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sabato 28 gennaio 2012

Dalle cloache della finanza: Panty strikes back...

Il mio più colossale fallimento educativo, er Pantegana, replica alla provocazione che gli ho lanciato in coda al post sui Keynesiani del VII giorno. Il suo intervento secondo me cade a pennello con la piega che ha preso il nostro discorso. Si parla di "visione", di superare il tecnicismo economicistico, ecc. ecc. Va anche detto, a proposito di tecnicismi, che ogni tanto mi sembra che mi stia facendo la supercazzora (quella del conte Mascetti). Ma prima di essere un buon professore sono stato un buono studente e so far finta di capire alla perfezione. Non dico altro perché non voglio influenzare il vostro giudizio, che mi interessa sincero e schietto. Voglio solo precisare che sono stato suo professore di Econometria, non di Politica Economica (a scanso di equivoci). E ora fatelo a pezzi... ;)




Caro Alberto, sono la tua pantegana, umile ex-studente (ormai più di dieci anni fa...) ed oggi succhiatore di sangue...delle vecchiette. Complimenti per il blog, per i temi trattati e per il taglio degli articoli.


Che dirti, sul tuo articolo sulla finanza e sulla così detta "deregulation" o pseudo-problema. Ne ho diverse di osservazioni ma a dirti la verità non so se avrò la disciplina di argomentare in ordine di importanza come riesci a fare tu (tra l'altro complimenti perché sei fertilissimo in termini di alimentazione del blog....davvero strabiliante, neanche Sant'Agostino scriveva con questa profusione...beato te).
 

Tutto vero il discorso sugli animal spirits degli investitori, sulla deregulation intrinseca al sistema. Però è tutto vero da cento anni a questa parte, chi non ha chiare queste cose (e parlo in generale a chi legge di mercati, di notizie, di politica e di cose che succedono in giro) forse si accosta al mondo con animo un po' troppo verginello...e vergine non è né la politica, né la finanza, né il sistema di potere che domina le università (compresi corridoi, stanze illuminate e non, stampanti e fotocopiatrici, e diritti di posto privilegiato nel portaombrelli....). Io sostengo una tesi molto semplice (forse troppo, ma in questo mondo "barbellizzato", i1 cervello pensante ogni 10.000 beoti, bada bene io sono tra i beoti ovviamente) può essere interessante porre sul tavolo qualche idea:
 

PRIMO TEMA 

Regolare i mercati dovrebbe significare innanzitutto esigere che le banche (gli intermediari per eccellenza) decidano cosa "fare da grandi": o si prestano soldi agli imprenditori ed al mercato retail oppure si fanno le banche d'affari, ovvero asset manager, ovvero private equity, ovvero prop trading desks, etc. etc. Se un imprenditore vuole intraprendere l'attività di intermediario bancario deve scegliere ed in base alla scelta otterrà diverso trattamento, diverse tutele in virtù di un ruolo diverso all'interno dell'economia... inutile dire a quale dei due lo Stato riconosca un ruolo chiave   funzione di cerniera tra creditori e debitori. Tutto ciò in America esisteva già in base ad una legge che è tornata agli onori della cronaca proprio durante la crisi Lehman... (Glass-Steagall) poi però gli americani (di cui tessi le lodi a livello accademico sovente nei tuoi articoli) col piffero che sono andati avanti.
 

D'altronde è chiaro quali lobby alimentino la stanza dei bottoni negli stati uniti... non certo i politici o i pagliacci che vanno ai caucus sventolando le bandierine e deglutendo mostarda. Se hai visto Wall Street 2 (ma tu non l'hai visto perché fa poco accademia e molto rampolletto che mastica frasi fatte sul valore delle cose...) c'è un tizio vecchietto e gobbo di una nota banca d'affari che muove le cose da una regia in backstage (muove la Fed, muove la politica, muove tutto). So che sai di chi parlo perché non parlo di una persona né di una lobby generica... Lehman, Morgan Stanley etc etc. hanno alimentato la bolla vendendo Corporate Default Swap su sottostanti di cui non sono e non potrebbero essere mai garanti, (puoi vendere un CDS sul debito degli Stati Uniti?? Fa ridere.. e se fallisce chi paga Goldman...? "ma mi faccia il piacere..." diceva Totò (come vedi le mie citazioni sono by far più grossolane e rozze delle tue...facciamo che gioco sul difensivo understatement).
 

Dunque la bolla immobiliare si è propagata a dismisura trasmettendosi all'economia reale proprio perché gli istituti di credito di tutto il mondo erano pieni di questa roba... ma che c'entra col credito erogato al bravo imprenditore di Pistoia? Nulla, appunto. Il buon Gandolfo, in appendice al suo libro di Economia internazionale di 12 anni fa scriveva che dai recenti studi accademici sul tema (a partire dalla crisi asiatica e, se non ricordo male quella russa) le crisi nascono ormai sovente dal settore bancario, cioè le crisi sull'economia reale hanno un legame molto stretto con l'attività di intermediazione creditizia... (del resto non è cosa difficile da concepire per un Goofynomist di razza che legga il tuo sito...).



SECONDO TEMA

La leva. Che parola altisonante....che roba strana... (c'è tutto il male del mondo). Se tu realizzi attività di gestione del risparmio o di intermediazione creditizia non puoi arrivare ad impieghi pari al 300/400/1000% del tuo patrimonio... c'è una normativa (la UCITS) che regola la capacità di esporsi ai rischi per un certo tipo di operatori/prodotti (cioè a quei famosi rapporti tra creditore e debitore che tu spieghi in maniera cristallina nei tuoi articoli) che impedisce assunzioni di rischio in eccesso a delle soglie ben definite. Di qui tra l'altro la genesi degli aumenti di capitale osservati a profusione nello scenario europeo (e soprattutto italiano) degli ultimi giorni. Proprio l'utilizzo della leva deve distinguere gli operatori di tipo istituzionale da quelli più speculativi con diverse tutele, diversi regimi fiscali e via dicendo.
 

Le crisi non dipendono dal fatto che io compri Unicredit e la rivenda dopo un giorno o due...assolutamente no. Questa è una tesi non completa, il problema è che se io con 1.000.000 di Euro assumo una posizione pari a 10 volte su Unicredito di tipo short, e se insieme a me lo fanno 1000 individui... allora sì che i mercati assumono una potenza distruttiva (anche se alimentati da quattro o cinque grossi player organizzati...).



TERZO TEMA

I prodotti di risparmio non sono più quelli semplici semplici che troviamo nei libri del 1936, il problema qui è che la regione X, con l'autorizzazione di un assessore regionale incaricato della finanza negozia un collar bond per qualche centinaia di milioni di euro non avendo capito una beneamata fava dei rischi che corre e che fa correre, tanto non è un suo problema che succede all'Euribor tra tre anni, lui è alle Maldive con la moglie spesato dal broker compiacente.
 

I prodotti devono essere chiari al pubblico, più semplici, fit for purpose. La maggior parte di coloro che hanno sottoscritto i bond a cui erano collegate delle cartolarizzazioni non avevano capito una mazza di quello che c'era dentro e del fatto che il debitore finale fosse inserito in una catena infernale...ed infatti alla fine non ha pagato nessuno (anzi si, uno si, la tua adorata vecchietta).

I mercati finanziari saranno sempre soggetti a bolle, hai ragione, ma chi deve sapere sa benissimo cosa andrebbe fatto, ciò che potrebbe incidere pesantemente sui meccanismi perversi e ridare un po' di senso alle cose... ma non lo farà mai perché alla fine del giro debitore / creditore c'è un creditore di ultima istanza (cioè il creditore super-senior) che poi è il vecchietto di wall street "2"... che non permetterà ma di porre una cesura tra economia reale ed economia finanziarizzata... a meno che non sia sull'orlo di perdere tutto il sistema (cosa a cui siamo arrivati nel 2008...e si stava appunto per realizzare rivitalizzando la Glass-Steagall). Qui si entra in un tema più Trotzkista che mai...sulla pervasività del capitalismo in senso lato....
 

Ma la vuoi sapere l'ultima...il capitalismo vecchio stile è morto, gli americani sono dei morti di fame che domani (con il Quant easing 3 più prima che dopo) avranno il debito/Pil al 150%... se qualcuno smette di comprare dollari diventano il Burkina Faso. Ormai c'è il comunicapitalismo. Quello Cinese, cioè un gruppo comanda, fa soldi a palate ma preferisce reinvestirli al 100% impiegando nuove risorse e ruotando così il ciclo alla velocità della luce. Poi se qualcuno non è d'accordo... be’ diciamo che gli si fa cambiare idea, con le buone o con altri mezzi. E dove stanno le minigonne del capitalismo? Quelle degli anni 60? E' tutto finito, il capitale non è libero, vince la politica (quella dei dazi, dei cambi rigidi, dello sfruttamento dei lavoratori e della propaganda forzata).
 

A differenza della Cina in Italia riesci a fare questo anche senza violare i diritti dell'uomo, basta rimbambire per 20 la popolazione con la televisione che alla fine crede a quello che dice chiunque basta che lo dica in maniera autorevole.... (roba da pazzi, lo so che con te sfondo una porta aperta...)



FINE DELLA PARTE SUI MERCATI, IL RESTO CHE AVREI DA DIRE ANNOIEREBBE PARECCHIO E SAREBBE INUTILMENTE TECNICO.
Sugli articoli dell'Euro ne avrei parecchio da dire, non per difendere il buon Milton Friedman, le cui tesi non mi pare di aver letto nel dettaglio nei tuoi articoli... ma ammetto di non essere riuscito a leggere ancora tutto il sito. Quindi so che mi "blasterai” sul tema, ma dico che nel tuo blog domina una letteratura un po' unilaterale...(mi dirai, io scrivo quel che cavolo mi pare sul mio blog...e hai ragione....). Comunque da che parte stai diciamo che si capisce (il tutto ben corredato da argomentazioni grafici e numeri per carità). Nulla da obiettare sul piano tecnico-scientifico (io al contrario di Dana74 non ho neanche lo standing di accostarmi al simposio scientifico trattato dal sito...tuttavia qualche idea ce l'avrei, un punto di vista. Tanto per gettare un po' di benzina e fare la fine di Dana74, mi raccomando mi devi letteralmente distruggere alla fine delle mie parole...alla fine Dana deve sembrare una privilegiata)...


Galeazzo Impicciatore, nella sua "r" moscia incomprensibile al corso di Economia 1 sentenziò che l'euro era una roba che non lo convinceva affatto per evidenti rischi di togliere ai sistemi economici partecipanti al progetto "Euro" quel grado di elasticità nell'assorbire i disequilibri di bilancia dei pagamenti che avrebbero portato a conseguenze a tutti note...roba che mi sembra far parte ormai del tuo contro-mainstream....


Io sono convinto che una volta ancora l'economia (e la rigorosa speculazione scientifica che vede contrapposti monetaristi e keynesiani) debba fare un passo indietro rispetto alla politica. Ho l'impressione che l'Euro sia un progetto politico prima ancora che un progetto economico. L'Europa nel quadro mondiale si è sentita di non avere le carte per sedere al tavolo con altre potenze emergenti da una parte ed i noti incumbent dall'altra...Sicuramente lo stimolo tedesco non è stato quello di regalare la propria produttività e rigore fiscale ai membri dell'eurogruppo (sposo a pieno il fatto che con l'euro la Germania si sia garantita un mercato bello ampio senza problemi legati al tema del cambio....anche se con te ho un questione aperta su quanto incida sulla bilancia tedesca il mercato interno rispetto al resto del mondo...).
 

Insomma penso che si debba guardare un po' in là dello stato di fatto. Le rigidità del mercato del lavoro, che forse sono il vero nodo di Gordio da sciogliere per poter davvero immaginare una Europa unita in grado di funzionare potrebbero essere nel tempo riassorbite da politiche di integrazione (lingua nelle scuole obbligatoria, una lingua ufficiale condivisa e d'obbligo, facilitazione per lo spostamento delle risorse, incentivi per la casa, fiscali...insomma politiche che riducano le rigidità di spostamento e permettano maggiore integrazione in maniera da assorbire meglio le crisi regionali che potrebbero generare squilibri nella così detta OCA....so di non stare procedendo con il tuo rigore scientifico ma credimi, passo la giornata ad invertire matrici e fare ottimizzazioni con MatLab e VBA, non ho un problema di numeri, passo la giornata a fare modelli di ogni tipo... ma credo fermamente che un gruppo di persone funzioni non in base ai parametri macro ma a scelte condivise...).
 

Getto una provocazione di nuovo avocando le tue invettive, ma quando hanno unito le due Germanie non erano forse evidenti differenziali di crescita, di inflazione e organizzazioni sociali diverse?... E' stata una scelta politica o economica? Qui sto davvero chiedendo perché mi pare tu abbia già trattato il tema da qualche parte e sicuramente hai un contributo assai più robusto del mio. Credere nell'Europa è innanzitutto una volontà politica, o c'è o non c'è ma non si può avanzare il pregiudizio che i parametri di base debbano rientrare in un quadro specifico, se si parte così allora la volontà politica non esiste...
 

Dunque l'idea di Europa e di costruzione di una realtà politica deve (se ne sussiste la coscienza dell'opportunità) partire da basi più solide. Che oggi non ci sono, ed è questo il problema, non credo siano i differenziali di inflazione o la produttività. Cioè è chiaro che dopo secoli di divisioni non si parte da economie simmetriche e con parametri in banda...ma sinceramente se questa è la condizione mi sembra che partiamo un po' poveri di aspettative, di idee, di aspirazioni.
 

Tutto questo oggi è in crisi perché manca la volontà politica, la coscienza di un vero vantaggio per tutti, o meglio i leader pensano che i costi per avviare la vera unificazione non siano "convenienti" per i partecipanti ricchi. Vero ma tutto qui? Questa è la nostra capacità di vedere al futuro? Stiamo incorporando gli scenari futuri? Vogliamo fare le svalutazioni competitive della lira per vendere più TodS??? Ma domani le Tods le faranno in Burundi molto meglio di noi....se facciamo leva sugli investimenti in istruzione dell'Italia tra qualche hanno possiamo costruire i pallottolieri per gli indiani (che poi ce li rivendono come asset per le scuole).


Accetto l'ipotesi dello scioglimento dell'euro. Non penso sia un problema di miopia economica, penso sia la manifestazione di una coscienza collettiva dell'inutilità politica dell'accordo. Ma non sono convinto che stiamo fattorizzando tutte le opportunità che da questo progetto potrebbero emergere.
 

UN’ULTIMA RIFLESSIONE SULLA GERMANIA
Che gli stimoli monetari siano parte integrante di una sana politica di adattamento al ciclo, ok. Che permettano di smussare le inevitabili fasi difficili e dare flessibilità al sistema, ok. Tuttavia in un interessante capitolo del buon libro di Guido Carli (quello che propina il Prof. De Cecco all'esame), c'è una interessante analisi sugli effetti degli accordi negoziali che hanno sull'economia e sulla crescita aspettative di inflazione crescenti. 
 

Non riprendo il libro in mano perché non voglio accanirmi sulla singola tesi, in sostanza lì si dice che la stabilità delle aspettative di inflazione nell'economia salariale (sindacati-imprenditori) così come in tutte le negoziazioni contrattuali pluriennali che alimentano l'economia e scandiscono la crescita dei prezzi è di fondamentale importanza. Aspettative di crescita di inflazione bastano ad adeguare le negoziazioni ed autorealizzare le aspettative. Non diceva Lucas una cosa del genere? (e qui aspetto la mannaia del buon Albertone che mi subisserà di articoli contro Lucas e tutto il cucuzzaro di Chicago....). Tra l'altro un bel libro chiamato "processo agli economisti" pubblicato uno o due anni fa autore "Petrini") argomenta una interessante tesi contro Friedman, scuola di Chicago e tutti i filistei... (se no mi dici che faccio il partigiano....). Ma il motivo per cui la Germania oggi fa la prima della classe non è (a mio avviso) solo perché ha sfruttato l'euro per riequilibrare lo sbilancio delle partite correnti che la vedevano un forzato importatore netto in carenza di compratori per via del marco troppo forte....ma soprattutto una economia dominata dalla produttività e dalla disciplina sociale: il tedesco va in azienda in ciabatte, però lavora bene, lo fa in base a regole condivise e chiare al gruppo con cui lavora, sa progettare, sa pensare, sa anche fare pubblicità (da qualche tempo a questa parte...) insomma il fattore produttività è essenziale. Dominano in prodotti ad alta tecnologia e meccanica, è gente che scrive paper e fa ricerca, insomma sono fissati con l'economia reale. 
 

Forse un po' troppo talebani sul lato monetario però da un certo punto di vista dicono: "perché" hai bisogno di stimoli se fai le cose fatte bene? Se ti sai organizzare, inventare, coordinare, scrivere e fare di conto? La metto facile per dire che è un monetarismo focalizzato sulla produttività e sulla qualità (non è il prodotto cinese che costa un caz...e si scassa subito, oppure è fatto con vernice tossica, oppure è prodotto con gente che respira biossido di carbonio in uno scantinato.....). So che queste cose non le devo raccontare a te che le sai meglio di me, ma quando disegni il quadro fatto di "cambi"/bilancia dei pagamenti e altre variabili macro mi viene voglia di inneggiare ad una micro-fondazione delle dinamiche che a mio modo contano parecchio nella big picture. Detto questo i cinesi ormai pubblicano come matti, fanno ricerca alla grande e sono sicuramente degli ingegneri eccezionali. Domani saranno una potenza anche intellettuale del pianeta. Domani presto, intendo. Gli manca un pizzico di creatività....chissà col tempo. Un giorno Marchionne disse "se i giapponesi si mettono a fare macchine che siano anche belle esteticamente allora siamo finiti...."

Ora ho un po’ di sonno, e dopo aver bevuto l'ennesimo litro di sangue dell'ennesima vecchietta mi ritiro nella mia bara, levati i denti aguzzi dall'apparecchio, e pregando perché Mario Monti permetta a mio figlio di prendere un taxi in pace nel 2032..... 

Sei grande prof.


E come si dice a Livorno: ora ti caa l'orso... Dedicato a quella santa donna di tua moglie, cui troppo tempo sottraesti con la tua lettera... Quando i Goofynomist ti avranno sbranato (se no ci penso io) mi prenderò cura di lei e delle tue creature... E dire che suonavi così bene il piano jazz... Quid non mortalia pectora coegis, auri sacra fames!

venerdì 27 gennaio 2012

Premi Nobel

Sto rileggendo un libro di un premio Nobel, Frisch. No, non Ragnar, il maestro del mio maestro. Sapete che l'economia mi interessa poco. Parlavo di Karl, Karl von Frisch, quello che ha interpretato il linguaggio delle api.

Una lettura che mi commuove per due motivi.

Intanto, perché è commovente e rassicurante vedere come delle creature intelligenti, poste di fronte a uno scopo degno di essere perseguito, riescano a trovare il modo di comunicare, anche senza iPhone, anche senza scrittura, anche senza laringe. Forse, con un piccolo sforzo in più, c’è speranza anche per noi. Certo, ci vorrebbe uno scopo...

Ma soprattutto è commovente osservare le date delle ricerche citate in bibliografia.

Ecco, nel 1934 c’era uno che si preoccupava di stabilire se l’alfametilmannoside, che a noi sembra dolce, sembrasse tale anche alle api (so che siete curiosi: pare di no). Cercava poi di definire quale fosse la soglia della loro percezione del dolce, e di verificare se viceversa ci fossero sostanze che a noi paiono amare, ma alle api no. La scienza, da Talete in poi, ha sempre visto il risvolto applicativo. E così, visto che si era in crisi, e poi in guerra, e che lo zucchero dato agli apicultori per aiutare le api a svernare era opportuno non andasse utilizzato per il consumo umano (dove vigeva il razionamento), ecco che Frisch scopre che l’octoacetilsaccarosio, che a noi fa schifo (a cominciare dal nome) non viene percepito dalle api, e quindi può essere utilizzato per denaturare lo zucchero per uso “agricolo”, anche perché si degrada rapidamente, e quindi la qualità del miele non viene compromessa (inutile dire che gli apicultori di questo zucchero ne chiesero poco, a riprova del fatto che serviva più a loro che alle loro creature: la disciplina dei tedeschi, naturalmente, quella che gli evitava di porsi troppe domande, per obbedienza allo Stato... quello stesso Stato che però frodavano sullo zucchero).

E lo studio pubblicato nel 1946? Die Tänze der Bienen. Ci sarà voluto qualche anno, no, per scriverlo?

Il mondo crollava, e crollava in un modo che faceva disperare che qualcosa potesse mai rinascere dalle sue rovine. E in effetti allora come ora porsi troppe domande sul dopo non credo avesse senso: il presente era già abbastanza difficile da gestire. Sufficit diei malitia sua. Esseri umani si accanivano contro altri esseri umani al di là della soglia di qualsiasi concepibile errore, ma uno stava lì, accanto alla vaschetta con l’acqua zuccherata, catturava con delicatezza l’ape che si era avvicinata a suggere, la tingeva con qualche puntino di gommalacca, secondo un ben definito codice, concordato coi collaboratori, poi tornava all’arnia sperimentale, a vedere che cosa l’operaia avrebbe raccontato alle sue colleghe, e come. Quanto zucchero c’è? E dov’è? E poi via, a casa, all’università, o a quello che ne restava, nel 1944, a scrivere un articolo, che suppongo, avrà passato un normale referaggio, verosimilmente nel 1945.

Nella totale abolizione di ogni senso la scienza stava andando avanti, facendo cose utili che sembravano inutili, e certo anche cose inutili che sembravano utili, e che magari torneranno a sembrare utili, come è sempre successo... ma stava andando avanti. Che è quello che tutti speriamo e ci auguriamo stia succedendo anche oggi.



Dedicato a rockapasso. “Ma non dovevi fare le slides? Sei peggio di tuo figlio con la Play... Il blog ti sta rovinando la carriera”. Fosse solo per il tempo che ci passo... Ma a me mme piace. E dove c’è gusto non c’è perdenza. Del resto, se non lo sai tu... E ora slides: gli IDE nei paesi emergenti. Dal ponte del Titanic...

mercoledì 25 gennaio 2012

Le riforme strutturali secondo l'ILO

Si avvicinano le elezioni. A Davos Angela Merkel si accorge che “nessuno crederà all’Europa se in Europa non c’è lavoro”. Certo, lei ha un problema che il nostro governo non ha: siccome in Germania, a differenza che da noi, le elezioni non sono passate di moda, lei, che vorrebbe farsi rieleggere, qualcosa deve dire. Ma per non sbagliare, dopo le affermazioni di principio, si rifugia nel solito discorso vacuo, quello delle riforme strutturali, sempre invocate, e mai specificate (aveva ragione Mario Nuti a parlarne male. Ma allora perché è pro-euro?). Queste riforme per tutte le stagioni (elettorali)... Sì, sono proprio quelle la cui assenza, secondo i piddini liberisti, ci ha messo dove stiamo (la svalutazione reale del 20% della Germania? Quella? Una passeggiata di salute. E poi se sei liberista devi solo sapere la microeconomia, notoriamente: la macro non serve).

Certo, siccome i nostri governanti quali siano, queste riforme, non ce lo dicono, bisognerà che ci giriamo intorno per capire di cosa si tratta.

Essere ospite in un paese libero aiuta. Fossi in Italia avrei senz’altro saputo cosa pensa Casini del monitor, scusate, del monito di Napolitano. Voi siete prudenti e a me non lo chiedete (grazie). Ma siccome sono in Normandia, ho saputo invece che ieri è uscito il Global Employment Trends 2012 dell’International Labour Organization (ILO). Titolo: “Evitare l’aggravarsi della crisi occupazionale”. E fino a qui, rimaniamo nelle affermazioni prive di contenuto: chi vorrebbe aggravarla, la crisi? Poi andiamo a leggere, e cominciano le sorpresine. Basta dire che secondo l’ILO (iscritta ex officio a Goofynomics) la chiave per risolvere la situazione sta nelle politiche macroeconomiche, che andrebbero fatte anche un po’ per aiutare i lavoratori, e non solo le banche (lo dicono in termini più accademici, ma il concetto è questo e sta a pag. 87). Perché se la spesa pubblica è indirizzata a impieghi più produttivi dell'incremento dei meritati bonus al management bancario, non necessariamente porta a un debito pubblico più alto (che poi è quello che ci dice sempre Gustavo Piga).

Ed è anche interessante la presentazione che del rapporto fanno qui al telegiornale. Perché voi forse vi ricordate della mia adorata Dana74, quella che, partendo dal presupposto giusto e nemmeno tanto implicito che siccome insegno all’università sono un coglione che non conosce i dati, lei, che è furba, mi riportava i dati di non so quale pennivendolo, riferiti al salario dell’operaio Volkswagen (si chiama anacoluto, così evitate di fare segni blu sullo schermo: mi piace sgrammaticare quando parlo con Dana, è un mio piccolo vezzo, suvvia, concedetemelo)!

Certo, un operaio della Volkswagen guadagna più di me (e a quest’ora si riposa).

Ma il giornalista francese osserva che ormai in queste aziende lavorano moltissimi interinali, senza particolari garanzie (non ci sono comunque minimi contrattuali da quelle parti), e che la Germania non produce solo Volkswagen (pensa che era venuto in mente anche a me!). E l’ILO rincara dicendo che queste politiche a beneficio del manifatturiero tradable hanno creato vari problemi. Non solo quelli procurati ai partner europei dalla svalutazione reale competitiva, della quale vi ho parlato spesso qui, ma anche quelli causati all'interno della Germania da un aumento senza precedenti della disuguaglianza dei redditi. Cosa significa? Ce lo spiega il giornalista. Significa ad esempio che 7.4 milioni di tedeschi (cioè un non trascurabile 19% degli occupati) hanno mini job nel settore dei servizi, cioè lavori da 15 ore a settimana per 400 euro netti, che sono un po’ pochi per campare. Chi può cerca di cumularli.

Aumento della disuguaglianza in Germania... aumento della disuguaglianza in Germania... già sento Alex che scalda i motori!

Insomma: quante sorprese! Non ce lo saremmo mai aspettato! Sapete Aldo, quello del trio (Aldo, Giovanni e Giacomo). Ecco: io vedo Aldo, con la sua enfasi insulare: “miiiiiii, tu vuoi dirmi che le riforme strutturali sono la precarizzazione selvaggia del mercato del lavoro? Ma perché devo sempre essere io l’ultimo a sapere le cose!?”.

Perché non mi ascolti.

Come Dana.



Dedicato a Dana (again). Sei il mio mito. Dai, non ti incazzare, lo so che sono una bestia, ma è il mio modo di dimostrarti il mio affetto. Sai, io sono molto competitivo. E tu sei un’asticella molto, ma molto alta. Non posso più fare a meno di te. Un giorno riuscirò a farmi capire. Vieni al nostro convegno? Aspetto fiducioso un'altra raffica di improperi su CDC. E devo ancora riparlare della decrescita... Tu però, Pippo, non fare la spia come al solito!

martedì 24 gennaio 2012

Non è un summit.

Comunicazione di servizio
Sul sito dell'INFER (International Network For Economic Research) è uscito il call for papers del workshop che ho proposto per studiare le exit strategies dalla crisi (incluse quelle dall'euro). Il titolo è piaciuto, gli è sembrato provocative, e lo hanno accettato. Trovate più informazioni nel sito che ho messo su.

Sono molto grato all'INFER per il sostegno che ha dato e la pubblicità che sta dando a questa iniziativa, e in particolare sono grato ai colleghi dell'Università di Coimbra, che ho conosciuto a giugno in occasione di un convegno in onore di Tony Thirlwall, e ai quali, essendoci trovati in tre, un italiano, un greco e un portoghese, mi era sembrato naturale proporre un workshop sui PIGS (anche perché ho lasciato lì un conto in sospeso). Sono loro che mi hanno messo in contatto con INFER: gliene sono molto riconoscente.

Sono molto riconoscente anche ai due studiosi che hanno accettato di intervenire come keynote speakers: Ugo Panizza, che è uno dei massimi esperti mondiali in tema di costi macroeconomici del default pubblico (vi ho presentato qualche tempo fa il suo lavoro su Too much finance), e Roberto Frenkel, del quale ho molto apprezzato, fra l'altro, A developing country view of the current global crisis, per un motivo "sentimentale": la sua spiegazione della crisi Argentina coincide esattamente con la spiegazione che do ai miei studenti della crisi italiana, il che mi conferma in un'idea estremamente ovvia per molti di voi, ma, vi assicuro, fuori dall'Italia anche per il mainstream, ovvero che l'entrata dell'euro, privandoci di sovranità monetaria, ci ha trasformato di fatto dal punto di vista finanziario in un paese in via di sviluppo, cioè in una terra da conquista.

E non voglio dimenticare Josef Brada, che ho conosciuto organizzando a Pescara una conferenza sull'economia cinese tre anni or sono, e che mi ha amichevolmente offerto la disponibilità a pubblicare i migliori lavori presentati al workshop su Comparative Economic Studies, un giornale sul quale si esprimono economisti di un certo livello (poi uno può anche non essere d'accordo, o dire "ma lui aveva detto", o "ma lui non aveva detto", ma il livello c'è e si vede...).

Non è un summit (che non saprei nemmeno esattamente cosa sia, non ne ho mai visto uno organizzato da un'università) ma un workshop, può venire chi vuole, e domandare quello che gli pare. E chi è interpellato darà la risposta se la sa, altrimenti no. Ho cercato di coinvolgere anche persone che la pensassero in modo diverso da me (ad esempio, Elias Soukiazis, di Coimbra, è decisamente pro-euro, o almeno lo era fino a un mese fa), perché mi hanno insegnato che la scienza funziona così, e io, che sono un credulone, ci ho creduto, e siccome sono anche un abitudinario mi sono abituato a pensarla così. Che è poi il motivo per il quale sono sempre grato ai rari troll di passaggio.

Spero di vedere molti Goofynomisti fra il pubblico. E spero anche che l'euro arrivi fino a giugno, altrimenti mi tocca rifare il call for papers e il sito. Il corralito mi piacerebbe vederlo dopo, dall'alto (delle montagne, possibilmente non dei cieli)...

Allora... tenetevi liberi (a meno che non siate tutti invitati al matrimonio di S.P.)!

lunedì 23 gennaio 2012

Tesoro parliamone, siamo in crisi...

(no, non te, Ro', è una cosa di lavoro...).


Ricevo dai simpatici e bravissimi studenti dell'Università di Torino i video dell'incontro "Quanto possiamo crescere ancora", al quale ho partecipato a novembre, nel quadro del ciclo "Tesoro parliamone: siamo in crisi!". Altri relatori: Francesco Daveri e Carlo Stagnaro (apprezzerete l'ordine rigorosamente alfabetico delle presentazioni)...

Naturalmente si è presentato anche lì il tema della decrescita, per colpa di Jacopo, che vedete a destra del prof. Daveri... se non ricordo male (per i nomi sono un disastro)!

Poi però si è parlato anche di altro.

Questo è il primo video (che comincia un po' in ritardo), e questo è il secondo video, che offro ai vostri commenti. Non credo ci troverete niente di nuovo per quel che riguarda me. Ma qualcosa di sorprendente in quello che dicono i  miei colleghi potreste trovarlo.

Enjoy responsibly.

venerdì 20 gennaio 2012

Il manifesto manifesta

Ci risiamo. Sul Manifesto di ieri leggiamo il periodico “accorato appello” del direttore Parlato: ci stanno togliendo i soldi, la decisione è stata presa dagli Uffici della Camera (i politici non ci si sono nemmeno sprecati), che si sono battuti il belino degli appelli del Presidente della Repubblica (liberté, égalité, fraternité), siamo stati condannati, sarà disoccupazione per migliaia di addetti al settore, saremo costretti a chiudere, dopo quarant’anni di lotte per le libertà, gli abbonamenti stanno calando...

Ecco: ferma tutto: gli abbonamenti... Una volta, a sinistra, esisteva un valore che mi sembra definitivamente tramontato: l’autocritica. Forse sarebbe il caso di chiedersi perché gli abbonamenti stanno diminuendo, no? Avrete fatto le vostre analisi. Vi regalo la mia.

Quest’estate il Manifesto ha lanciato un dibattito sulla Rotta d’Europa con un articolo abbastanza fumoso nel quale Rossana Rossanda, fingendo di fare delle domande, dava delle risposte, le risposte che erano dentro di lei, e che, purtroppo, erano per lo più sbagliate. Come si dice a Roma, ci hanno imboccato tutti: una bella passerella di articoli che seguivo distrattamente andando da un rifugio all’altro in Alto Adige, fino a che mi è venuto un travaso di bile a fronte del Vajont di banalità, di “neismo” (neocapitalismo neoliberismo neofinaziarizzazione della neoeconomia), e di ossequio ai mantra della finanza, malamente camuffato da voce critica e di sinistra.

Ossequio che raggiunse il culmine nella stomachevole intervista di Rossanda ad Amato. Chi non l’ha letta se la vada a rileggere (consiglio la versione apparsa sul forum amatoriale piuttosto che quella del Manifesto, perché sul Manifesto prudentemente non vennero consentiti commenti dei lettori). La legga attentamente, e poi la incornici dove ritiene sia il suo posto (ad esempio, sopra il Washington Consensus, per gli amici WC, del quale l’intervista ricalca pedissequamente le principali banalità). Impressionante il tono supponente con il quale i due amiconi danno per scontate e self evident delle asserzioni che i più grandi economisti mondiali avevano confutato con larghezza di argomenti anni prima: in Italia abbiamo beneficiato più di altri dello scudo dell’euro, uscire non sarebbe una soluzione, il problema si risolve con gli eurobond... Insomma: nani sotto i piedi di giganti.

Come sono intervenuto lo sapete: dicendo, come sempre, delle semplici verità tecniche assodate nella letteratura scientifica internazionale, presentando dati (ad esempio, sfatando l’idiozia che la svalutazione ci sterminerebbe, asserzione che perfino Monti illo tempore contestò, ammettendo che invece la svalutazione ci aveva fatto bene), e arrischiando di mio solo una analisi politica: l’euro è stato il suicidio della sinistra, un tentativo, destinato al fallimento, di accedere alla stanza dei bottoni avallando una decisione che aveva conseguenze evidentemente disastrose per le classi lavoratrici, compiuto con ributtante paternalismo, nascondendo agli elettori l’esistenza e la natura dei costi che si sarebbero andati a sostenere. Ma i nodi stavano venendo al pettine. La sinistra aveva forse ancora l’opportunità di fare marcia indietro e di gestire un processo di uscita che altrimenti si sarebbe comunque verificato, consegnando il paese in mano alle destre.

Abbiamo scoperto che nel giornalismo non vale la legge di Gresham: è l’idea buona a scacciare la cattiva: quando il 13 novembre scorso, a meno di tre mesi dall’uscita dell’articolo, sono andato a verificare su Google, ho avuto la soddisfazione di vedere che il mio lavoro aveva avuto quasi 50000 hits (pagine che ne parlavano), seguito da quelli di Fumagalli e di Gallino. Insieme, i nostri tre lavori facevano il 40% degli hits di un dibattito che constava di altri 45 articoli (i quali quindi avevano avuto un impatto abbastanza trascurabile – e io, da economista, devo credere nel mercato).

Ma nel frattempo, il 12 ottobre, usciva la lettera di dimissioni di Rangeri e Mastandrea.

Una lettera sorprendente perché in essa i suoi due colleghi, quasi modo geniti infantes, rivendicavano di aver con il dibattito sulla rotta d’Europa “rimesso al centro dell'agenda politica la questione europea (n.d.r.: loro? Poveri untorelli!) contribuendo a evitare la deriva antieuropeista che in molti paesi del continente accomuna alcune sinistre radicali alle peggiori destre populiste e svelando la follia del ritorno alle monete nazionali che pure rischiava di affascinare troppi a sinistra.”

Ah, ecco! Ma allora non era un dibattito! Bastava dirlo! Mi era sembrato in effetti di accorgermene a mano a mano che alcuni amici mi confessavano di aver voluto intervenire nel dibattito in senso critico verso l’euro, e di essere stati censurati (naturalmente con ottimi motivi: sai, non abbiamo posto, ci si sono intasati gli hard disk...). E non sto parlando di uno dei tanti "ex-qualsiasi-cosa-tranne-che-economista" che abbiamo visto intervenire lungo tutta l'estate su questo tema squisitamente economico. Sto parlando di docenti universitari italiani o esteri. Già. Non era un dibattito. Era della sana disinformatia d’antan (non lo dico io: io ancora non posso credere ai miei occhi: lo leggo nell'articolo dei suoi due colleghi) fatta sicuramente gratis (respingo anch’io con fermezza le allusioni del Fatto Quotidiano, che segnalo ai miei lettori solo per completezza di informazione: sa, anch'io, nel mio piccolo, ci provo...). Mentre in tutta Europa (in Francia, ad esempio) la sinistra seriamente e civilmente si interroga, a Roma ci si preoccupa di fornire la propria versione, accogliendo anche articoli sulla Germania "isola felice"... che nessuno ha letto!

E quello che a me stupisce, essendo io stato educato dalla mi’ mamma all’idea di essere di sinistra, e all’idea che la sinistra fosse libertà di pensiero proprio e altrui, quello che non riesco proprio a concepire, è come due giornalisti di sinistra non fossero in grado di capire che colossale, gigantesco, pateticamente comico autogol stessero commettendo scrivendo una frase simile. Di autogol qui ne abbiamo visti tanti: vi ricordate ad esempio di Paperoga/Jonung? Ma uno come quello dei due dimissionari...

Perché vede, Parlato, lei che, giustamente, si accalora, come in altre occasioni abbiamo visto fare al governatore Draghi, per il suo posto di lavoro, forse non coglie esattamente la dimensione del problema. La capisco. La perdita del lavoro si associa a una certa ansia, è uno dei costi umani dei quali gli economisti sono consapevoli, stanti anche le statistiche sulle difficoltà di reinserzione quando questo evento colpisce in certe fasce di età: io sono solidale con lei senza ironia in questo. Ma, vede, il problema va capito, e va capito bene (mi scusi se mi permetto, non voglio sembrarle troppo supponente).

Perché il problema non è che l’asserzione dei suoi due colleghi denotava una colossale incompetenza in materia, come non noi, ma i fatti, stanno dimostrando. Fino a lì, avrei applicato il solito principio: povertà non è vergogna. Se uno le cose non le sa, magari farebbe meglio a esercitare prudenza (soprattutto se dispone di un potente strumento per influenzare l’opinione pubblica), ma transeat: anch’io ignoro tante cose. Come diceva un suo noto collega, “fono un giornalifta ma anche un uomo, non poffo fapere tutto” (e anche in quefto cafo fono errori di pronuncia, non di battitura). Mi conceda il Signore l'eleganza di non parlare di quello che non so - o la fortuna di non incontrare uno che se ne accorge (come purtroppo è successo ai suoi due colleghi)!

No, il problema non è l’ignoranza della dimensione tecnica del dibattito. Transeat.

Il problema è l’ammettere così, candidamente, di aver dato vita a un dibattito finto, a una discussione che doveva dimostrare una tesi (non mi interessa se in conto terzi o in buona fede, come sicuramente sarà stato, non mi interessa se giusta o sbagliata, come poi era). L’ammettere, insomma, di aver tradito i propri lettori, di aver tradito la propria missione, che dovrebbe essere (mi corregga se sbaglio, sa, io potrei avere del giornalismo una visione ingenua, da profano, lo ammetto), dovrebbe essere, dicevo, quella di informare, non di indottrinare.

E già questo basterebbe a spiegarle cosa sta succedendo, no? Eppure io alla sua collega Rossanda lo avevo detto: stia attenta, signora, perché, come ci insegnano i tedeschi,  Sünd und Schande bleibt nicht verborgen. E quando il peccatuccio viene a galla, il lettore se ne va. Perché io quest’estate le lettere dei suoi lettori le leggevo. Lei mi sa di no. Le posso dire che il giochetto lo avevano capito già prima della confessione dei suoi due colleghi, e molto prima di me, che sono il solito bambacione: mi dicono "dibatti", e io dibatto, o, magari, come in questo caso, mi dibatto, preso nella rete di un "dibattito" totalmente orientato.

Del resto, se avete voluto l’euro, avrete anche voluto l’ideologia liberista che ad esso sottostà. Avete voluto il mercato, quindi. Certo, lo avete voluto per i motivi che ho chiarito in questo incontro: perché non sapete cos’è. Ma lo avete voluto. E adesso godetevelo. Nel mondo dell’euro, sorpresa, non ci sono soldi per gli operai, e nemmeno per i giornali “””””comunisti”””””. E allora che si fa? Si pedala, come tutti quelli che hanno voluto la bicicletta. Si chiama mercato. Benvenuto nel mondo del “lenbidong” (che non è un fiume del Vietnam, come credevo, quando sentii pronunciare questa parola a un esame di dottorato, ma più semplicemente il learning by doing secondo un candidato...). Ecco, ora imparerete cosa è l'euro, imparerete cosa avete voluto, e poi ci direte se vi piace. "Un sia mai si torna alle monete nazionali!" Che follia! Anzi, visto che le monete sarebbero, nel caso, tante, che follie (e in effetti in questa storia una traviata c’è).

Non si preoccupi per noi. Caso mai volessimo essere disinformati da qualcuno, sapremmo comunque a chi rivolgerci per farci dire quanto bene ci ha fatto l'euro e quanto bene ci faranno le riforme. Siamo tutti utili, ma nessuno è indispensabile. Né io, né, apparentemente, lei. Ah, per inciso, se decideste di fare autocritica me lo faccia sapere, perché in segno di riconciliazione mi abbonerei. Ma prima voglio vederla, questa autocritica, per incorniciarla sopra il Washington Consensus, accanto all’intervista ad Amato. Poi fra un anno se ne riparla.


Cordialmente.

Goofy.

P.s.: ah, e non si preoccupi: non chiuderà. Il mio articolo contiene una inesattezza. Non è vero che siamo tutti utili, o comunque non tutti allo stesso modo. Lei lo è sicuramente più di me.



I keynesiani del VII giorno, o “too much finance”

(repetita iuvant)


Devo tenere dei seminari. Per evitare figuracce volevo controllare l’ortografia di “post-keynesiano” in francese. Un accento ci doveva essere, ma data l’origine straniera del nome... Google mi porta all’articolo di Wikipedia francese sulla scuola post-keynesiana (per inciso, su Wikipedia italiana c’è solo quello sulla scuola neo-keynesiana, e voi sapete quanto io ami i nei...), verifico, controllo, niente figuraccia, ma una discreta sorpresa: ho scoperto di appartenere a una setta della quale ignoravo l’esistenza!

Sì, perché Wiki francese definisce la scuola post-keynesiana come un insieme piuttosto eterogeneo di economisti, classificabili in varie sette, fra le quali, guarda un po’, quella dei “keynesiani del dodicesimo capitolo”. Definizione che a me ha fatto immediatamente pensare a certe confessioni protestanti americane, come gli avventisti del settimo giorno (da cui il titolo).

Il dodicesimo capitolo, il dodicesimo capitolo... Prima ho pensato a quello della Genesi, magari visto come metafora dell’uscita dall’euro (“Dixit autem Dominus ad Abraham: egredere de terra tua”), poi mi sono ricordato che ai tempi di Keynes l’euro non c’era e ho capito che il dodicesimo libro doveva essere quello della “Teoria generale”, cioè “Lo stato dell’aspettativa a lungo termine” . Vi ricordate: ve ne ho parlato in Keynes vs  Tabellini, e anche nell’articolo sulla crisi finanziaria. Quindi forse sono anch’io un keynesiano del VII giorno, cioè, del XII capitolo. Buono a sapersi.

Credo sia utile tornare a parlarne, di quel capitolo, in un momento come quello attuale, nel quale anche organi ortodossi ammettono che sì, la finanza ha dei problemi, dei seri problemi, temperando però subito questo ravvedimento con il mantra che “questi problemi sono risolvibili con le regole” (variante, che piace tanto a Sarkò: “la crisi americana deriva dalla deregulation”), e, guarda un po’, con “più Europa per battere la crisi” (come titola il Sole 24 Ore). Parlare del XII capitolo è utile proprio perché l’analisi di Keynes mostra chiaramente come le crisi finanziarie non siano determinate da un difetto di regole o di razionalità. L’instabilità finanziaria è intrinseca alla struttura del mercato finanziario, e coesiste con mercati regolati e comportamenti razionali. Ne consegue che le sue disastrose conseguenze possono essere contenute solo contenendo le dimensioni del fenomeno, cioè limitando la finanziarizzazione dell’economia: le crisi ci saranno sempre, ma saranno più piccole.

A quest’ultima conclusione Keynes non arriva esplicitamente, o non in questi termini: ci arriva però implicitamente quando, alla fine del capitolo, dice che secondo lui i problemi si risolvono attribuendo allo Stato un ruolo più ampio nella gestione dell’investimento, cioè nel circuito del risparmio. Del resto, come ho chiarito in “Crisi finanziaria e governo dell’economia”, le politiche “keynesiane” portano naturalmente verso un simile esito, cioè, in soldoni, verso un contenimento del ruolo del settore privato nel circuito del risparmio. L’opportunità di questo contenimento è suggerita da recenti ricerche teoriche e empiriche, le quali concludono appunto che oltre certi limiti la finanza fa più male che bene. Non è una grande scoperta, penseranno molti di voi: si sa che il troppo stroppia! Ma il fatto che di certe cose si possa parlare in lavori scientifici, il fatto che si possa affermare che forse c’è troppa finanza, non è un progresso trascurabile, anche solo rispetto al panorama di cinque anni or sono.

Volevo parlarvene, ripartendo però da Keynes, visto che alcuni collaboratori hanno trovato oscuro il passaggio nel quale cerco di spiegare la sua posizione.

Il capitalismo secondo Goofy
Vorrei fare una premessa non immediatamente chiara nemmeno a molti sostenitori del libero mercato (vedi sotto): il capitalismo si basa sul debito. Lo so, voi direte: grazie! Ma voi siete una Arcadia. Il livello del dibattito italiano, purtroppo, come vedrete, non consente di dare certe cose per scontate. Comunque... vogliamo chiamarlo credito? Vi suona meglio? Va bene, chiamiamolo credito, o anche, se volete, Massimiliano: la sostanza non cambia. Se qualcuno prende soldi in prestito, è perché qualcun altro glieli ha prestati: è l’essenza, la quintessenza, della Goofynomics. Ci sono unità in surplus, che risparmiano perché consumano meno di quello che guadagnano, e ci sono unità che hanno bisogno di spendere più di quanto hanno guadagnato, soprattutto se... non lo hanno ancora guadagnato (perché sono imprenditori che devono avviare un’attività). Il sistema finanziario fa da cerniera fra unità in surplus e unità in deficit.

La storia la sapete, è molto edificante: le unità in surplus, tipicamente le famiglie, prestano i soldi alle unità in deficit, tipicamente le imprese, che hanno bisogno di ingenti fondi per avviare la loro attività. Il sagace imprenditore ci guadagna, perché può, con i soldi altrui, avviare un’attività che non potrebbe avviare coi soldi propri. Il virtuoso pater familias ci guadagna, perché il sagace imprenditore, avviando i risparmi verso un impiego produttivo, gli restituirà capitale e interessi, permettendogli così di vivere una serena vecchiaia.

Capite bene quindi che affermare, come ho visto fare ad alcuni, che in un sistema capitalistico “in generale indebitarsi non è una buona idea” (guardate la discussione in questo post) significa non aver capito una beneamata fava (usando le parole di Alex) di come funziona il capitalismo. Senza debito, cioè senza credito, insomma, senza Massimiliano, non c’è capitalismo. Il capitale serve se lo puoi prestare (dall’altra parte: prendere in prestito), per fartelo ridare maggiorato degli interessi (dall’altra parte: restituirlo ecc.). La famosa discesa che dal basso sembra una salita. Del resto, sulla porta dell’Inferno sta scritto: “non vi inganni l’ampiezza del prestare...”.

(Breve inciso: mi sono molto divertito nel vedere Sergio che spiegava accuratamente la dinamica del debito al tipo che non capiva nemmeno che il capitalismo si regge sul debito/credito... e ovviamente difendeva a spada tratta il capitalismo, dicendo che il debito è una pessima cosa! Anche in inverno le foglie talora nascondono l’albero...)

Problema: il virtuoso pater familias e il sagace imprenditore non si conoscono. E quindi ci vuole qualcuno che li metta in contatto. Questo qualcuno è il mercato finanziario, che dovrebbe esercitare funzioni di screening dei progetti meritevoli, vuoi direttamente, vuoi attraverso il signalling. Che vuol dire? Vuol dire che se il sistema è banconcentrico, il virtuoso pater familias (v.p.f) porta i risparmi in banca, poi la banca pensa lei a trovare l’imprenditore più meritevole (screening). Se invece il sistema è mercatocentrico, le imprese si quotano e il v.p.f. va al mercato (finanziario) a comprare le azioni o le obbligazioni che ritiene più promettenti. In questo caso il mercato non fa screening come la banca, ma segnala attraverso il corso e il rendimento dei titoli gli investimenti più produttivi (signalling).

Il XII libro
Nel XII libro Keynes osserva una cosa molto semplice: è estremamente improbabile che questo meccanismo funzioni, cioè che i mercati convoglino effettivamente i risparmi verso gli impieghi più produttivi a medio/lungo termine, quelli che sono capaci di assicurare al v.p.f. una vecchiaia serena, e all’economia una ordinata crescita. Il motivo è semplice. Ai mercati non interessa assolutamente “compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento”. E questo non perché siano cattivi (“la bborza è cinica”, diceva un noto giornalista televisivo), ma perché comportarsi in questo modo (virtuoso e favorevole alla crescita di lungo periodo) non è razionale.

Il motivo è semplice: si guadagna molto di più cercando di anticipare quello che gli altri prevedono che stia per accadere a breve, anziché valutando quale investimento è più produttivo a lungo. E il motivo è semplice: se riesci a indovinare quale azione sembrerà buona agli altri (indipendentemente dal fatto che lo sia o meno) puoi anticiparli acquistandola: quando gli altri arrivano, la loro domanda fa crescere il prezzo, e tu puoi vendere e lucrare la differenza. Del dividendo, che poi sarebbe il profitto distribuito, non te ne importa nulla: tu guadagni prima che gli eventuali profitti arrivino, guadagni subito, e guadagni anche se l’impresa profitti non ne fa, purché si crei in qualche modo l’aspettativa che li faccia. Anzi, non c’è nemmeno bisogno che si crei questa aspettativa, proprio perché il gioco consiste non nell’aspettare la distribuzione del dividendo, ma nel lucrare il guadagno in conto capitale. Basta che si crei un’aspettativa che il prezzo salga a breve, aspettativa che un investitore abbastanza grande può creare semplicemente ponendo la sua domanda sul mercato. Il merito del progetto del sagace imprenditore? Non interessa. Non è razionale interessarsene. Capito? Capito bene? Sicuri? Voi sì, ma mettiamo che qualcuno si sia messo in ascolto in questo momento: il problema non è che è cinico disinteressarsene. Il problema è che non è razionale interessarsene.

In effetti “sarebbe sciocco pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo (n.d.r.: i dividendi futuri) sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi”. Purtroppo “questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta “liquidità””, e nei quali quindi “lo scopo privato dei più esperti investitori” diventa “passare al prossimo la moneta cattiva”, in un contesto “soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli”, che la razionalità individuale non può contrastare anche perché “è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale”. Dite quello che vi pare: quest'uomo è un genio.

I dischi rotti: le regole, le regole, le regole (le riforme, le riforme, le riforme; più Europa; più Europa; più Europa...)
Le regole non servono. Il problema è che finché il mercato è organizzato nel senso di privilegiare la “liquidità” dell’investimento, cioè la possibilità di “realizzarlo” all’istante e con costi di transazione ridotti, sarà molto più razionale adottare una logica di brevissimo periodo. La puoi imbrigliare con regole, ma sempre di brevissimo periodo rimane. Se lo scopo è lucrare guadagni in conto capitale, evidentemente qualcuno dovrà subire delle perdite in conto capitale: se vendi a un prezzo “sopra la media”, “sopra il valore fondamentale”, sopra quello che Keynes chiama “il reddito prospettivo”, qualcuno sta acquistando a un prezzo “sopra la media”, e quindi si prenderà la sòla, perché alla fine la bolla si sgonfierà, il prezzo ritornerà verso il fondamentale, anzi, cadrà al di sotto, e l’azione diventerà carta straccia in mano all’investitore che ha creduto di poter lucrare per sempre guadagni favolosi.

Certo, sarebbe diverso se le risorse venissero convogliate verso investimenti effettivamente produttivi, anziché utilizzate per gonfiare bolle (lucrando sulla loro esplosione). In questo modo l’investimento creerebbe ricchezza e sarebbe possibile trarne un benefici (in termini di profitti distribuiti) senza necessariamente appoggiare il pacco a qualcuno. Ma Keynes spiega perché è difficile concepire regole che scongiurino il fallimento dei mercati finanziari, cioè, in altre parole, che inducano i mercati a valutare gli investimenti solo in termini del loro rendimento nel medio-lungo periodo. Continuando a citare dal capitolo XII della Teoria Generale: per assurdo “un rimedio utile per i nostri mali contemporanei potrebbe essere quello di rendere un investimento permanente e indissolubile come il matrimonio”. Costringendo tutti gli investitori a comportarsi come “cassettisti” (cioè investitori che comprano il titolo e lo tengono nel cassetto, aspettando di lucrare i dividendi futuri) li si indurrebbe a effettuare scelte in base ai rendimenti a lungo termine (i futuri dividendi), anziché ai guadagni in conto capitale a breve termine: il sistema ne guadagnerebbe in stabilità e in crescita di lungo periodo.

Ma c’è un problema: in un mondo dominato dall’incertezza, piuttosto che vincolare così i propri capitali, molti preferirebbero tenerli liquidi. Se ti ammali i soldi ti servono. Se hai un incidente? Se perdi il lavoro? Se l’alternativa fosse “sposare” i propri soldi indissolubilmente a un progetto di investimento totalmente illiquido (non “realizzabile”), molti preferirebbero tenerli sotto il mattone. E l’economia crollerebbe per mancanza di fondi. Proprio questo è il “dilemma”: la liquidità del mercato (cioè la possibilità di vendere le azioni in proprio possesso in qualsiasi momento) “spesso facilita – benché talvolta ostacoli – il processo dell’investimento nuovo”. Quindi bisogna tenerselo come è, il mercato dei capitali, nel capitalismo.

Il rimedio migliore del male
Oppure no. Un rimedio ci sarebbe. Si chiama Stato. Lo Stato, “che è in condizioni di valutare il rendimento dei beni capitali in un’ottica di lungo periodo e sulla base dell’interesse sociale generale”, dovrebbe assumere un ruolo più rilevante nel circuito del risparmio.

Prima di andare avanti, chiariamo subito un dubbio: voi direte, giustamente, che questa è una visione troppo ottimistica dello Stato. Concordo. Ci sono i fallimenti dello Stato. Li insegno ogni anno verso la prima settimana di novembre: problemi di informazione asimmetrica, di moral hazard, derivanti dai rapporti fra elettori e eletti, fra eletti e burocrazia, più tutti i problemi derivanti dall’impossibilità logica di definire in modo sensato l’interesse collettivo, e chi più ne ha più ne metta (siete cordialmente invitati nell’aula 9 di viale Pindaro 42, 65127 Pescara, Italy). Certo, anche lo Stato è un male. Anzi, facciamo prima: “a me la vita è male”.

Ma dopo aver toccato il grado zero del pessimismo cosmico leopardiano, vogliamo fare due conti? Perché sarà anche vero che lo Stato spreca ecc., ma la finanza privata “invece pure”, come dicono a Roma. E quindi il rimedio Stato, pur essendo esso stesso un male, forse è un male minore del male mercato. Lo è senz’altro se lo misuriamo nei termini che qui ci interessano: quelli della distruzione di risparmio causata dai default pubblici e privati nel mondo. I dati ci dicono che uno solo dei tanti default privati dell’ultimo decennio ha distrutto più risparmi di tutti i default “sovrani” messi assieme. Il default della Lehman Brothers su un portafoglio di 600 miliardi di dollari ha visto un recovery rate di circa il 30% in media, il che significa che i risparmiatori hanno perso il 70%, ovvero 420 miliardi di dollari. I default sovrani dal 1998 al 2006 (comprendenti i due episodi monstre dell’Argentina e della Russia) hanno riguardato un totale di 178 miliardi di dollari, con un recovery rate medio del 55%. In altre parole: le perdite su uno solo dei default privati sono state, a spanna, più del doppio dell’ammontare degli asset pubblici andati in sofferenza nei 12 episodi di default pubblico nel periodo (asset dei quali i risparmiatori hanno comunque recuperato quote molto più consistenti che nel caso dei default privati).

Volete ancora venirci a dire che il mercato è sempre un migliore intermediario finanziario dello Stato? E che lo Stato spreca sempre i risparmi dei cittadini? Né la teoria né i dati dicono questo. Concordi affermano che oltre certi limiti il “rimedio” Stato è migliore del “male” mercato. Che male non è, purché sia gestito non tanto nel funzionamento, soggetto a una radicale e insanabile miopia, quanto nelle dimensioni. A questo scopo svolgono un ruolo fondamentale i sistemi previdenziali a ripartizione, e lo stesso debito pubblico, che ha rappresentato da sempre una forma di investimento particolarmente appetibile per investitori avversi al rischio. Ma il telegiornale ci dice che c’è la crisi del debito pubblico? E tu faglielo dire, e torna qualche riga sopra a leggerti i dati.

L’odio ideologico e le bolle
Il messaggio che la colpa è dello Stato è facile da far passare. A nessuno piace pagare le tasse. Ridimensionare lo Stato viene visto dall’elettore medio come la scorciatoia legale più ovvia verso una riduzione delle imposte. Salvo poi lamentarsi che i servizi non ci sono, e dare, ritualmente, la colpa agli sprechi. Sprechi che, per carità, esistono, qui come altrove (parleremo anche della produttività del servizio pubblico). Ma il vero movente dell’odio ideologico verso il debito pubblico, e dei provvedimenti del tipo “pareggio di bilancio in costituzione”, è un altro, e si iscrive in modo abbastanza ovvio nella logica degli argomenti che stiamo svolgendo.

Pareggio di bilancio significa zero debito/Pil nel lungo periodo, cioè significa liberare una notevole quantità di risorse finanziarie le quali, non potendo più essere investite in titoli pubblici a basso rischio, necessariamente dovranno essere investite in titoli privati. Lo scopo è semplicemente quello di liberare nuove risorse con le quali gonfiare le bolle. Pensateci. Uno speculatore che gioca sul rialzo di un titolo guadagna tanto più quanti più sono i fessi che lo comprano. E naturalmente se i fessi non hanno alternative risk free, la bolla può gonfiarsi molto, ma molto, ma molto di più.

Con in più il beneficio aggiuntivo che se lo Stato risparmia (non emettendo titoli), poi avrà risorse per leccare le ferite delle banche che venissero eventualmente coinvolte nello scoppio. E così vivranno tutti felici e contenti (salvo i risparmiatori). Il pareggio di bilancio pubblico è un’ovvia prescrizione di politica economica in un sistema nel quale i soldi veri si fanno “passando al prossimo la moneta cattiva” (come dice Keynes), ovvero dando la sòla, come dico più prosaicamente io. E ovviamente non serve a rendere il sistema più stabile, ma più instabile, perché libera nuovo ossigeno finanziario col quale gonfiare le bolle private.

Too much finance
Ecco: il solito Bagnai-pensiero, complottista e bolscevico... Invece no. Novità! Alla conclusione dalla quale eravamo partiti qualche anno fa stanno arrivando in modo molto più rigoroso e autorevole importanti studi teorici e empirici. Mi piace citarvene uno in particolare: Too much finance, di Jean-Louis Arcand, Enrico Berkes, e Ugo Panizza. Nel sito trovate sia il paper (molto tecnico) che una spiegazione divulgativa.

Preciso che la tecnica è esattamente del tipo neo-keynesiano che piace agli ortodossi: si parte dall’ipotesi di razionalità, ma si introduce incertezza e asimmetrie informative, e si mostra che in presenza di possibili salvataggi da parte dello Stato, le imprese tendono a indebitarsi più di quanto sarebbe socialmente ottimo (in termini di massimizzazione del prodotto). Siamo nel contesto di modelli ampiamente accettati dal mainstream, come il modello di Stieglitz e Weiss, che è uno dei motivi per i quali Stieglitz ha preso il Nobel (ma naturalmente sappiamo, gli integralisti ce l’hanno detto, che ai premi Nobel non bisogna dare retta: non possiamo che augurarci che siano loro, gli integralisti, a prenderlo. Anzi: siccome noi siamo convinti che essi siano bravi, bravissimi, integerrimi, integerrissimi, facciamo come se lo avessero già preso, e non gli diamo retta).

Al di là del modello teorico, convincente per chi è del mestiere, ma inutile per i laici, i risultati empirici sono interessanti. “Too much finance” giunge alla conclusione che quando il credito erogato al settore privato (cioè i debiti del settore privato) supera il 110% del Pil, inizia ad avere effetti depressivi sull’economia, e che la presenza di ingenti debiti privati è un fattore amplificante di shock finanziari come lo shock Lehman. Gli effetti di lungo periodo dipendono da due elementi: dall’accresciuta instabilità del sistema (una spiegazione da keynesiano del VII giorno, in effetti, via Minsky e Kindleberger), e anche da distorsioni nell’allocazione delle risorse umane. Perché pare che Tobin (un altro keynesiano, non so di che libro o giorno, e soprattutto un altro premio Nobel al quale non dare retta) abbia detto:

“stiamo buttando una quantità sempre maggiore di risorse, inclusa la crema della nostra gioventù, in servizi finanziari remoti dalla produzione di beni e servizi, in attività che generano redditi del tutto sproporzionati rispetto alla loro produttività sociale”
James Tobin (1984) “On the efficiency of the financial system” Lloyds Bank Review, 153, 1-15 (citato da Arcand et al. 2011 "Too much finance").


E io ne so qualcosa.




Dedicato ar Pantegana. Uno studente meraviglioso, brillante, simpatico, reattivo, provocatorio, insomma: ‘na crema, avrebbe detto Geims (Tobin). E dove è finito? A dare sòle alle vecchiette (scusa Panty, è una provocaZZione...). E io lo capisco, per carità. Cosa avrei potuto dargli in cambio, a parte una pizzetta al bar? Sai com’è, dobbiamo essere austeri. Nella ricerca non c’è futuro, o quanto meno non ce n’è se prima non vai in Amerika a imparare bene quello che devi dire (non sia mai ti sbagli). Quando si taglia, lo sai, prima tocca alla musica, e subito dopo alla ricerca. Certo che pure io so’ stato un solone...

giovedì 19 gennaio 2012

In memoriam

(scusate, è un post personale, lo ho saputo mentre stavo scrivendo per voi un articolo sul fottuto euro, del quale sinceramente...)

Carmina sublimis tunc sunt peritura Lucreti, exitio terras cum dabit una dies.



Dedicato a Gustav Leonhardt che non c'è più. Mi consolo male, come posso, pensando che fra 5 miliardi di anni il problema sarà superato (come ci ricorda il saggio Ovidio, non per niente abruzzese), e che comunque l'euro vivrà meno di Leonhardt, ma sempre troppo. Non è così off-topic. Ogni tanto dobbiamo ricordarci di cosa è l'Europa, di cosa è stata e di cosa potrebbe essere, per difenderci dai fessi che ci dicono che non la amiamo, che ci accusano di odio "ideologico" solo perché non vogliamo farci tagliare i salari del 20%, e solo perché non vogliamo che la cultura, la nostra cultura (manifestamente in molti, troppi casi non la loro) venga immolata sull'altare di un insensato rigore, che perfino l'amerikana S&P trova controproducente. Ecco, sì, questa è un'altra consolazione: c'è arrivata anche S&P. Non fa niente se c'è arrivata due anni dopo il sottoscritto, e qualche anno dopo Brancaccio. L'importante è che ci sia arrivata. Così ora sappiamo in nome di che e di cosa stiamo tagliando. In nome del niente. Un niente molto più vuoto di quello al quale abbiamo affidato Leonhardt.

(torno all'articolo, mit sehr viel Bekümmernis in meinem Herzen. Ci leggiamo più tardi).

mercoledì 18 gennaio 2012

I Dublinesi

(questo è un po' criptico e complottista. Mi scuso. Prometto di tornare a parlare di euro quanto prima)

Quando sono ospite di amici, prima di andare a dormire, mi piace prendere un libro a caso dalla loro libreria e portarlo con me. L'ultima volta, ero ancora in Italia, ho pescato i Dublinesi di Joyce. E ci ho trovato questo interessante dialogo. Oggi pensiamo che le infiltrazioni siano solo quelle di cortisone. Ma anche il povero Lucien Leuwen dovette passare un brutto quarto d'ora al capezzale di un certo agente di polizia. Nihil sub sole novum. Non chiedetemi cosa c'entra con i discorsi che stiamo facendo qui.



"Ah, poor Joe is a decent skin," said Mr. O'Connor.

"His father was a decent, respectable man," Mr. Henchy admitted. "Poor old Larry Hynes! Many a good turn he did in his day! But I'm greatly afraid our friend is not nineteen carat. Damn it, I can understand a fellow being hard up, but what I can't understand is a fellow sponging. Couldn't he have some spark of manhood about him?"

"He doesn't get a warm welcome from me when he comes," said the old man. "Let him work for his own side and not come spying around here."

"I don't know," said Mr. O'Connor dubiously, as he took out cigarette-papers and tobacco. "I think Joe Hynes is a straight man. He's a clever chap, too, with the pen. Do you remember that thing he wrote...?"

"Some of these hillsiders and fenians are a bit too clever if you ask me," said Mr. Henchy. "Do you know what my private and candid opinion is about some of those little jokers? I believe half of them are in the pay of the Castle."

"There's no knowing," said the old man.

"O, but I know it for a fact," said Mr. Henchy. "They're Castle hacks.... I don't say Hynes.... No, damn it, I think he's a stroke above that.... But there's a certain little nobleman with a cock-eye—you know the patriot I'm alluding to?"

Mr. O'Connor nodded.



Dedicato ai Castle hacks. Qualcuno ce ne sarà in giro, no, visto che ci son sempre stati e sempre ci saranno?

martedì 17 gennaio 2012

Il post del vicino (non) è sempre il più verde

(ma oggi sì).


Dilettissimi fratelli e sorelle,

raramente mi capita di leggere qualcosa che vorrei aver scritto io. Ma oggi è capitato, e permettetemi quindi di condividere con voi il più bel post che abbia finora visto sulla crisi dell'eurozona. Mancava solo un commento musicale. Mi permetto di aggiungerlo io.1

Bravo Gustavo. Mi ricordo che quando lavoravamo nello stesso dipartimento chiesi a un'amica chi fosse il docente che preferiva. Risposta: "Piga, perché ha uno sguardo sottilmente perverso". Era ovviamente un complimento, e solo oggi lo ho capito e condiviso fino in fondo!

A proposito, Gustavo: una buona notizia, in mezzo a tanto cupio dissolvi. Marco Basilisco mi ha promesso che quando porterà i cosacchi a piazza S. Pietro, noi due saremo gli unici economisti a non essere fucilati. Ha detto che per noi basterà una rieducazione. Gli ho detto che il freddo non mi spaventa. Se lo vedi salutamelo, è un tuo fan e un tuo collega...


Dedicato a Mario Domingo Victor de la Cruz, Re di Spagna, Napoli e Sicilia, Duca di Borgogna e di Milano (Bocconi).

1Il commento è un po' ante litteram, perché si riferisce a un'altra vicenda dinastica, quella che mi ero permesso di richiamare alla mente di una animula vagula blandula in questo post amatoriale: ve lo segnalo perché è lì che nacque il mio sentimento profondo e sincero per Alex!