoro, cioè al fatto che un lavoro vero conta per quattro minilavori) il quadro cambierebbe. Philippe Murer, che insegna alla Sorbona, ha stimato che facendo le opportune correzioni la disoccupazione tedesca arriverebbe al 15%. Il che spiega piuttosto bene la "moderazione", non trovate?
E al di là di questo, il mantenimento di un mercato del lavoro duale comprime i consumi (come abbiamo visto qui: nell'età dell'euro il contributo dei consumi interni alla crescita tedesca è uno sparuto 30%, inferiore perfino a quello che si misura in Cina, pari a circa il 35%, come ho calcolato nel mio libro sulla crescita cinese). Non solo: il mercato duale, ovviamente, amplifica la disuguaglianza, con conseguenze potenzialmente devastanti sul tessuto sociale tedesco, e quindi europeo, come sottolinea l’International Labour Organization nel suo rapporto 2012 (andate a vedere il box 4 del rapporto, è interessante). E la stessa ILO chiede al governo tedesco di cambiare modello di sviluppo. Comunisti? Complottisti? Chissà...

Come risolvere gli squilibri?
Molto semplice: basterebbe lasciar agire la legge della domanda e dell'offerta. Visto che i beni tedeschi sono così domandati, i loro prezzi dovrebbero crescere più in fretta, non meno in fretta, di quelli degli altri. Nel tempo i saldi esterni si riequilibrerebbero. Questa rivalutazione reale farebbe stare meglio i salariati tedeschi, inclusi quelli del settore dei servizi (che guadagnerebbero di più), e quelli italiani (che non perderebbero il proprio lavoro). Ma naturalmente la coperta è sempre troppo corta: chi starebbe peggio? Ma è chiaro: i capitalisti tedeschi. Quindi non si può fare.

Ma si può fare un'altra cosa: tornare alle valute nazionali, e lasciar agire la legge della domanda e dell'offerta sul mercato valutario (visto che su quello dei beni la Germania ne impedisce il funzionamento). Non sarebbero i beni tedeschi a costare di più, ma la valuta tedesca. L'equilibrio verrebbe comunque ristabilito (come accadde nel 1992). Dal nostro punto di vista, la fisiologica rivalutazione tedesca corrisponderebbe a una moderata svalutazione difensiva del cambio nominale (ovvia reazione all'aggressiva deflazione competitiva tedesca). Perché poi la domanda è: se svalutare quando si è in deficit è tanto vergognoso, rivalutare quando si è in surplus sarà glorioso, no? E allora perché la Germania non vuole farlo? Alla fine dovremo costringerla.

Sintesi
Il modello di mercantilismo monetario ha due limiti:

1)      la non sostenibilità esterna, che è in primo luogo non sostenibilità finanziaria dei debiti dei partner commerciali, e poi non sostenibilità reale di un modello che, se generalizzato, ci impone di esportare su Marte;

2)      la non sostenibilità interna, che è la non sostenibilità di un modello basato su un mercato del lavoro duale che esaspera le disuguaglianze e condanna il paese a vivere sempre di più sulla domanda esterna e sempre meno sulla propria, in un circolo vizioso di austerità autoimposta.

Ma Sinn questi limiti non li vede, non lo interessano. Perché il conto vuole farlo pagare a noi.

Ed è per questo che mi sono pacatamente permesso di notare che oltre che un "distratto" (perché riporta in modo falso i fatti) e un vittimista (perché si lamenta di una situazione dalla quale il suo paese ha tratto beneficio per 10 anni), Sinn è anche un economista forse un po’ sopravvalutato (perché la sua visione è necessariamente di breve respiro).

Comments welcome, inclusi quelli del povero S&P, che in fondo a me fa un po’ pena, come mi fa pena Dana, che si estasia per le mancette che il capitalismo tedesco elargisce ai suoi sottoproletari, come mi fanno pena tutti quelli che si ostinano a non voler capire quali sono le forze che li stanno stritolando. Poveracci! Nonostante la loro ottusità, non meritano certo l’orribile fine che stanno per fare (e noi con loro).

domenica 26 febbraio 2012

Sinn e l'inflazione nell'eurozona: una menzogna ripetuta mille volte...

Ricevo da un anonimo facilmente identificabile per l’apertura di vedute e per l’intento “puntualizzatore” questo interessante commento:


A me non pare che Cesaratto dica che Sinn non è un grande economista.

Dice che è un po' troppo vittimista, ma anche che su alcune questioni - importanti e ignorate prima di lui - non ha poi tutti i torti.

Cesaratto attribuisce a Sinn la dichiarazione di Bogenberg, in cui si dice una cosa interessante: le differenze nei tassi di inflazione, quelle all'origine della maggiore competitività tedesca nell'ambito dell'eurozona, sono state causate dalla convergenza dei tassi di interesse e dal conseguente ingente flusso di capitali dai paesi centrali a quelli periferici. Quindi (la dichiarazione comincia proprio così) è l'euro la causa della crisi!

Niente male, anche se il suo punto di vista è comunque... tedesco. Un punto di vista peraltro interessante, visto che capire perché c'è stata quella differenza nei tassi d'inflazione non sarebbe male.

Per il resto, Sinn compare tra i top 5% nella classifica di IDEAS. Diciamo pure che è tedesco, ma si può giudicare "piccolo" un economista con tante credenziali solo perché non si è d'accordo? In fondo, l'economia non è una scienza esatta ;-)

Probabilmente può aiutare anche lui a capire alcuni aspetti di una situazione che è comunque piuttosto intricata.



Amico anonimo,

ti ringrazio per questo display di apertura di vedute. Guarda: te le allargo ancora di più: se avrai cura di leggere per tuo diletto la Storia della luce di Vasco Ronchi, scoprirai che nemmeno la fisica è una scienza esatta, e che anche in fisica lo scienziato di turno ha a disposizione uno strumento potentissimo per gestire i fatti che non quadrano con la propria teoria: ignorarli. Di questo strumento, usato a suo tempo da Euclide, Sinn  si serve plenibus manis, come vedrai se avrai la bontà di leggermi, dopo avermi interpellato.

Comunque, hai ragione: il mio giudizio era affrettato (ma lo avevo anche detto) e non adeguatamente motivato (ma sto lavorando su tre articoli che mi prendono molto tempo, e mi scuso con tutti per i ritardi nelle risposte). Va anche detto che quello che mi disturba di più di Sinn non sono i suoi argomenti, ma il suo aspetto. Non è un attacco personale, per carità. Povertà non è vergogna, nemmeno sul piano estetico. Solo che, sai, noi mediterranei siamo memori della lezione platonica, la “kalokagathia”, un concetto che Wikipedia definisce “falso e discriminatorio”: e visto che Wikipedia detta legge, penserò sia per puro caso che la turpitudine delle basette di Sinn si associa a un cumulo di menzogne. Passo quindi a spiegarti perché secondo me Sinn non è un grande economista, ma eventualmente un gran furbetto (e leggendo Cesaratto avresti dovuto intuirlo, ma repetita iuvant).


Il “ragionamento” di Sinn
Sinn aderisce evidentemente a un paradigma economico prekeynesiano: la moneta CAUSA l'inflazione. Quindi quando nei paesi periferici arrivano i capitali (li sòrdi, alla romana) l'inflazione cresce e si creano quei differenziali che anche secondo Sinn sono all'origine del vero problema: le crisi di bilancia dei pagamenti (squilibri esterni) dei paesi europei. Questo sta scritto nel punto 1 del manifesto di Bogenberg che, perdonami, non leggo adesso per intero: lo leggerò in aereo, perché lì trovo subito il necessario sacchetto di carta.

Un ragionamento sensato, in apparenza, e infatti tu gli dai credito, giuggiolone mio (detto con affetto, sia chiaro). Solo che questo ragionamento sensato urta contro un paio di dati di fatto, e anche contro se stesso, come poi ti dirò, e come credo veda già chi sa un po’ d’economia e ha vissuto su questo pianeta negli ultimi 20 anni.


I dati di fatto
Il dato di fatto più macroscopico è che i differenziali di inflazione non possono essere attribuiti all’euro, perché preesistevano ampiamente all’ingresso ad esso e anzi da quando è entrato in vigore l’euro si sono ridotti. Quindi l'idea che a te sembra interessante (l'euro come causa della crisi) sarà anche giusta: ma la spiegazione di Sinn è palesemente falsa. Dovrai, ahimè, accontentarti della mia.

L'impudenza di Sinn è tanto più sorprendente quando si consideri che notoriamente per gli euroti (coniamo anche questo termine, ci servirà), per gli euroti, dicevo, il grande successo dell’euro è stato proprio la riduzione di questi differenziali, non il loro allargamento. Premesso che anche gli euroti hanno torto (perché la riduzione c’è stata ma non è stata un successo, come se vuoi ti spiegherò), torniamo al punto. Il punto è che siccome Sinn ha detto il contrario, mi rendo conto che tu potresti non credere a me (che non sono nel top 5% di IDEAS). Ho tuttavia abbastanza fiducia in te: spero quindi che IDEAS ti permetta di credere ai tuoi occhi. Se è così, qui sotto vedi i tassi di inflazione dell’eurozona:



Sono evidenti tre cose:

1)      i differenziali di inflazione (cioè gli scarti fra i tassi di inflazione) si sono molto ridotti negli ultimi 30 anni ed erano più ampi prima dell’euro;

2)      da quando siamo entrati nell’euro si sono ridotti ulteriormente, ma non si sono mai annullati;

3)      questi differenziali sono da sempre stati a vantaggio della Germania, nel senso che in Germania l’inflazione è sempre stata inferiore a quella degli altri paesi (con limitate e temporanee eccezioni).

Per chi ha poca familiarità coi grafici, chiarisco i tre punti. Ne vale la pena.


Punto primo: i differenziali erano più ampi prima dell’euro
Nel 1984 la differenza fra l’inflazione più alta (quella portoghese) e la più bassa (quella tedesca) era di 27 punti. Nel 2007 (l’anno prima della crisi) la differenza fra inflazione più alta (quella greca) e la più bassa (quella olandese) era scesa a 1.4 punti. 1.4 è più piccolo di 27, e questo quindi lo abbiamo capito: i differenziali si sono ridotti. Per chi invece i grafici li ama, può essere utile la Fig. 2, che riporta per ogni anno lo scarto fra il tasso più alto (ovviamente, il paese cambia, ma generalmente è Spagna o Portogallo) e il più basso (anche qui, il paese cambia, ma generalmente è la Germania).


Punto secondo: i paesi mediterranei non sono colpevoli (di quello che... non è successo)!
Si vede bene nella zona ombreggiata della Fig. 2. Siamo entrati con il differenziale a 2 punti. L’anno seguente (2000) il differenziale è quasi raddoppiato per esclusiva responsabilità dell’Irlanda, il cui tasso di inflazione è aumentato di 2.8 punti (ma la storia dell'Irlanda l’ho raccontata da un’altra parte). Il dettaglio di quello che è successo fra 1999 e 2000 lo vedi in questa tabella, che riporta nella parte sinistra la variazione dell’inflazione fra 1999 e 2000, ordinata per dimensione:


Vedi bene che a questo primo “scatto” dell’inflazione hanno partecipato tutti, oltre alla “cattiva” Irlanda (con un 2.8 di incremento). Caso strano, in testa, dopo l’Irlanda, troviamo molti “buoni”: i finlandesi (quelli che voglio pignorare il Partenone), i belgi, gli austriaci, i francesi, ecc. Noi sotto la media, con Germania, Grecia, Portogallo, ecc. Quindi non mi sembra che la colpa di questa fiammata di inflazione sia del Club Med.

Dopo questo scatto iniziale, fino alla crisi del 2007 il differenziale di inflazione è sceso (non salito), raggiungendo il minimo storico di 1.4 nel 2007 (parte ombreggiata della Fig. 2), e anche dopo lo scossone della crisi, nel 2011, il differenziale è stimato a 2.3, più basso rispetto ai 3.9 punti del 2000. E attenzione! Se i tassi di inflazione si sono venuti incontro, vuol dire che, generalmente, sono calati dove erano più alti, e cresciuti dove erano più bassi. Sai, la vita è fatta così: fatto salvo il caso dell’uomo Denim, quello che proverbialmente “non deve chiedere mai”, normalmente nella vita ci si viene incontro.

Lo scarto fra 2011 e 2000 è riportato nella parte destra della tabella.
Se l’inflazione è il male assoluto, come credono i virtuosi tedeschi (più esattamente: come fanno finta di credere i politici e certi economisti tedeschi), e se il suo incremento indica quindi vile perfidia, vedi bene che i tre perfidi dell’età dell’euro sono stati Germania, Austria e in misura molto minore Grecia! Quanto è vero quel detto che recita che quelli che sopportiamo meno negli altri sono i nostri difetti...

Chissà perché Sinn ci dice che grazie all’euro i differenziali di inflazione sono aumentati per colpa dei paesi della periferia!? (io lo so, se vuoi te lo dico). In effetti i dati ci dicono che nell’età dell’euro, fino allo scoppio della crisi, i differenziali di inflazione nella zona euro si sono ridotti, e lo hanno fatto perché l’inflazione è aumentata nei paesi “virtuosi” (“virtuosi” secondo loro, ovviamente: Germania e Austria), mentre rimaneva praticamente stazionaria o diminuiva in tutti gli altri (in certi casi diminuiva di molto, come in Olanda, Belgio, Finlandia e... Irlanda!) Capito? È successo l’esatto contrario di quello che dice Sinn: da quando c’è l’euro i differenziali si sono ridotti (non sono aumentati) e lo hanno fatto perché nei paesi periferici l’inflazione è diminuita (non è aumentata), mentre è aumentata in Germania e Austria.

Quindi, come ti dicevo, il problema non è che io non sono d’accordo con Sinn: il problema è che Sinn non è d’accordo coi dati. Il problema non è che secondo me (che come giustamente mi ricordi non sono nessuno) Sinn sbaglia: il problema è che secondo i dati Sinn mente. Con quella faccia (perdonami) la cosa non mi sorprende.

Ci sarebbe anche un altro problema, e scusami se lo rimarco. Questo problema accessorio è che tu ti sei lasciato infinocchiare. Ma questo non mi sorprende, perché essere intelligenti, come tu molto probabilmente sei, ha vantaggi e svantaggi. Lo svantaggio della persona intelligente, come te, è quello di avere un atteggiamento aperto nei riguardi del prossimo. Chi è intelligente non può albergare nel proprio petto, e quindi non può nemmeno suppporre nell'interlocutore, soprattutto se dotato di curriculum prestigioso, la sordida furbizia mercantile che trapela dallo sguardo di Sinn. Quindi, come dire, quando un intelligente (tu) incontra un furbo (Sinn), il furbo vince. Ma solo la prima volta. La seconda volta vince l’intelligente (come ci ricorda Boccaccio, ottava giornata, novella settima: enjoy!)

E a questo punto, perdonami, ma come in illustri casi precedenti, che non cito per carità di patria, credo che sia inutile approfondire un'analisi che parte da un dato di fatto sbagliato. So benissimo perché Sinn mente: perché ha bisogno di scaricare le responsabilità dell'insostenibilità dell'euro sui comportamenti della periferia. Perché Sinn è l'antigoofynomista per eccellenza: è quello che dice che essere in surplus è bello, senza capire che siccome a ogni surplus corrisponde un deficit, se si vuole crescere insieme i surplus sono insostenibili tanto quanto i deficit, e andrebbero corretti in modo simmetrico (cosa che gli economisti di buon senso capiscono e sostengono da sempre). Ma lui vuole dare la colpa al Sud, e siccome nella sua testa rudimentale c'è posto per un solo concetto (inflazione = brutto), allora per dare la colpa al Sud deve dire che il Sud ha gonfiato i differenziali di inflazione (anche se è tecnicamente falso), e deve dire che si è indebitato, senza ricordarsi di chi gli ha prestato i soldi (il Nord), di come ha fatto per accumularli (con la strategia di deflazione competitiva propria del mercantilismo monetario di cui parla Sergio) e del fatto che il creditore (a differenza del debitore) aveva, oltre all'obbligo tecnico di accertare il merito di credito, gli strumenti per capire che c'erano problemi (i saldi esteri dei paesi periferici dell'eurozona erano chiaramente insostenibili, nel caso della Grecia fin dal 2000, come abbiamo detto qui). I creditori sapevano benissimo a cosa stavano andando incontro, anzi: cosa stavano scientemente provocando: ma hanno prestato ugualmente, sapendo che qualcuno avrebbe pagato: il resto dell'Europa.

E tu dici che Sinn pone questioni interessanti e ignorate prima di lui? Amico mio, mi sembri un po' ingenuo: Sinn nasconde questioni interessanti, proprio perché non sono state ignorate prima di lui, e la risposta che tutti danno, a lui e ai suoi mandanti non piace, perché evidenzia le loro responsabilità. E a loro piace un mondo di buoni e cattivi, dove le colpe stanno tutte da una parte: ovviamente quella degli altri. Inflazione=brutto, per cui se dimostro che Greco=inflazione, ho dimostrato che Greco=brutto. Che grande economista che sono! Ho usato anche la matematica! Tre equazioni. Al costo di trenta denari.

So che repetita juvant... ma per oggi basterà ricordare solo questo: Sinn mente, sapendo di mentire, e sapendo perché mente. Molti di voi lo intuiscono, e gli altri, tu compreso, non hanno che da chiedere...


L'origine dei differenziali di inflazione, se interessa, è descritta molto bene da Cesaratto, e ho provato a spiegarla anche nel mio Crisi finanziaria e governo dell'economia. Quando se ne afferra l'origine (il "mercantilismo monetario" della Germania), si capisce anche perché un economista così illustre menta su un dato così evidente. Ne parleremo...

Erratum (27/2/2012): un gentile utente (S&P) mi fa notare che nella tabella sulla variazione dell'inflazione il pannello di destra ha un'intestazione sbagliata: in effetti, la tabella riporta la variazione 2011 su 2000, anziché 2007 su 2000. Ho corretto l'intestazione. Dal tono col quale mi ha segnalato questo errore capisco che S&P non è in grado di capire che la sua correzione rafforza il mio argomento. Proprio per questo glie ne sono particolarmente grato. Esempio: fra il 2000 e il 2007, in effetti, l'inflazione in Grecia è aumentata di 0.09, anziché diminuita di -0.01, come è accaduto fra 2000 e 2011. Ma visto che il differenziale complessivo è diminuito (Fig. 2), il fatto che l'inflazione sia lievemente aumentata nei paesi dove era più alta (+0.09 non mi sembra un aumento dirompente), non fa che rafforzare il mio argomento, cioè che nell'età dell'euro l'inflazione è cresciuta di più (ma non abbastanza) dove era bassa: +0.88 in Germania fra 2000 e 2007. Insomma: più si approfondisce e si corregge doverosamente l'intestazione delle tabelle, e più si capisce che la tesi di Sinn, secondo la quale nell'età dell'euro i differenziali di inflazione sarebbero esplosi per colpa dei paesi periferici, è e rimane una sonora stupidaggine. Al contrario: si sono ridotti, ma non abbastanza (come potete constatare nel prossimo post), per merito dei paesi a bassa inflazione.

Come vedete, fornisco sempre le fonti dei dati e sono grato a chiunque mi permetta di rilevare e correggere eventuali imprecisioni. Lo farei, e lo farò, anche nei casi in cui, a differenza che in questo, indebolissero anziché rafforzare i miei argomenti!

giovedì 23 febbraio 2012

Risparmi chi può!

Ricevo da Marco Basilisco e sottopongo alla vostra attenzione questa riflessione sulla perversa propensione all'indebitamento di certe famiglie dei paesi "periferici". Le opinioni espresse sono quelle dell'autore (Marco Basilisco).



Alberto,
capisco che stai combattendo una dura battaglia solitaria e puoi perdere lucidità. 
Ma qualche lettore del tuo blog è la prova che l'interpretazione della meccanica quantistica attraverso gli universi paralleli non è del tutto fuori luogo. Il crollo del risparmio delle famiglie italiane dovrebbe spingere a una maggiore prudenza: io, Matelda e Piermarco con due stipendi e un affitto NON arriviamo alla fine del mese. Punto. Ma di quali cazzo di suv parlano? Non posso fare a meno delle due macchine (come hai sottolineato). Una delle due non ha più la radio (rubata  e non sostituita), l'aria condizionata (troppo costoso ripararla) e il telecomando. Ho cambiato le ruote perché se mi fermava la stradale con la mia patente ci facevano i coriandoli: ed è stato doloroso.
Le chiacchiere stanno a zero. Mio padre era poliziotto e mia madre casalinga, erano immigrati da un paesino il cui parallelo è a sud di Tunisi. Hanno fatto studiare tre figli (uno fino al dottorato) e gli hanno comprato la casa a tutti e tre (almeno la prima tranche). Quindi: le casa dove stiamo ce l'hanno data i miei suoceri, quella affittata i miei genitori. Ci siamo guardati bene dall'unificarle per poter, in futuro, dare una casa ad Piermarco (e sono ben contento di averlo fatto).
Riassumendo: in questo momento per la prima volta sto provando a fare un piccolo investimento "voluttuario" (a 50 anni suonati) e sembra che sia impossibile. Non posso cioè schiodarmi dai beni immobili della generazione precedente. Vuol dire qualcosa? 
Mio fratello è disoccupato, pardon sottooccupato
Letizia, la meme chose e la lista può continuare.
L'Istat, di solito così prudente, cosa dice sul rischio povertà in Italia?
Fino a poco tempo fa' i carri dell'armata rossa scaldavano i motori a poche ore dalla pianura padana e la distribuzione del reddito era diversa.
O no?


Aggiungo due parole di commento, prescindendo dal discorso "carri armati", per il quale, non avendo una laurea in ingegneria meccanica, non sono competente.

Nel primo decennio del secolo dell'euro (2000-2010) i redditi pro capite sono cresciuti in termini reali (cioè depurandoli dell'inflazione) del 2% in Grecia, dell'1% in Germania, dello 0% in Italia. Se non li depuriamo dall'inflazione (cosa che non credo tutti i consumatori sempre facciano, o no?) i numeri sono 6% in Grecia, 2% in Germania, 2% in Italia.

I percorsi di Grecia e Italia sono simili per quanto attiene alle dinamiche del debito estero (che da noi è aumentato e in Germania è diminuito, ovviamente perché la Germania ci ha prestato la corda per impiccarci). Ma parzialmente diversi circa i moventi di questo debito. In Grecia ci può essere stata (non lo so, spero che ce lo dica qualche greco) una ventata di euforia indotta da prospettive di crescita ingannevoli (perché drogate dal capitale estero). Questo è quello che è successo in Argentina al tempo della dollarizzazione (e in quel caso lo so, sta scritto sulle riviste scientifiche).

Ma in Italia la penetrazione del capitale estero è avvenuta in parte anche "a valle" di un crollo dei redditi che l'ingresso nell'euro ha determinato in almeno due modi: la sottrazione di reddito da parte delle economie del nucleo, e, non dimentichiamolo mai, una serie di comportamenti truffaldini che hanno determinato, come ognuno di noi sa, aggiustamenti di prezzo... a senso unico, e quindi un crollo dei redditi reali, negato dall'Istat prima dell'arrivo di Enrico Giovannini, ma evidentissimo nelle statistiche a parità dei poteri d'acquisto pubblicate ad esempio dall'OCSE.

Quindi, caro Marco, che ti devo dire? A casa mia un foie gras mi-cuit e una bottiglia di Sauternes per te e per Piermarco la troverai sempre (anche se per un emigrante come te forse è sprecata). Io stavo parlando della Grecia, e facendo, dichiaratamente, un educated guess basato su quella che noi economisti ci ostiniamo a chiamare la letteratura "scientifica". Che in Italia ci sia una situazione nella quale, in presenza di redditi stagnanti, i pensionati (ma anche i docenti universitari) si indebitano per "motivi di liquidità", su questo blog mi pareva di averlo detto già, e  se non lo avessi fatto... non è mai troppo tardi. I deamicisiani sostenitori della virtù ottocentesca del risparmio, convogliato dal sistema bancario verso la costruzione di tante belle strade ferrate, ora hanno di che riflettere.

Motivi di liquidità significa per comprare il latte, o magari un quarto di vino (che sono liquidi, appunto), non per comprarsi il Suv (a 70 anni?) o la quarta casa. Ce ne sono anche, di pensionati, che chiedono mutui immobiliari. Ma quelli rientrano in un'altra statistica. Qui stiamo parlando di debiti fatti per onorare pagamenti, o semplicemente per tirare un po' avanti. Con meno di 1000 euro al mese.

Nel post precedente stavo parlando di un altro tipo di fenomeno, che si è verificato in un altro paese, con redditi in crescita, e che ha in comune con quello che sta succedendo qua forse solo una cosa, molto importante: che chi ci guadagnerà, alla fine, saranno i soliti noti.

Lucida sarà tu' sorella! Dille di rileggere quello che ho scritto il 26 luglio 2011 su lavoce.info: "L’aumento del debito estero è quindi almeno in parte riconducibile al tentativo delle famiglie di mantenere i propri livelli di consumo, intaccando la propria ricchezza netta, in presenza di redditi stagnanti o in calo."

Dici che non lo ripeto abbastanza? Magari hai ragione. Con immutato affetto...



 

mercoledì 22 febbraio 2012

Chi si è arricchito con la Grecia e come

(un post telegrafico della serie “pe’ malati c’è la china...”, o, forse, speriamo, della serie “forse non tutti sanno che”. Rimango debitore di risposte a marco e marco, la darò, ma qui si segue il principio “facit indignatio”, e quello che sto per dire serve anche a voi)




Sul blog  Voci dall'estero dell’ottima Carmen trovo, a commento di un intervento di Ambrose Evans Pritchard sul ritorno alla dracma (tema sul quale vi segnalo le parole di buon senso dell'Economist) questa sparata di un lettore:



Non saranno certo i dipendenti pubblici ad aver rovinato la Grecia (i numeri presentati da Bagnai parlano chiaro). Sono dati altrettanto incontrovertibili, comunque, il Debito Pubblico che è esploso e la bilancia corrente che è crollata dal 2000 in poi: molti greci hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità!

Io vengo da una famiglia che mi ha insegnato 2 cose:

1° i debiti si fanno se si ha la (quasi) certezza di ripagarli con il risparmio futuro.

2° per rispamiare devi avere un reddito adeguato che ti assicura solo se sei in gardo di assicurarti un lavoro (superandi, ma questa è una mia aggiunta data dall'esperienza, la voglia di spendere il tempo in modo differente). Forse molti in Grecia, negli anni scorsi, hanno pensato che qualcuno avrebbe pagato per loro?


“Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt” (Luca, 23-34).

Perché questa sequenza di ovvietà moralistiche, che ci sentiamo ripetere da giornali, “economisti” e, naturalmente, dai nostri lettori, si basa sull’ignoranza più bieca della realtà dei fatti. Ignoranza che, ovviamente, nel caso degli “economisti” è colposa o dolosa.

La visione che si tende a diffondere è questa: i greci (come gli italiani) avrebbero dilapidato i benefici conseguiti con l’entrata nell’euro, benefici rappresentati dal calo dei tassi di interesse. A sostegno di questa tesi si mostrano normalmente i grafici riferiti al costo medio del debito pubblico, che manifestano una convergenza impressionante:



Nel caso della Grecia, questa convergenza si è riflessa, ovviamente, in un calo della spesa per interessi sul debito pubblico:



Fra il 1995 e il 2002 la spesa per interessi (spezzata celeste) è scesa di ben 6 punti, e il governo greco ha mantenuto un surplus primario (cioè al netto degli interessi). Lo si vede dalla spezzata violetta, che è sotto lo zero (un disavanzo negativo, ovviamente, è un surplus). Certo, dal 2000 il surplus primario si riduce, poi ridiventa un (moderato) disavanzo a partire dal 2003. Il grafico mostra bene che se il governo greco avesse mantenuto un surplus primario intorno fra i 3 e i 5 punti, sarebbe riuscito abbastanza rapidamente ad azzerare il fabbisogno complessivo (linea rossa). Può aver fatto male a non farlo, e ci possono essere tanti motivi per i quali non lo ha fatto (inclusa la necessità di effettuare politiche anticicliche in seguito alla recessione del 2000-2001, e la “necessità” di acquistare da Francia e Germania ingenti quantitativi di armi), ma di questo parliamo un’altra volta. Quello che vorrei ribadire è che lo scoppio della crisi, qui come in Italia, ha poco a che fare con il debito pubblico, perché questo era sì alto, ma lo era da sempre, e, se pur non in calo come in Italia, se pure non sotto al 40% del Pil come in Irlanda e Spagna, era però stabile.

Quello che ha fragilizzato la situazione della Grecia (e della Spagna, e del Portogallo, e in modo analogo dell'Italia) è l’esposizione verso i creditori esteri, esposizione che ha riguardato soprattutto il settore privato. Lo illustrano bene le tendenze riportate in questo grafico:



La Grecia era riuscita a stabilizzare il proprio rapporto debito pubblico/Pil, fino allo shock recessivo determinato dalla crisi dei subprime (2007) e dalla crisi Lehmann (2008). Certo che uno dovrebbe agire prudentemente in tempi tranquilli, riducendo la propria esposizione, e certo che lo Stato greco non lo ha fatto. Ma è anche evidente dalla Fig. 3 che il dato più impressionante è l’esplosione del debito delle famiglie, fortemente correlata all’aumento delle passività lorde verso l’estero. In altre parole, il debito greco era ed è soprattutto debito del settore privato (famiglie e imprese) con creditori esteri. Debito privato del quale nessuno parla, perché ovviamente fa comodo attribuire tutta la responsabilità allo Stato e ignorare il comportamento del settore privato, che deve essere mantenuto immune da qualsiasi biasimo.

Nel caso della Grecia un po’ di biasimo credo invece lo meriti. Chi non è così ingenuo da non rendersene conto aggiunge però, come il lettore sopra, che la responsabilità sarebbe stata dei privati cittadini e imprenditori greci, che avrebbero “vissuto al di sopra dei propri mezzi” (una frase così bella e rassicurante da pronunciare). Nell’attribuire tutte le colpe ai consumatori greci, si dimenticano due cose:

1)      che l’informazione, fra debitore e creditore, è asimmetrica, e che il creditore ha la responsabilità di effettuare un minimo di screening dei prestiti che eroga;

2)      che le grandi banche tedesche avevano un notevole incentivo a prestare alle famiglie e alle imprese greche.


La responsabilità delle banche
Il primo punto è sufficientemente ovvio. Chiunque di voi abbia chiesto un mutuo in Italia sa quanto esigenti e scrupolose siano le banche italiane nel concederlo. Di fatto, quelle tedesche lo sono state molto meno. Abbiamo visto in un post precedente che tutti gli indicatori macroeconomici accettati e validati dalla letteratura scientifica internazionale mostravano fin dal 2000 che la Grecia era sull’orlo del collasso. La vera domanda rimane quindi non perché i greci abbiano chiesto prestiti, ma perché i tedeschi li abbiano erogati.


Gli incentivi delle banche
La riposta è semplice: perché gli conveniva.

Voi mi direte: “Ma come? Scusa, brutto fesso, i tassi di interesse erano perfettamente equalizzati fin dal 2000! Perché mai un creditore tedesco avrebbe dovuto prestare soldi al governo greco, a parità di tasso di interesse, sapendo in più che correva un rischio?”

E io vi risponderò: “Ma caro, ti ho appena fatto vedere che non è il debito pubblico a essere cresciuto, ma quello privato...”

E tu: “ Sì, va bene, peggio ancora: un privato offre meno garanzie. E comunque i rendimenti erano gli stessi.”

E io: “Ecco, caro, no, qui c’è qualcosa che ti hanno tenuto nascosto. Non ci vuole molto a tenerti nascoste le cose, sai, caro. Vediamo però come reagisci se uno te le mostra.”

Quello che non sapete, e forse non dovete sapere, è che nel mercato finanziario dell’età dell’euro, perfettamente integrato, non tutti i tassi di interesse erano livellati. A una banca tedesca conveniva molto più prestare a un cittadino greco che a un cittadino tedesco. Non ci credete? Ecco i grafici dei tassi di interesse sui prestiti alle famiglie (IMF, serie 60PHSZF... delle International Financial Statistics, edizione dicembre 2010. La fonte non fornisce dati confrontabili prima del 2003, ma ci interessano anche poco, perché a me interessa farvi capire perché è esploso il debito privato nel primo decennio di questo secolo):



Nell’età dell’euro una banca tedesca guadagnava in media 4 punti in più di interesse prestando a un cittadino greco. Perché? Ma per tanti motivi, incluso il fatto che siccome in Grecia l’inflazione era più alta (e nessuno se ne preoccupava) rimanevano più alti i tassi nominali (intorno al 13% anziché al 9%). Direte: “be’, ma allora il guadagno della banca tedesca viene eroso dall’inflazione, non è mica così conveniente!”. Siete proprio di coccio... Intanto, anche correggendolo per l’inflazione, il differenziale rimane alto (2.4 punti in media). Ma, soprattutto, i prestiti erano in euro, gli interessi pagati in euro, e la banca poi se li riportava, se voleva, in Germania, no? Dove i prezzi non crescono... Chiaro?

Guardatevi gli spread sui prestiti a famiglie, imprese e Stato (sempre International Financial Statistics, per le imprese la serie è la 60PCSZF...):



Chiaro, no? Lo spread sui titoli di Stato, quello in verde, quello del quale tutti vi parlano, effettivamente era esiguo. Per lo Stato le cose si mettono male dal 2007 in poi, per i noti motivi. Ma per i creditori tedeschi le cose si erano messe piuttosto bene fin dall’inizio, direi, soprattutto se decidevano di prestare alle famiglie.


La contraddizione degli omodossi
Gli economisti omodossi o prekeynesiani che dir si voglia vengono a raccontarci che il problema è la produttività, che bisogna produrre, lavorare di più, svegliarsi all’alba, tirare notte a produrre, produrre, produrre. Se qualcuno chiede: ma a chi vendiamo? La risposta è: l’offerta crea la propria domanda.

Sarà... Prendiamola per buona...

Ma allora vale anche nel caso dei prestiti, giusto? Non sarà un po' vero anche qui che è l'offerta di prestiti (da parte delle banche) a creare la domanda (da parte dei cittadini)? E allora perché ci dite che qui la colpa è solo della domanda? Cioè: perché ci dite che la colpa è delle cicale greche che non sapevano che sarebbe arrivato l’inverno. Vogliamo prendere almeno in considerazione quella che a me sembra l’ipotesi più plausibile, cioè che l’offerta di prestiti da parte di banche desiderose di collocare ingenti eccedenze finanziarie (risultato di surplus commerciali drogati dall’euro), abbia in qualche modo (attraverso strategie di marketing, attraverso il naturale desiderio di “recuperare posizioni” da parte di cittadini di un paese relativamente meno avanzato, attraverso la percezione del costo reale del debito distorta da un tasso di inflazione elevato, ecc.), abbia, dicevo, favorito la “domanda”? Che siano cioè state le banche, che sapevano che esisteva un rischio, a indurre i cittadini e le imprese greche a indebitarsi, perché ci guadagnavano, e perché sapevano che tanto alla fine i loro Stati (Germania, Olanda, Belgio, Francia) ci avrebbero messo una toppa, o avrebbero costretto il governo greco a farlo. E questo è il solito meccanismo della crisi fotocopia, descritto così bene da Roberto Frenkel: imposizione (dal Fmi o dall’“Europa”) di un tasso di cambio sopravvalutato, innalzamento degli spread, arrivano i capitali, fanno profitti, li rimpatriano, e poi se ne vanno lasciando le macerie, o comprandosele a prezzo stracciato. Salvo il caso che qualcuno non ci stia, come in Argentina. Leggetelo Frenkel, cari, leggetelo. Se avete problemi con l’inglese ditelo, che ve lo traduco.

In altre parole, amico caro, so che è più difficile e meno rassicurante da dire, ma... non sono stati i cittadini greci a vivere al di sopra dei propri mezzi. Sono state le banche tedesche a farlo, sapendo di poterlo fare, perché alle brutte i loro mezzi sarebbero stati i nostri, come i fatti stanno dimostrando. Non sono stati i cittadini greci a pensare che qualcuno avrebbe pagato per loro: sono state la banche tedesche a sapere che qualcuno avrebbe pagato per loro. Tu (caso mai non te ne fossi accorto). I cittadini greci, loro, potevano anche illudersi di farcela, perché possiamo anche concedergli, visto che anche tu tante cose non le sai, che loro non capissero che la crescita che stavano sperimentando era drogata dal capitale estero. Ma le banche, i pusher, che stavano vendendo droga lo sapevano.

Se hai capito, chiedi scusa ai greci. Se non hai capito, capirai quando toccherà a te. Perché ti toccherà, nonostante quello che ti hanno insegnato il tu’ babbo e la tu’ mamma (semper certa).

Cordialmente (ma solo perché so, come diceva Lui, che non è colpa tua).