Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
Siamo stati nominati come "rivelazione" e come "sito di economia", e io personalmente come "cattivo più temibile" (and proud of it). Potete votare fino all'11 settembre. Non dimenticate di sostenere Marcello Foa, Il Fatto Quotidiano, e naturalmente Feudalesimo e libertà (il nostro futuro).

martedì 29 novembre 2011

L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ancora

Questa volta invece sarò lungo, pesante e polemico. Mi riscuso.

A distanza di 3 mesi dalla pubblicazione sul Manifesto del mio articolo sull’uscita dall’euro, vorrei riproporlo nel mio forum col suo titolo originale (Il teorema della piscina) e commentarlo brevemente per vedere a che punto siamo. L’articolo era stato banalizzato da molti (a cominciare dalla redazione) come un manifesto a favore di “svalutazioni competitive”. Chiunque si documenti un minimo sa che il problema europeo è proprio dato dalle svalutazioni competitive... ma della Germania, non dell’Italia! L’intento dell’articolo non era nemmeno quello di “prevedere” la fine dell’euro, perché da prevedere c’era e c’è ben poco. Chiunque si documenti un minimo sa bene che sulla insostenibilità dell’euro si sono pronunciati i massimi economisti mondiali. E poi, è sotto gli occhi di tutti. Non c’è bisogno di prevedere, basta vedere.

Il mio intervento in realtà proponeva un'analisi politica, un'analisi che mi sembra si stia rivelando giusta ogni giorno di più, e che politici e giornalisti non mi sembravano e non mi sembrano in grado di fare, per motivi ogni giorno più evidenti. Questa analisi si può sintetizzare in pochi punti:

1)      rivendicando l’euro la sinistra italiana si è suicidata politicamente, perché l’euro è il coronamento di due progetti non esattamente di sinistra: il progetto imperialistico della Germania, e il progetto di “disciplina” dei sindacati mediante il vincolo esterno, caro alle classi dominanti dei paesi periferici;

2)      l’ideologia del “vincolo esterno”, tra l’altro, era intrinsecamente di destra perché disconosceva in modo paternalistico il diritto dei cittadini di orientare le scelte economiche del proprio paese, delegandolo a istanze tecnocratiche spacciate per indipendenti, e si basava su un ampio progetto di disinformazione, volto a nascondere i costi economici dell’euro ampiamente documentati dalla letteratura economica; la Realpolitik suggeriva però alla sinistra di aderire a questa ideologia di destra, che era l’unica che le desse qualche speranza di accedere ogni tanto alla stanza dei bottoni;

3)      continuando a difendere l’euro, per evitare una spiacevole autocritica, la sinistra si espone al rischio di essere sorpassata a sinistra. Lascerà cioè un argomento vero e inoppugnabile (l’euro ha strangolato l’economia italiana) in mano alle destre più becere e nazionaliste (dalla Lega in giù). E allora la situazione diventerà difficilmente reversibile.

Questa analisi politica è stata capita da molti, ma ha anche incontrato una serie di prevedibili critiche, forse anche perché i giornalisti vogliono parlare di economia (senza saperne molto), ma mal sopportano che chi conosce le dinamiche economiche della società si arrischi a trarne conclusioni politiche. Purtroppo (per loro, ma soprattutto per noi) tutto quello che avevo previsto nell’articolo si è verificato. Lo sottolineo, nel rileggerlo con voi, non per vanità (è vero che il nostro lavoro ci lascia poche altre soddisfazioni, oltre a quella di essere Cassandre, ma qui da prevedere c’era poco: è un film già visto). Insisto su questo punto perché insieme riflettiamo su cosa fare per evitare il suicidio totale delle forze progressiste nel nostro paese.. Vi ricordo che l’articolo è stato inviato alla redazione l’8 agosto, e pubblicato il 23 agosto. Vi ricordo anche che è stato l’articolo del forum “La rotta d’Europa” più referenziato su Google (47800 hits).

Voglio infine sottolineare che non disconosco a nessuno, tantomeno a un giornalista, il diritto di esprimere comunque le proprie opinioni, per quanto disinformate esse siano. Voglio però insistere sul fatto che esprimersi in modo disinformato durante una crisi economica equivale a farlo durante un’epidemia, durante una catastrofe nucleare, insomma, durante un evento nel quale chi non coopera al prevalere della razionalità si assume responsabilità molto gravi. In particolare, la disinformazione sui temi economici in questa fase di crisi economica e politica è un’operazione intrinsecamente antidemocratica, perché influisce sulle libere scelte degli elettori e perché rischia di propugnare scelte che possono condurci a esiti nazionalisti e autoritari. Per questa mia difesa della razionalità tecnica dell’economia sono stato fatto passare per una maestrina dalla matita blu che si arrocca nel suo sapere tecnico e emette sentenze dalla sua torre d’avorio. A voi il giudizio.

Segue il testo inviato alla redazione, in tondo, con alcuni commenti in corsivo.

Il teorema della piscina.

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è  nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

Primo commento: per aver denunciato la Realpolitik paternalistica sottostante alla scelta dell’euro sono stato accusato di complottismo da svariati passanti(guardate ad esempio il dibattito con p.p. in questo post), e di incapacità di analisi politica da diversi colleghi (anche loro abbastanza paternalisti: “sai, Alberto, tu sei bravo, ma un giornalista ha una visione politica più ampia della tua!” Sarà...). A nulla è servito far notare che questa Realpolitik era palese e ammessa dai suoi stessi protagonisti. L’argomento di Prodi infatti è quello che riporta la Rossanda: “dovevamo cominciare dalla moneta perché altrimenti non si sarebbe fatto nulla, data la litigiosità dei governi europei”. Ma questo modo di argomentare chiarisce bene che chi lo ha fatto sapeva benissimo che “cominciare dalla moneta” era la cosa sbagliata: bisognava cominciare dal disegno di istituzioni che uniformassero le economie reali europee e riducessero il conflitto fra i governi. E infatti ora le stesse persone ammettono l’irrazionalità della scelta compiuta, il fatto che essa conviene solo alla Germania, ecc. Quindi si sapeva che ci sarebbero stati dei costi e questi costi sono stati nascosti agli elettori.

Complottismo? Bene: allora cosa ne dite di questo video? Svegliatevi! Siete in mano a persone che ragionano così, non a statisti, ma a politicanti, a persone che preferiscono che una regione (il Lazio) sia gestita male anziché bene purché questo dia loro qualche speranza di accedere alle leve del potere non per i loro intrinseci meriti, ma per la loro capziosa abilità di portare scompiglio nelle fila dell’avversario. Siete in mano a persone che non si occupano degli studenti “perché non votano”. Siete in mano a persone che affidano alla crisi economica il compito di portarle al potere, con una Schadenfreude e un disprezzo del proprio paese che dovrebbe suscitare rivolta in qualsiasi italiano di buon senso. Sono persone prive di visione, incapaci di pensare in categorie che non siano quelle tattiche della Realpolitik. Sono le persone che hanno sterilizzato il dibattito politico italiano polarizzandolo sul tema dell’antiberlusconismo, non perché ritenessero Berlusconi dannoso al paese, ma perché lo ritenevano di intralcio alla loro bramosia di potere.

Del resto, costruire un nemico era l’unico modo per coagulare un po’ di consenso attorno a una classe politica che non aveva nulla da dire e molto da nascondere. Perché queste persone sono le stesse che per “disciplinare” (leggi: sconfiggere) i sindacati hanno sconfitto il proprio paese, nella speranza di poter così entrare (loro) nei salotti buoni della finanza (“abbiamo una banca”!). Cara Concita, benvenuta nel club dei complottisti. Non mi sei mai sembrata così bella! Se poi sapessi che anche tu capisci che questa sinistra ha gestito l'euro come la presidenza della regione Lazio, mi sentirei meno solo su questa terra...


Il debito pubblico non c’entra.

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma”  seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che  nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopo Maastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

Secondo commento: inutile dire che questo punto (la rilevanza del debito privato) è passato inosservato. Anche qui il motivo è politico. A tutti, ma soprattutto alla “sinistra”, fa comodo liquidare il problema come un problema di debito pubblico, perché così ne può dare la colpa al governo precedente. Il problema è invece di debito privato, la colpa è dell’euro, e il governo precedente ha tenuto i conti in ordine, mantenendo il fisiologico incremento del debito durante la recessione nell’ambito dei 10 punti di Pil. Certo, questo ci ha riportato indietro di dieci anni come rapporto debito/Pil, ma in Europa, con una crisi simile, solo la Germania ha fatto marginalmente meglio di noi, potendo però contare su una crescita drogata dalla nostra domanda. Quindi Berlusconi non era un problema macroeconomico, l’euro sì, e i fatti lo dimostrano.

Inflazione e debito estero.

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

Lo spettro del 1992.

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

Terzo commento: previsione azzeccata. Vorrei ricordare che all’epoca la sinistra “per bene” era tutta intenta a combattere il Belzebù Berlusconi, ritenuto responsabile della sfiducia dei mercati. Berlusconi se ne è andato, e lo spread è granitico intorno a 500 punti. Mi sembra chiaro quindi che i mercati non erano innervositi da lui, come avevo detto (anche su lavoce.info, che all'epoca era l'organo più antiberlusconiano in circolazione, per comprensibili motivi).

Cui Prodest?

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

Quarto commento: so che non fa piacere scoprire di essere stati presi in giro. Per questo il mio lavoro ha avuto molte critiche. Ma se non partiamo da qui, cioè dall’ammissione che il “popolo della sinistra” si è fatto prendere in giro da politici che gli hanno proposto come soluzione delle politiche di destra (perché dannose agli interessi dei salariati) non andremo da nessuna parte. Bisogna rottamare i “padri nobili” dotati di “visione” che ci hanno messo in queste condizioni con l’euro, a partire da quello che si rimbocca le maniche, e rottamarli da sinistra, cosa che si può fare solo denunciando quello che è in tutti i manuali di economia, cioè la distorsione deflazionistica che l’euro induce, per cui alla fine rimane solo da tagliare. Se non lo si denuncia apertamente, allora la rottamazione rimarrà (come è) in mano ai giovanotti tutti chiesa e Bce, e non usciremo dal meccanismo dei sacrifici inutili.

Più Europa?

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

Quinto commento: a quell’epoca non andava ancora di moda chiedere alla Bce di agire come “lender of last resort”. Una versione riveduta e corretta, ma ugualmente insulsa, del più Europa. I motivi sono due: (1) nel lungo periodo interventi di quantitative easing da parte della Bce alzerebbero l’inflazione nei paesi del nucleo europeo, i cui elettori sono stati bombardati da anni col messaggio che l’inflazione è il male assoluto. La non sostenibilità politica di questo intervento è quindi chiara: al limite, sarebbero gli elettori dei paesi del nucleo a chiedere di uscire dall’euro (danneggiando se stessi). (2) qualsiasi politica monetaria centralizzata non corregge gli squilibri fondamentali, che sono squilibri fra paesi. A cosa serve alzare l’inflazione media europea, se la Germania ne ha comunque (per quanto alta) un po’ meno degli altri? A nulla. L’unico risultato è quello di dare un po’ di fiato alle finanze pubbliche dei paesi periferici, in modo che abbiano munizioni da sparare quando le loro finanze private rientreranno in crisi, avendo accumulato passività verso i paesi del nucleo. Forse è questo che si vuole.

Quelli che vogliono una Bce come la Fed americana forse non sanno che negli Stati Uniti il bilancio federale compensa con trasferimenti una proporzione attorno al 30% degli shock negativi subiti da Stati dell’Unione. Questo è il risultato degli studi compiuti non dai soliti ex-sindacalisti, ex-sociologi, ex-portieri di serie B che in questi giorni pontificano sull’euro, ma da studiosi di riconosciuto spicco internazionale come Bayoumi e Masson o Sala-i-Martin e Sachs, articoli che un economista che vuole pronunciarsi su questo dibattito dovrebbe conoscere (parlo mai di Walras io?). In questo caso, e solo in questo caso, la politica monetaria centralizzata funziona. Si chiama integrazione fiscale. E voi ce la vedete la Germania ad agire in tal senso, compensando gli shock dei Pigs con i soldi che ha accumulato grazie alla loro domanda? No, ovviamente. Quindi anche la Bce modello Fed non può funzionare. Chiavatevelo in testa: non può. L’unica Bce buona è quella morta.

Deutschland über alles.

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda  dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso,  sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).

Sesto commento: sono sconfortato dall’insipienza tecnica non solo del pubblico, ma anche e soprattutto di molti colleghi. L’ideologia della stabilità dei prezzi li porta a non capire una cosa semplicissima: in un sistema di cambi fissi chi forza una deflazione sta praticando una svalutazione reale competitiva. Che questo sia da 60 anni il disegno esplicito della Germania è lucidissimamente esposto da Cesaratto. Un sistema di cambi fissi (o moneta unica, il che è lo stesso) non può sopravvivere se c’è qualcuno che fa il furbo, e non esistono strumenti tecnici per opporsi. Non esistono perché non li si vuole porre in essere. In una logica keynesiana, sarebbe bastato inserire nella costruzione dell’euro una clausola della valuta scarsa (come quella che Keynes propose a Bretton Woods), che attribuisse ai paesi in deficit il diritto di adottare pratiche commerciali protezionistiche nei confronti dei paesi in surplus che non accettassero (come la Germania non accetta) di cooperare alla soluzione degli squilibri. Non lo si è fatto non tanto perché le regole le detta il più forte, ma anche perché dotando i paesi di armi per difendersi si sarebbe palesato il fatto che con l’euro si apriva una guerra commerciale. E l’euro doveva essere venduto agli elettori come l’età dell’oro...

La svalutazione rende ciechi.

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%.  La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa.

Settimo commento: i tronfi tromboni (o parola che faccia rima) che premettono un “neo” a ogni parola che usano (il neoliberismo neocapitalista, il neouovo e la neogallina), lo fanno un po’ perché sono pagati a cartella (forse), e molto per indurre la sensazione (falsa, ma plausibile agli occhi degli incolti) che questa volta siamo in una situazione totalmente nuova, per cui la storia non ha nulla da insegnarci. La Storia ha sempre da insegnare, a chi non è in cattiva fede.

Irreversibile?

Ma tutto questo Rossanda non lo sa. Sa che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Veramente Rossanda è così ingenua da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

Ottavo commento: la ricerca scientifica dice che i costi del default sono grandemente esagerati dall’opinione pubblica. Del resto, l’Argentina dal suo default in poi è decollata, i redditi pro capite sono cresciuti dell’8% all’anno, portando l’Argentina dalla 60° alla 54° posizione nella graduatoria mondiale. Certo, le interpretazioni su cosa è successo non sono univoche (possono mai esserlo, quando ci sono i soldi di mezzo?), ma una cosa è certa: chi evoca l’Argentina come spauracchio è un dilettante che fa autogol, per diversi motivi: (1) perché rende evidente che l’euro non ci ha difeso dalla crisi, ma ci ha messo in crisi, esattamente come l’Argentina fu messa in crisi dall’aggancio al dollaro: perdita di competitività, accumulo di debito estero, crisi; (2) perché rende altresì evidente che la crisi da noi non sarebbe ugualmente devastante: la svalutazione necessaria all’Italia si colloca attorno al 20%, perché questo è il differenziale di inflazione che abbiamo cumulato verso la Germania dall’ultimo riallineamento del cambio; in Argentina fu del 230% non perché “i mercati” la punirono, ma perché quello era il differenziale di inflazione maturato nei confronti del dollaro negli anni della dollarizzazione; abbiamo già svalutato del 20% nel 1992, è stata dura, ma siamo sopravvissuti; chi parla di svalutazioni del 100% sragiona o è un dilettante dell’economia che non dovrebbe parlare in un momento di crisi, momento in cui la disinformazione diventa  un atto intrinsecamente antidemocratico; gli esperti, che in quanto tali stanno già pensando a un piano B, sanno che la svalutazione nostra (o la rivalutazione tedesca) sarà di quell’ordine di grandezza; ringrazio Sergio Polini per la segnalazione dell'ultimo link, ma, senza sminuire il suo contributo, segnalo che queste cifre sono ovvie, perché sono quelle ampiamente previste dalla teoria economica , secondo la quale quando ci si sgancia da una valuta troppo forte si recupera il differenziale di inflazione cumulato, e questo è anche il modello che i mercati usano!  (3) perché oggi gli argentini stanno bene.

 Non faccia la sinistra ciò che fa la destra.

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.

Nono e ultimo commento: ogni singola parola di questo paragrafo mi è stata contestata. Mi è stato detto: “il capitalismo tedesco è razionale, non segherà il ramo sul quale è seduto”... e si è visto! Le cose si sono spinte a un punto tale che ormai l’unica soluzione razionale per la Germania è propugnare un’uscita selettiva o generalizzata. Non lo si dice per evitare fenomeni, appunto, argentini (corse agli sportelli, ecc.), ma che ci sia aria di piano B è evidente e confermato da tutti i quotidiani finanziari internazionali. Il governo tecnico (il macellaio col grembiule rosso) è arrivato, come da me previsto in un periodo in cui tutti pensavano che Berlusconi sarebbe stato eterno. Ma il lavoro sporco in democrazia viene sempre fatto fare alla sinistra. Vi ricordate gli anni ’90? Da dove venite? Da Marte? La destra si è appropriata di una verità tecnica (l’euro è stato un errore) e la sinistra continua a difendere una bugia tecnica, quando, se avesse ascoltato il mio modesto contributo e quello di tanti grandi economisti, avrebbe potuto attivare un vero dibattito sulla rotta d’Europa, su basi equilibrate e propositive, anziché la sfilata della corte dei miracoli alla quale abbiamo assistito per tutta l’estate, condotta su basi distorte e difensive, tutte volte a salvare il non salvabile, e quindi a non riflettere sul “dopo”. Perché un “dopo” ci sarà. E naturalmente chi avrà mentito e continuato a mentire ai suoi elettori non potrà che pagarne le conseguenze. Ci avviamo a altri due decenni di governi di destra, nazionalisti e populisti, se non ammettiamo che l’euro è stato un errore, non liquidiamo politicamente chi lo ha commesso, e non riflettiamo su come uscirne con il minor danno possibile.

Sed de hoc satis. Per un economista, in fondo, non è così divertente occuparsi di cose che la lettura affrettata di un libro di testo del secondo anno fa immediatamente intuire come ovvie. Volevo solo attirare la vostra attenzione sul fatto che queste verità ovvie sono state deliberatamente ignorate da qualcuno. E il motivo c'era. Complottismo?

lunedì 28 novembre 2011

I compiti a casa della famiglia nucleare

Non vorrei che la Goofynomics venisse liquidata come la scienza del bicchiere mezzo vuoto. Per natura sono quello del piano B, quello che pensa sempre al peggio, anche per scaramanzia. Qualcuno la chiama ansia, ma a me serve a avere ogni tanto una bella sorpresa (in quelle rare occasioni nelle quali il piano B non serve).

Chiedo allora gentilmente a qualcuno dei miei lettori se può darmi il numero di telefono di Sarkozy, o quello della Merkel. Perché il fatto è che loro sanno quello che mi aspetta, che ci aspetta, e noi, salvo errore, ancora non lo sappiamo: un po’ di ansia sta salendo. Preferirei il numero di Sarkozy, sia perché parlo il francese meglio del tedesco, sia perché il poverino ha bisogno di affetto, alla vigilia della perdita della tripla A.

Avete capito cosa voglio dire: i giornali ci dicono che dobbiamo essere fieri del fatto che l’Italia è finalmente riaccolta nei consessi internazionali, ora che si è sbarazzata dell’impresentabile satiro. Ma si potrebbe anche dire che per il popolo italiano non è esattamente fonte di fierezza il fatto che il suo primo ministro venga chiamato ad audiendum verbum da due capi di stato stranieri che non hanno alcuna legittimità istituzionale a convocarlo, e se ne torni tutto contento di aver avuto dei compiti da fare a casa. Se mio figlio avesse questo atteggiamento verso i suoi maestri sarei contentissimo. Vado un po’ meno in sollucchero, a differenza degli organi della “sinistra”, se questo atteggiamento lo manifesta il mio primo ministro (mio obtorto collo, naturalmente). E non perché, come alcuni beceramente insistono, Monti è massone, schiavo della finanza, ecc. ecc. Magari lo sarà anche, non mi interessa. A me interessa solo che questo atteggiamento remissivo, per cui la colpa è nostra e noi dobbiamo rimediare, è figlio di un’analisi economica profondamente sbagliata (vedi Krugman sul New York Times, o vedi questo blog), e rischia di portare a rigurgiti nazionalisti e fascisti non improbabili, non condivisibili, ma perfettamente prevedibili e comprensibili in popoli espropriati della democrazia, come nota molto opportunamente Nigel Farage.

Allargando l'obiettivo, l'unica possibilità di convincere la Germania a un atteggiamento cooperativo sarebbe stata quella di unire i governi del Sud in una proposta politica che richiedesse esplicitamente un atteggiamento cooperativo da parte di quelli del Nord, sotto minaccia di abbandonare tutti insieme l'Unione. Credo che sia facilmente leggibile per tutti il modo in cui il processo democratico di Grecia, Italia e Spagna (prima degli altri e in modo più sottile) è stato influenzato o soppresso per evitare che ciò accadesse. Non basterà, ma intanto l'agonia si prolunga.

Viene quasi da pensare che Berlusconi, oltre a quello che tutti sanno, avesse anche la schiena dritta. E per la schiena, che io sappia, non ci sono pasticche miracolose. Penitenziagite...
 

P.S.: stranamente la prima cosa che abbiamo saputo è che faremo le centrali nucleari. Stranamente, perché, come sapete, in Europa praticamente solo la Germania ha siti dedicati al trattamento delle scorie, e la Francia, che le centrali ce le ha (più di settanta), paga un fracco di soldi ai tedeschi per mandare avanti e indietro dei treni, sperando che le ritornino meno radioattivi di come sono partiti. Ma i francesi hanno sicuramente la schiena dritta, e quindi ogni tanto si incazzano, come dice il poeta.

venerdì 25 novembre 2011

Keynes vs Tabellini

Non sarò breve (mi scuso).

Il professor Guido Tabellini interviene sul Sole 24 Ore sostenendo che le politiche di rigore sono necessarie ma non saranno sufficienti perché “le fondamenta stesse dell’euro sono viziate”. Un vizio determinato da due “difetti costitutivi”: primo, la Bce può svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza solo rispetto alle banche (rifinanziandole), ma non rispetto agli Stati (acquistando i loro titoli); secondo, la politica monetaria è centralizzata, ma la vigilanza è rimasta nazionale. Quali conseguenze avrebbero questi difetti? Senza un acquirente di ultima istanza dei titoli pubblici i paesi ad alto debito “sono lasciati in balia dei mutamenti di umore dei mercati”. Il decentramento della vigilanza invece porta a una segmentazione dei mercati, perché le autorità nazionali, diffidando di quelle dei paesi vicini, impedirebbero alle banche di prestare all’estero, e questa situazione “non può durare”.

Meglio tardi che mai

L’ammissione di errore va accolta senza facili ironie e con grande rispetto. Dallo scoppio della crisi, in Italia gli economisti ortodossi hanno spesso testimoniato una profonda e sincera volontà di rimettere in discussione le proprie certezze. A sinistra non c’è stato niente di simile, per un semplice motivo: economisti e politici di “sinistra” hanno rivendicato per due decenni la scelta dell’euro come un loro grande successo. Il tatticismo politico ora impedisce loro di comprendere e di ammettere che questa scelta è contraria agli interessi del loro elettorato. Gli ortodossi, oltre a essere più attrezzati culturalmente e più onesti intellettualmente, di sicuro non hanno questo problema politico. Certo, hanno condiviso l’errore, ma non ne hanno fatto una bandiera e quindi possono riflettere liberamente. Tuttavia nel pezzo di Tabellini non è accettabile la genericità di certe affermazioni (“abbiamo sbagliato”, “molti avevano previsto”), e non è accettabile la perseveranza nell’errore, che si traduce in due elementi ben precisi: (1) il tentativo ideologico di attribuire la crisi a un fallimento dello Stato, anziché del mercato; e (2) l’ingenua fiducia che il mercato possa comunque funzionare bene purché lo Stato “disegni” le istituzioni appropriate (una vigilanza centralizzata, una Bce più accomodante, ecc.).

Il problema è il debito privato (privato, capito? Privato, non pubblico! Privato! Privato! Privato!)

Le vigilanze nazionali stanno imponendo alla banche di “non trasferire liquidità” (leggi: non fare prestiti) al di fuori dei rispettivi paesi: questo significa solo che le autorità nazionali hanno capito quello che noi insieme a tanti altri (ad es., De Grauwe) stiamo dicendo da tempo (e che Tabellini ignora): la crisi è stata innescata dall’afflusso verso il settore privato dei Pigs di ingenti quantità di capitali esteri (mentre il settore pubblico stava riducendo il suo debito). La crisi finanziaria è un gigantesco fallimento del mercato del credito privato: i mercati si sono dimostrati incapaci di convogliare i risparmi verso impieghi produttivi nel settore privato. Il problema è la libertà dei movimenti privati di capitale, che si trasforma ineluttabilmente in arbitrio. Ed è questo arbitrio che le vigilanze nazionali cercano (troppo tardi) di contenere. Un ritardo forse dovuto a una eccessiva fiducia nella favoletta ortodossa. Se non la sapete, ve la racconto.

La favoletta del mercato buono e dello Stato cattivo

La teoria ortodossa dice che il rendimento dei capitali obbedisce alla legge dei rendimenti decrescenti: il capitale è più produttivo dove è più scarso. Basta quindi liberalizzare i movimenti internazionali di capitali e il capitale andrà “naturalmente” nel paese in cui ottiene la remunerazione migliore, perché è più scarso, e quindi più produttivo. Il meccanismo si autoregola, perché a mano a mano che i capitali arrivano, il loro rendimento decresce, rendendo il mercato nazionale meno appetibile e limitando ulteriori afflussi. Alla fine tutti stanno meglio.

In pratica non è successo niente del genere. I movimenti di capitale non hanno obbedito alla logica dei rendimenti decrescenti, ma a quella delle bolle speculative. L’afflusso di capitali ha spinto verso l’alto i prezzi delle attività, finanziarie e immobiliari. La prospettiva di lucrare ulteriori aumenti ha invogliato ulteriori afflussi, in un gioco di aspettative che si sono autorealizzate finché si sono trovati nuovi entranti disposti a “gonfiare” la bolla col loro denaro fresco. Quando i fessi finiscono, la bolla esplode, i prezzi delle attività crollano, e le banche che le hanno in bilancio o a garanzia di prestiti falliscono, a meno che non vengano salvate dagli Stati con soldi pubblici. I debiti privati diventano così pubblici, e questo permette ai Tabellini di tutto il mondo di ripetere come un disco rotto “debiti sovrani, debiti sovrani, debiti sovrani” nel tentativo di far passare per fallimento dello Stato quello che è solo il sintomo di un macroscopico fallimento del mercato. Macroscopico e del tutto prevedibile, in una corretta prospettiva keynesiana.

Cosa ha detto Keynes?

Sono sconfortato dalla visione caricaturale di Keynes, tutto spesa pubblica e svalutazione, tramandata dagli economisti di destra (transeat) e di sinistra! Non faccio esempi per carità di patria. Forse chi banalizza così l'analisi di Keynes non ha mai letto il capitolo XII della Teoria generale ("Lo stato dell'aspettativa a lungo termine"), o non vuole che voi lo leggiate. Vi va di leggerlo con me? Non è difficile, perché Keynes aveva idee, e quindi non era costretto ad addobbare il nulla del proprio conformismo ideologico con festoni di integrali isoperimetrici.

Keynes dice una cosa molto semplice: ai mercati non interessa “compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento”, convogliando i capitali verso gli investimenti mediamente più produttivi, che generano quindi più crescita e più occupazione. Ai mercati questo non interessa non perché siano cattivi, ma perché comportarsi in questo modo (virtuoso e favorevole alla crescita di lungo periodo) non è razionale: “sarebbe sciocco, infatti, pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi”, e  “questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta “liquidità””, e nei quali quindi “lo scopo privato dei più esperti investitori” diventa “passare al prossimo la moneta cattiva”, in un contesto “soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli”, che la razionalità individuale non può contrastare anche perché “è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale”. Non vi sembra un’ottima descrizione di quanto stiamo vedendo? È stata pubblicata nel 1936. Occorre altro? Ora sapete cosa dire al prossimo fesso che attacca il disco “perché Keynes è quello della spesa pubblica...”.

Le sedie musicali

Siamo in mano a operatori (i "mercati") costretti ad agire in una logica di brevissimo periodo, che per questo motivo traggono i loro guadagni non dal merito intrinseco delle loro scelte di investimento finanziario, cioè, in sostanza, dal fatto di finanziare il progetto più meritevole e redditizio. I loro guadagni derivano dal fatto di lasciare il cerino acceso in mano al fesso di turno. E questo spiega come mai i mercati tollerino la persistenza di situazioni che oggettivamente dovrebbero essere percepite come pericolose. Guardate ad esempio la dinamica dell’indebitamento estero e pubblico nei Pigs:


Si vede bene che dal 2003 in poi in questi paesi l’afflusso di capitali esteri (la linea rossa) si è rapidamente portato verso il 10% del Pil. Afflusso di capitali vuol dire indebitamento, e come si vede non si trattava di indebitamento pubblico, visto che quest’ultimo (linea blu) era molto minore, e fino al 2007 stazionario o in miglioramento (Spagna e Irlanda erano addirittura in surplus). Come mai i mercati hanno continuato a prestare soldi a questo ritmo al settore privato dei Pigs? Semplice: perché i mercati “assomigliano al gioco delle sedie musicali”, dove ogni operatore pensa di “riuscire a conquistarsi una sedia quando la musica smette di suonare”.

La musica ha cominciato a suonare con l’entrata nell’euro. I paesi del Nord, truccando la competitività con il cambio fisso, hanno accumulato surplus finanziari e non potevano tenerli sotto il mattone. Era naturale prestarli ai paesi del Sud perché: (1) questi dovevano continuare ad acquistare beni del Nord per alimentarne le economie;  (2) l’integrazione dei mercati finanziari rendeva più facile i movimenti di capitale; e (3) l’ingresso nella moneta unica attribuiva a questi paesi una credibilità che non si meritavano.


Lo Stato non si esprime col disegno...

Ora la musica è finita, e Tabellini parla di riformare i Trattati. L’idea sottostante è quella, cara all’ortodossia, che siccome il mercato è buono, allora lo Stato è cattivo (nelle favole un cattivo ci deve essere). Lo Stato cattivo non deve intervenire nell’economia, ma deve semplicemente limitarsi a “disegnare” istituzioni che consentano al mercato di operare in modo ottimale. Naturalmente le istituzioni devono basarsi su regole rigide, perché introdurre elementi di discrezionalità le renderebbe poco credibili (ancora la credibilità), lasciando margini di manovra che i governi nazionali sfrutterebbero a fini elettoralistici. Ben venga quindi la rigidità, che rende credibili le istituzioni.

Questo atteggiamento ideologico contrasta con l’evidenza dei fatti: è esattamente la rigidità delle regole della costruzione europea che ne ha minato la credibilità e garantito il fallimento. Lo si è visto con le regole di convergenza di Maastricht, criticate a suo tempo da Buiter, Corsetti e Roubini (1993) perché “mal motivate, mal congegnate e suscettibili di provocare, se applicate meccanicamente, difficoltà evitabili”, tali da rendere impossibile il valutare se esse avrebbero “rinforzato o indebolito la credibilità” di paesi come l’Italia. Lo si vede adesso con la stessa presunta irreversibilità dell’entrata nell’euro, una nozione che oltre a non avere alcun fondamento giuridico, viene ormai correttamente percepita come fonte di problemi di credibilità. Il problema, ahimè, è proprio il ragionare per regole, cioè il cullarsi nell’illusione tecnocratica che l’economia sia una caldaia alla quale, in caso di problemi, basta sostituire lo scambiatore del Trattato di Maastricht o il termostato della Bce (“Dotto’, solo pe’ la chiamata so’ 50 mijiardi de euri...”). L’economia siamo noi, sono i nostri soldi, e se abbiamo dovuto tagliare delle teste per affermare no taxation without representation, speriamo di non doverne tagliare altre per affermare il nostro diritto di autodeterminare nelle sedi politiche democratiche la condotta della nostra politica economica.

Il problema è politico

Del resto, che il problema non siano le regole è evidente nel ragionamento stesso dei Tabellini di tutto il mondo e di tutti gli schieramenti, per i quali la crisi si risolverebbe se la Bce si comportasse come la Fed (cioè acquistasse titoli di Stato a man salva). Ma proprio perché la Bce è indipendente, può fare sul mercato aperto quello che le pare: non esiste alcuna regola che vieti alla Bce di acquistare sul mercato aperto quanti e quali titoli pubblici vuole (e infatti lo sta facendo, cercando di guidare gli spread a seconda delle convenienze politiche del momento). E allora le regole che c’entrano? Niente, perché il problema non è “tecnico”, di “regole”, ma politico, e perché comunque l'accumulazione di debito pubblico è a valle di un'accumulazione di debito privato determinata dagli squilibri di competitività che in presenza dell'euro possono sanarsi solo con deflazioni competitive (visto che la Germania non vuole cooperare). E resta comunque paradossale che si additi ora come strategia per la sopravvivenza dell’euro la possibilità per la Banca centrale di acquistare titoli del debito pubblico, quando a livello nazionale la separazione fra Tesoro e Banca centrale è stata salutata come un passaggio ineludibile per l’entrata in Europa. Insomma: tutto si risolverebbe facendo fare alla Bce quello che la Banca d’Italia non doveva fare, perché facendolo ci avrebbe allontanato dall’Europa!

Strano, no? Come è strano che nessuno abbia pensato al pericolo determinato dall’irrazionalità dei movimenti internazionali di capitali. E infatti ci avevano pensato, come spiegavo in questo mio intervento. Ma l’approccio ideologico ha fatto sì che nel Trattato di Maastricht non si sia nemmeno tentato di definire criteri operativi per contenere il vero problema, cioè l’eccessivo indebitamento (privato) estero. Perché contenere al 3% l’indebitamento pubblico significa contenere il ruolo dello Stato (cioè del cattivo), mentre contenere l’indebitamento estero avrebbe significato contenere il ruolo dei mercati (cioè dei buoni). Lasciamo che i buoni continuino a giocare alle sedie musicali. Sinite parvulos...

Sintesi

La non sostenibilità dell’euro, ampiamente prevista in letteratura, ha favorito un colossale fallimento del mercato, aggravato dall’irrazionalità delle regole dettate per scongiurarlo. Le lezioni sono due: la prima è che prima o poi dovremo tornare a qualche forma di controllo dei movimenti di capitale, possibilmente più incisiva della Tobin tax. Verosimilmente dovremo recuperare l’idea keynesiana che un sistema a cambi fissi non può sopravvivere senza una regola della valuta scarsa, cioè senza un meccanismo che autorizzi i paesi in deficit ad adottare pratiche commerciali discriminatorie, proteggendosi dai paesi in surplus che non vogliono cooperare alla soluzione degli squilibri. La seconda, più immediata, è che introdurre rigidità e fare la voce grossa, come alcuni politici tedeschi quando abbaiavano il loro “drei Komma null null”, serve solo a distruggere credibilità. Quello che ognuno di noi capisce nella sua famiglia, è ora che tutti insieme lo capiamo nel nostro continente. Ma analisi ideologicamente scollegate dai fatti non possono certo dare un grande contributo in tal senso. E quindi lo scenario più plausibile e forse meno doloroso rimane sempre quello di cui parlavo ad agosto.

Riferimenti
Buiter, W., Corsetti, G. Roubini, N. (1992) "Excessive deficits: sense and nonsense in the Treaty of Maastricht", Economic Policy

Fonti dei dati
Il solito database del Fmi.

mercoledì 23 novembre 2011

I Bund, la prossima bolla

A fine lezione ricevo la gradita telefonata di un amico, il professor Ranieri Santarelli, PhD ai Bagni 93 Luigi di Cattolica e professore emerito di Goofynomics all'Università di Topolinia, che mi chiede se ho visto com'è andata l'asta dei Bund. Non potevo saperlo, ma potevo benissimo immaginarlo: è andata male (vedi la notizia su Repubblica). Perché? Perché come ampiamente previsto (non solo da me) la Germania sta segando il ramo sul quale è seduta. Il suo successo è stato alimentato per un decennio dalla domanda dei paesi periferici, che si sono indebitati con lei per comprare i suoi beni (ne ho parlato in questo post, ma anche un po' di tempo fa su sbilanciamoci). La Goofynomics insegna che un debito, visto dalla parte di chi i soldi li ha dati, somiglia molto a un credito, e così, a mano a mano che aumentavano i debiti esteri dei PIGS (verso la Germania), in bella simmetria aumentava il credito estero della Germania (verso i PIGS):


Quando dagli Usa è arrivato lo shock della crisi finanziaria, la Germania, che si era arricchita, ha negato aiuto a quelli che dovrebbero essere i suoi compagni di cordata nell'Unione Europea, senza capire che questi avrebbero trascinato nella sua caduta anche lei. Un concetto facile da capire, ma difficile da spendere sul mercato della politica interna tedesca. Scusate, secondo voi, se prestate 10000 euro a qualcuno e quello poi scompare, in crisi chi ci va, lui o voi? Perché qui si parla solo di crisi del debito (sovrano, beninteso), ma si dimentica che questo significa che il creditore non rivedrà i soldi. E il principale creditore (come il grafico mostra benissimo) è la Germania. Non sarà mica colpa del freddo se in quel paese tante banche sono già andate a gambe all'aria o lo hanno evitato di misura drenando una quantità spropositata di risorse pubbliche? Un fatto che suscita sdegno motivato perfino sul Sole 24 Ore, che in teoria dovrebbe essere un giornale conservatore, ma che in questa, come in tante altre analisi, si trova "a sinistra" di tanti forum della sinistra per bene, che imperterriti continuano a raccontarci la storiella della Germania che esporta in Cina! Ma si sa, il mercato, come il pianoforte, bisogna studiarlo da piccoli. E quindi non dobbiamo stupirci se l'elaborazione concettuale di chi da piccolo ha studiato (forse) Marx suona un po' fessa come l'esasperante "Für Elise" dell'attempato vicino di casa che ama (non ricambiato) la musica.

E con questo spero di aver risposto a Giovanni De Rasis che sulla mia unofficial web page, opera di qualche studente sbarazzino, mi chiede perché da tempo dico che non è il caso di comprare Bund. Mi pare chiaro, no?

Eppure per un po' anche i mercati non hanno afferrato il concetto. Presi dal panico, hanno convogliato una quantità di risparmio verso i Bund tedeschi, percepiti come bene rifugio, spingendone in basso i tassi di interesse (e quindi in alto i prezzi), in simmetria con l'impennarsi degli spread periferici. Si sa: nel breve periodo la razionalità dei mercati consiste nel comprare gli asset i cui prezzi crescono, facendoli crescere ancora di più, e invogliando così altri acquisti: si chiama bolla, e prima o poi esplode, perché gli stupidi sono sì la maggioranza, come sapeva bene Rabelais e come il dibattito nostrano sull'euro dimostra, ma purtroppo non sono infiniti. Se ci fosse sempre un fesso che compra non avremmo mai crisi finanziarie, come spiegano O'Connel e Zeldes, 1988, Rational Ponzi games, International Economic Review, 29(3) (letture di gioventù): ebbene sì, anche gli stupidi sono, o meglio, potrebbero essere - se fossero infiniti - una preziosa risorsa!

Ma il tempo è galantuomo: già a ottobre gli analisti cominciavano a vederci chiaro. Un mio ex-studente, strategist di una banca con sede a Dublino, mi diceva che in banca sapevano benissimo che i Bund erano la prossima bolla, e stavano già cercando di sfilarsi...

Nel frattempo a settembre la produzione industriale tedesca calava del -2.8%. Il dato usciva il 7 novembre e subito dopo, il 9 novembre, la Merkel cambiava atteggiamento: uscire dall'euro si può! Traduzione: abbiamo capito che se strozziamo i nostri mercati di sbocco dopo dovremo veramente competere con i cinesi (ma con i cinesi i tedeschi hanno un deficit crescente)!

E ora i mercati cominciano a realizzare che i fondamentali dei tedeschi in realtà sono quelli nostri: se noi andiamo male, loro vanno male (perché se noi non compriamo, la Goofynomics insegna che... loro non vendono!). E dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la classe politica tedesca, mentendo per fini elettoralistici, si è messa nell'impossibilità di definire strategie cooperative e rischia di far soccombere il proprio paese nel tentativo vano di assicurare la propria sopravvivenza.

Così, giustamente, i mercati mandano quasi deserta l'asta dei Bund. Ma non è una bella notizia, perché l'elettore tedesco è stato bombardato dal messaggio che se le cose vanno male, la colpa è nostra. Qualcuno si ricorda di com'è andata l'ultima volta?

Già, ora ci dicono che la colpa della crisi è nostra, di noi meridionali pigri, perché lavoriamo poco, siamo poco produttivi, e quindi poco competitivi. Il che, in buona sostanza, significa che sulla porta d'ingresso dell'euro c'era scritto "Arbeitsproduktivität macht frei". Una versione riveduta e corretta. Chissà da dove usciremo questa volta...

Fonte dei dati
Updated and extended wealth of nations dataset (e se non vi dicono le fonti, passate oltre).

lunedì 21 novembre 2011

Da non credere...

Nell'agosto del 2010 mi si è rotto il decoder della televisione e la qualità della mia vita è decollata (forse anche perché i figli, tanto amati ma sempre più ingombranti, se ne vanno dalla nonna a decerebrarsi). Ma dopo aver visto questo video ho deciso di correre in qualche megastore a comprare un televisore nuovo! Mai più senza! Grazie agli amici di Rivoluzione democratica. Peccato che Krugman non possa vederselo...

Da non perdere...

Krugman sul NYTimes: un momento di ilarità (anche se viste da qui le cose sono meno divertenti).

Rimango però affezionato alla mia analisi (fregandomene se ogni tanto qualcuno la definisce "complottista"). Senza disconoscere la forza dirompente della stupidità, così ben analizzata da Cipolla in "Allegro ma non troppo", dobbiamo avere il coraggio di vedere che dietro a certe scelte c'erano interessi ben precisi: l'interesse della Germania di ricreare, dopo il crollo di Bretton Woods, un sistema che assicurasse il successo della sua strategia di deflazione competitiva; l'interesse delle classi dominanti dei paesi periferici di "disciplinare" i salariati col vincolo esterno.

Questo era il fulcro del mio intervento su sbilanciamoci, e questo è quello che la sinistra per bene e decotta dei salotti e dei tinelli buoni non si vuole sentir dire. Poverina, l'euro è l'unica cosa che le è stato permesso di fare in quaranta anni, ed è quindi comprensibile che sia affezionata all'idea che fosse una cosa buona!

Quanta parte ci sia stata di stupidità (a sinistra) e quanta di furbizia (a destra) in quello che è successo non lo sapremo mai, ma certo la visione di Krugman, geniale e divertente quanto si vuole, attribuisce troppo peso alla stupidità!

domenica 20 novembre 2011

Quod erat demonstrandum

Meno di 24 ore dopo il post precedente, mi sveglio con questa bella notizia di Repubblica on-line: le sofferenze bancarie (crediti difficilmente esigibili verso il settore privato) sono aumentate del 40%, arrivando a 102 miliardi di euro. Goofynomics: è strano come un credito visto dal lato di chi ha preso i soldi somigli a un debito! L'incremento percentuale più rilevante riguarda i debiti contratti dalle famiglie consumatrici: i debiti in "sofferenza" (cioè che le famiglie non riescono a restituire) sono aumentati del 46%, arrivando a 24 miliardi di euro alla fine di settembre.

Ma che sorpresa!

E non abbiamo ancora cominciato con il rigore...

sabato 19 novembre 2011

La risposta giusta alla domanda sbagliata

Ogni tanto, per movimentare la vita dei miei studenti, mi diverto a cambiare un po’ i compiti scritti. Capita così che qualche malcapitato, alla domanda su cosa accade se la spesa pubblica aumenta, risponda descrivendo gli effetti di una diminuzione della spesa. Magari lo fa perché è l’unica risposta che si è appiccicato in testa, o perché è riuscita a farsela passare dal compagno (al quale però è stato chiesto cosa succede se la spesa diminuisce...). Chiamo questa cosa “dare la risposta giusta alla domanda sbagliata”. Ed è esattamente quello che Monti e Draghi stanno per fare.

Da Krugman in giù tutti chiedono a Draghi di stampare più moneta, ma facendolo Draghi darebbe la risposta giusta alla domanda sbagliata. Tante analisi confermano che il problema dell’Europa è l’accumulazione di debito privato estero dovuta al persistere di differenziali di inflazione a vantaggio della Germania. Una politica monetaria espansiva centralizzata della BCE può solo aumentare l’inflazione media europea, senza effetti prevedibili sui differenziali regionali di inflazione. Del resto, a voi risulta che la Banca d’Italia, anche prima del divorzio, sia riuscita stampando moneta a risolvere il problema del dualismo economico italiano? A me risulta invece che dopo 150 anni di unione monetaria, fiscale, politica, religiosa e televisiva i prezzi fra i capoluoghi italiani non stanno ancora convergendo (lo dimostra uno studio di Busetti, Fabiani e Harvey per la Banca d'Italia), e questo è al tempo stesso causa e sintomo di quello squilibrio territoriale che porta il Sud ad avere importazioni nette attorno al 17% del Pil (e il Nord a vociferare di secessione). Moneta unica non significa inflazione unica.

La richiesta di stampare moneta è quindi una domanda sbagliata. Certo, questa misura contribuirà ad alleviare il problema a valle dello squilibrio, magari riducendo qualche spread per un po’, ma non inciderà minimamente sullo squilibrio stesso, e servirà solo a prolungare l’indecorosa agonia dell’euro.

Tutti chiedono a Monti di intervenire con rigore fiscale per risolvere il problema del debito pubblico, ma se lo farà Monti darà la risposta giusta alla domanda sbagliata. Se il problema è il debito privato, politiche fiscali restrittive non potranno che amplificarlo: le famiglie saranno in difficoltà con le rate dei mutui, ecc. Certo, la politica di rigore ridurrà anche le importazioni, e quindi allevierà il vero squilibrio, quello dei conti esteri. Inoltre, deflazionando l’economia, si recupererà un po’ di competitività, rilanciando anche le esportazioni e migliorando per questa via lo squilibrio fondamentale. Il problema però è che nel primo decennio del secolo è avvenuta la più riuscita privatizzazione italiana: quella del debito (Fig. 1). Dal 1998 al 2007, mentre il debito pubblico diminuiva di 11 punti di Pil, quello delle famiglie cresceva di 34 punti. Con un debito delle famiglie all’80% del reddito disponibile, l’esito più probabile di politiche di rigore è la bancarotta delle famiglie, nel tentativo (o col pretesto) di evitare quella dello Stato.
 

La richiesta di ridurre il debito pubblico è quindi una domanda sbagliata. Ma anche in questo caso, possiamo aspettarci che ad essa verrà solertemente e celermente data risposta, una risposta, beninteso, rigorosamente "tecnica". Così è, anche se non vi pare.

mercoledì 16 novembre 2011

I “salvataggi” che non ci salveranno

Intervenendo su lavoce.info prima della manovra di luglio prevedevo che essa difficilmente avrebbe placato i mercati. La previsione si è avverata e i motivi che ne hanno determinato il successo sono gli stessi che determineranno, purtroppo, l’insuccesso delle attuali strategie di salvataggio della zona euro.

Lo squilibrio strutturale
Si parla solo di debiti “sovrani”, ma la scansione dei fatti mostra che la crisi dei PIGS nasce dall’accumulazione di debito privato verso creditori esteri. Dal 2000 al 2007 nei PIGS è cresciuto il debito estero (in Grecia, Portogallo e Spagna per circa 60 punti di Pil; Fig. 1), ma il debito pubblico era stazionario (come in Grecia) o in calo (Spagna, Irlanda, Italia). Il debito estero era quindi essenzialmente privato (questo è chiaro ad esempio a De Grauwe). Certo, il debito “nato” privato è poi “morto” pubblico: dal 2008 la perdita di credibilità dei PIGS chiude il rubinetto dei capitali esteri e i salvataggi pubblici della finanza privata fanno esplodere l’indebitamento pubblico. Ma se non si ricorda che il problema è il debito privato, non si capisce perché le manovre non hanno risolto nulla e perché i “salvataggi” autunnali si avviano sulla stessa strada.


Moneta unica, inflazioni diverse
L’indebitamento privato estero ha una causa strutturale nota: i tassi di inflazione dell’eurozona non stanno convergendo1. Dal 2000 al 2007 la Germania ha avuto l’inflazione media più bassa (1.6%). All’estremo opposto Irlanda (3.4%), Grecia (3.2%), Spagna (3.1%) e Portogallo (2.9%) hanno avuto l’inflazione più alta: la competitività è diminuita, le importazioni di beni dai paesi “virtuosi” dell’eurozona sono aumentate, le esportazioni diminuite. Per finanziare il deficit estero i PIGS hanno fatto ricorso al credito dei paesi virtuosi, e il resto è storia. La Fig. 2 mostra come nei PIGS l’indebitamento estero si sia mosso in simmetria con lo scarto fra prezzi interni e prezzi tedeschi: a maggior inflazione cumulata corrisponde maggior indebitamento estero (in maggior parte privato).



Ti piace vincere facile?
Dicono che il successo della Germania sia dovuto alla sua capacità di innovare, che le permette di vincere la sfida posta dalla Cina, e la rende “locomotiva” dell’Europa. I dati raccontano una storia diversa. Dal 1999 al 2007 la Germania ha avuto un deficit crescente verso i BRIC (quello verso la Cina è aumentato di circa 20 miliardi di dollari; Tab. 1). I 239 miliardi di aumento del surplus tedesco sono spiegati per due terzi dagli scambi con i paesi europei, di cui un terzo da quelli coi paesi meridionali. L’innovazione c’entra poco: queste dinamiche sono spiegate dalla competitività di prezzo (Fig. 2). Insomma, la Germania fa crescere la Cina acquistandone i beni coi soldi ricavati vendendo beni a noi. Ha ragione De Nardis: la locomotiva tedesca tira nella direzione sbagliata.


La deflazione competitiva
Quando un paese è in surplus evidentemente i suoi beni sono molto richiesti. La legge della domanda e dell’offerta vuole allora che i prezzi di questi beni aumentino rispetto a quelli dei concorrenti: si chiama rivalutazione reale. Se in più il paese ha una valuta propria, il cambio si apprezzerà perché la valuta dell'esportatore viene domandata per acquistarne i beni: si chiama rivalutazione nominale. Ma in Germania non va così. La rivalutazione nominale verso i partner dell’eurozona è scongiurata dell’euro. L’aumento dei prezzi da una politica di crescente moderazione salariale, per cui a produttività crescente corrispondono salari reali calanti. Il patto sociale tedesco si basa su una deflazione competitiva che equivale a una svalutazione reale competitiva e trasforma l’eurozona in un gioco a somma nulla: il nucleo si alimenta a spese della periferia, causandone il dissesto finanziario, e accumulando crediti esteri per oltre mille miliardi di dollari dal 1999 al 20092.

Palliativi e terapie
Ecco perché nel lungo periodo i “salvataggi” falliranno, come nel breve sono fallite le "manovre": "manovre" e "salvataggi" intervengono sulla finanza pubblica, a valle di uno squilibrio reale privato, lasciando inalterato quest’ultimo. Che l’acquirente sia un fondo “salva-Stati” o la Bce cambia poco: l’acquisto di titoli pubblici è un palliativo che non risolve i problemi di competitività (causati da diversità strutturali dei mercati del lavoro), né quelli del debito privato (causato dagli sbilanci esteri). Anzi: visto che i paesi periferici hanno tassi di inflazione più elevati, il livellamento dei tassi nominali porterebbe in questi paesi a tassi reali più bassi di quelli del nucleo, e al limite negativi, con il rischio di innescare ulteriori bolle immobiliari o comunque una ulteriore espansione del debito privato. La Bce questo lo sa benissimo, e infatti fin da agosto ci ha proposto una norma che opera sul vero squilibrio: quella sui licenziamenti. Se il problema fosse il debito dei governi periferici, facilitare l’uscita dal lavoro dei dipendenti privati cosa risolverebbe? Ma se il problema sono i differenziali di inflazione, questa norma, inducendo “moderazione salariale”, aiuta. Perché la “moderazione” tedesca ha una spiegazione vecchia come il mondo: più disoccupazione, cioè un eccesso di offerta sul mercato del lavoro. In Germania la legge della domanda e dell’offerta non funziona per la valuta e per le merci, ma per il lavoro sì, e come! Prima della crisi la Germania aveva la disoccupazione più alta dell’eurozona (Fig. 3). E se i prezzi devono convergere verso il basso, far convergere la disoccupazione verso l’alto può essere una soluzione.



Goofynomics
Ed è anche l’unica soluzione, se si opera col paraocchi mercantilista, per cui chi esporta è bravo, mentre chi importa è cattivo, e lo squilibrio deve sanarlo lui. Se le cose stanno così, il “cattivo” non ha alternative: “o svaluta la moneta (ma nell'euro non si può più) o svaluta il salario”. Ma un’Unione Economica può basarsi su deflazioni competitive, cioè sulla guerra commerciale, anziché sulla cooperazione? Qui ci soccorre la Goofynomics: è strano come un’esportazione vista dall’estero somigli a un’importazione. Insomma, la logica mercantilista non spiega come fai a essere bravo (cioè a esportare) se nessuno è cattivo (cioè importa). La verità è che se gli squilibri persistono non ci sono buoni e cattivi: gli sbilanci esteri hanno due lati e vanno gestiti dai due lati: chi ne ha beneficiato deve contribuire al loro riequilibrio quanto e più di chi ci ha rimesso, per il semplice motivo che ha più risorse per farlo.

Del resto, supponiamo che i paesi periferici adottino le strategie di rigore proposte: combattendo questa battaglia perderebbero in ogni caso la guerra. Infatti, se le politiche di “tagli” non riuscissero a incidere sul differenziale di inflazione, i sacrifici sarebbero vani, perché persistendo lo squilibrio esterno proseguirebbe l’accumulazione di debito privato (a fronte di riduzioni del debito pubblico rese modeste dal rallentamento della crescita, e vanificate periodicamente dalla necessità di salvare la finanza privata). Ma anche se i tagli avessero successo, riportando l’inflazione dei paesi periferici in linea o leggermente al di sotto di quella della Germania, la risposta tedesca non si farebbe attendere: ulteriori ribassi competitivi dell’inflazione, come sperimentato anche nel passato recente (vedi sempre il lavoro di Cesaratto e Stirati), e così via. L’eurozona si avviterebbe in una spirale recessiva senza uscita. E questo i mercati lo intuiscono benissimo: ecco perché sono così nervosi.

L’unica vera terapia sarebbe indurre la Germania a sostenere la propria crescita con la propria domanda interna, espandendo i consumi, anziché, come ha fatto finora, con la nostra domanda, espandendo le esportazioni. La Germania ha le risorse per farlo: facendolo contribuirebbe a sanare gli squilibri europei, rilanciando crescita e occupazione e diventando veramente la locomotiva d’Europa.

I veri costi della politica
Ma questa soluzione trova due ostacoli politici: uno interno alla Germania, perché dopo aver raccontato per motivi elettoralistici che la colpa è dei meridionali pigri, i politici tedeschi, indipendentemente dal loro colore, non possono proporre ai loro elettori di  cooperare coi “cattivi” (anche se i primi a beneficiarne sarebbero proprio i “buoni”); uno esterno alla Germania, perché solo un’azione coordinata dei governi periferici, guidati da quello del paese periferico più importante (che rimane il nostro) potrebbe far ragionare il governo tedesco. Ma il nostro governo precedente aveva la credibilità nulla che la “politica del cucù” gli ha procurato, e quello attuale è incline a seguire la strategia di deflazione proposta dalla Bce. Soluzioni cooperative non sembrano quindi realizzabili, il che mette una seria ipoteca sulla sostenibilità dell’euro. Per chi tiene veramente a mantenere la moneta unica sarebbe allora molto più razionale valutare l’ipotesi di “exit rules”: all'estero se ne parla serenamente. In loro assenza, allo stato attuale l’alternativa più plausibile rimane quella di una disgregazione dell’eurozona, subita e non gestita, con tutti i costi economici e politici che questo comporta.

Busetti, F., Forni, L., Harvey, A.e Venditti, F. (2006) “Inflation convergence and divergence within the European Monetary Union”, ECB Working Paper Series, No. 574 (Gennaio).
Cesaratto, S., Stirati, A. (2010) “Germany and the European and global crises”, International Journal of Political Economy, 39(4).

Fonti dei dati
Per debito pubblico, inflazione cumulata e differenziali di disoccupazione: World Economic Outlook database, settembre 2011.
Per il debito estero: Lane, P.R., Milesi-Ferretti, G.M., “The External Wealth of Nations Mark II” , Journal of International Economics 73, 223-250, 2007.
Per il saldi commerciali della Germania: CHELEM, vers. 11.0 (marzo 2009).